giovedì 1 ottobre 2015

Leggendo "Colpo di spugna" di Jim Thompson (Einaudi) e "Il paradosso de Benoist" di Costanzo Preve (Settimo Sigillo)






Ieri sono stato in una Coop che fra due giorni chiuderà per sei mesi per ristrutturazione e mentre giravo fra gli scaffali ho assistito a due liti furibonde: una fra tre vecchie per aggiudicarsi le ultime bottiglie da 1 litro di Merlot e un’altra fra due coppie di studenti universitari per confezioni di fette biscottate bio. Se in quel momento avessi avuto un lanciafiamme mi sarei sentito bene. Ero talmente disgustato da quegli spettacoli che mi sono dimenticato di buona parte della spesa. Volevo solo tornare a casa a bere caffè, leggere e cucinare spinaci.

Questi sotto sono due libri importanti. Due modi per sentirmi a casa. Per ritrovare qualcosa che mi tocca dentro.



La differenza fra Jim Thompson e molti scrittori di noir e non solo è spiegata bene da Stephen King "Thompson non è stato sempre grande, ma al meglio di sé è stato il migliore, perché non si è mai fermato davanti a nulla. Il lettore è catturato dalle sue storie febbrili e costretto a leggerle perché capisce fin da subito che l'autore andrà avanti fino alla fine, per quanto sgradevole, meschina o orribile quella fine potrà risultare."

"Ero stato in quella casa forse un centinaio di volte, in quella e in altre cento come quella. Ma era la prima volta che vedevo com'erano realmente. Non case, non posti fatti per viverci, niente. Solo pareti di assi di pino che racchiudevano il vuoto. Niente quadri, niente libri, niente da guardare o da pensare. Soltanto il vuoto che in quel momento mi stava impregnando. 
E poi, a un tratto, non fu più lì, ma dappertutto, in tutti i luoghi come quello. E a un tratto il vuoto si riempì di suono e di cose visibili, di tutte le cose tristi e terribili a cui la gente era stata portata dal vuoto.
C'erano le ragazzine indifese che piangevano quando i loro papà gli strisciavano nel letto. C'erano gli uomini che picchiavano le loro mogli, le donne che gridavano chiedendo pietà. C'erano i bambini che bagnavano i letti per la paura e il nervosismo, e le madri che per punizione davano loro il peperoncino. C'erano le facce sfatte, sbiancate dai vermi e chiazzate dallo scorbuto. C'era la minaccia dell'inedia, la sazietà mai raggiunta, i debiti sempre superiori ai crediti. C'erano i pensieri: come-faremo-a-mangiare, come-faremo-a-dormire, come-ci-copriremo-il-povero-culo-nudo. Il genere di pensieri che, quando non hai altro che quelli, be', staresti meglio se fossi morto. Perché sono i pensieri del vuoto, di quanto sei già morto dentro, e non farai altro che diffondere il tango e il terrore, i pianti e i lamenti, la tortura, la fame, la vergogna del tuo essere come morto. Del tuo vuoto.
Rabbrividii, pensando a quando è stato meraviglioso il nostro Creatore a sistemare nel mondo cose tanto spaventose, così che una cosa come l'omicidio al confronto, non sembrava affatto brutta. Sí, era stato davvero misericordioso e meraviglioso da parte Sua." (pp. 218, 219)

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Costanzo Preve nel suo bel libro dedicato a Alain de Benoist, “Il paradosso de Benoist” (Settimo Sigillo) proprio sul finale, riesce a esprimere chiaramente perché, da anarco-individualista celiniano (scusatemi per l'auto-definizione sommaria e imprecisa), sono affascinato e molto incuriosito dal filosofo francese:

Lo spirito di scissione, inteso come scissione consapevolmente effettuata da un insieme politico ed ideologico che costituisce la legittimazione culturale globale della società contemporanea (le idee della destra del denaro con copertura dei valori libertari di sinistra, il politicamente corretto, il pensiero unico, eccettera), è infatti il solo vero sostituto della adesione alla simulazione mediatico-politica della dicotomia Destra/Sinistra. Lo spirito di scissione, lo ripeto, non ha nulla a che fare con l’esodo ed il ripiegamento in piccole comunità secessionistiche protette, di cui il sistema non ha paura e che anzi incoraggia perché sa bene che il “ghetto” è ineffettuale, con la retorica testimoniale minoritaria volutamente e quasi provocatoriamente catacombale, e neppure con l’estremismo sistemicamente previsto. Lo spirito di scissione rappresenta un atteggiamento che prima assume una natura psicologica ed antropologica, e poi a poco puo’ diventare un nuovo profilo culturale e politico di massa. Alain de Benoist rappresenta bene questo spirito di scissione. È curioso, ed in questo risiede il suo paradosso (caro lettore di “sinistra”, mi rivolgo particolarmente a te), che per connotarlo devo utilizzare una categoria del “comunista” Antonio Gramsci. E termino con una citazione di un autore certamente ancora piu’ estraneo a de Benoist di quanto lo sia Antonio Gramsci, e cioè il filosofo marxista ungherese Lucacs “Dobbiamo renderci conto che abbiamo a che fare con un nuovo inizio o, per usare un’analogia, che noi ora siamo negli anni Venti del secolo ventesimo, ma in un certo senso, agli inizi del del secolo diciannovesimo, poco dopo la rivoluzione francese… credo che questa idea sia molto importante per un teorico, perché ci si dispera assai presto quando l’enunciazione di certe verità produce solo un eco molto molto limitata.” Ecco, qui sta il cuore del problema. Ci si dispera assai presto, quando ciò che diciamo viene facilmente soffocato e produce solo un eco molto limitato. Ed il solo antidoto per non cadere nella disperazione e nello scoraggiamento che l’isolamento comporta è la tranquilla e pacata convinzione di stare praticando uno spirito di scissione legittimo.  È questa base  - ma il lettore a quest’ora lo avrà già capito – della profonda affinità spirituale che sento con con Alain de Benoist, e che mi ha guidato in questo confronto politico e filosofico.

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