mercoledì 21 ottobre 2015

Di avventure e Africa


Leggere "Il corsaro nero. Herny de Monfreid l'ultimo avventuriero" di Stenio Solinas (Neri Pozza) è  come fare un viaggio fantastico sulle orme africane di un uomo dalle mille contraddizioni: spia, innamorato del fascismo italiano, trafficante d'armi, perle e stupefacenti, pirata, scrittore. È un libro stracolmo di suggestioni, di inviti alla lettura, all'avventura, alla ricerca. Trascrivo a mo' di esempio un brano dedicato all'avventura coloniale italiana e a tre uomini dei quali non credo avrete mai sentito parlare:

"Eppure, se si va a guardare un po' più in profondità, oltre la patina colorata della gita scolastica e dell'esibizione muscolare, e il suo contraltare di una infezione dello spirito, il Corno d'Africa italiano è fatto anche di presene tali da incutere ammirazione, tipi umani unici e insieme emblematici perché rappresentativi di un humus che ne permette la crescita, nel quale affondano le loro radici. Si tratta di gente che, di là dalle differenze d'età e di mestiere, è accomunata da quella dote che Wilfred Thesiger invidierà a Henry de Monfreid e che è alla base della straordinaria e più che ventennale esperienza africana di quest'ultimo: l'immergersi nell'altro da sé, accettarlo e rispettarlo, stringere legami, adottare un codice d'onore. Il primo che viene alla mente è Amedeo Guillet, classe 1909, ufficiale di cavalleria degli Spahi durante la guerra d'Etiopia e poi nello scacchiere bellico dell'Africa orientale; Il Commandar as-Shaytan, il Comandante Diavolo del Gruppo Bande Amhara a cavallo; l'uomo che trasforma quel conflitto in una specie di guerra di corsa fra le colline e le pianure, vestito come un arabo, Kedija, la figlia di uno Shayk del Semien, come compagna di vita e di lotta, mesi di guerriglia alla testa di una banda composta da guerriglieri eritrei, etiopi e arabi, all'insegna del genio tattico e del coraggio...La foto, scattata di nascosto nel 1941, che lo ritrae come Ahmed Abdullah al-Redai, operaio yemenita, rimanda singolarmente al de Monfreid "pirata" del ma Rosso e racconta l'incredibile "guerra privata" che, dopo la resa italiana, Guillet continua in un susseguirsi di travestimenti e traversie sino al raggiungimento dello Yemen neutrale. Guillet non è fascista, sicuramente non lo è nella accezione banalmente denigratoria di un certo moralismo storiografico, è qualcosa di più, è un italiano che serve lealmente il suo Paese, che pensa che se si fa una guerra si deve cercare di vincerla, combattere bene, deporre le armi solo quando ogni resistenza si rivela inutile. Guilet è anche il più eccentrico rispetto al rapporto vita-scrittura fino a qui privilegiato. La sua è rimasta a lungo una memoria privata: solo molti anni dopo diverrà racconto biografico.
Della stessa pasta è Paolo Caccia Dominioni, di quindici anni più vecchio, già volontario nella Grande Guerra e in quella etiopica impegnato nella Pattuglia astrale di ascari K7, una rete di spionaggio antinglese che si avvale di personale indigeno, pastori del Tigrai e pescatori del mar Rosso; capitano delle truppe coloniali ai cui ascari, i soldati indigeni inquadrati, dedicherà due libri, e poi ufficiale superiore sul fronte libico. Ingegnere, architetto, scrittore, la sua è l'opera antiretorica di chi nel secondo dopoguerra si impegnerà nella costruzione di quel sacrario di Quota 33 destinato a raccogliere spoglie e cimeli dei caduti italiani di El-Alamein.
Alberto Denti di Pirajno è il terzo e ultimo di questi italiani con il mal d'Africa: aveva dieci anni più di Dominioni, una ventina più di Guillet, come il primo era stato ufficiale nella guerra '15-18 e, medico, nel 1924 aveva aperto l'ambulatorio di B duerat el-Hsun, in Tripolitania, poi di Mizda e di Misurata, per passare in seguito in Eritrea, Somalia e Etiopia, e in ultimo a Tripoli come prefetto. Dopo l'occupazione della città da parte delle truppe del generale Montgomery, nel 1943 si ritroverà prigioniero di guerra in una serie di campi di concentramento, dall'Uganda al Kenya, che sono in parte gli stessi di cui Henry de Monfreid sarebbe stato "ospite". Dotato anche un talento di ritrattista, mentre de Monfreid aveva quello di paesaggista, entrambi lo useranno come merce di scambio con i loro carcerieri...La mia seconda educazione inglese è il libro scritto da Denti di Pirajno su quell'esperienza: "In verità, il prigioniero di guerra è come il cadavere nelle mani del lavatore dei morti" scriverà per riassumerla. Un medico in Africa è invece (come il mai tradotto A Grave for a Dolphin, che Denti scrisse direttamente in inglese, lingua conosciuta alla perfezione in virtù della sua "prima" educazione inglese) il racconto dei venti anni precedenti, l'immersione fra tribù e malattie, leggende, animali e tipi umani: mendicanti, prostitute, principi, contrabbandieri...
Ciascuno a suo modo, Guillet, Caccia Dominoni e Denti di Pirajno illuminano i nostri Ludi africani e sono lì a ricordarci ciò che troppo spesso viene frettolosamente dimenticato. Da Marco Polo a Pietro Della Valle, passando per Alvise del Mosto e le catalogazioni di Giovanni Battista Ramusio, fino al XVIII secolo siamo stati grandi viaggiatori, poi la decadenza politica e sociale della penisola l'ha avuta vinta e l'ultimo campione di una tradizione illustre, Giacomo Casanova, è un veneziano proscritto in patria, che scrive in francese e non lascia eredi. È un peccato, perché la sua Histoire de ma vie incarna quello che nel Novecento sarà il prototipo dell'avventuriero tentato dall'azione e dalla dissipazione, solitario e sempre in movimento, eternamente fuori posto." (pp 54-57)

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