venerdì 4 settembre 2015

Le notti e una vecchia recensione dedicata a mia madre




Da parecchio tempo mi sveglio in piena notte, verso mezzanotte, o l'una, le due, le tre, di soprassalto, un peso che mi comprime il petto e che mi toglie il fiato. Lo stomaco rotto.
La testa che soffoca d'angoscia e il sonno che se ne è andato per sempre.
Mi alzo e resto sul divano a guardare tv o a cercare di leggere. Bevo un caffè, birra o vino oppure rimango sdraiato a guardare il soffitto vuoto. Anche la mia compagna dorme pochissimo. Tre, quattro ore a notte.
Se poi devo lavorare, alle 5 e mezza sono già fuori di casa.
Stamani mi sono specchiato nel camerino di un negozio di abbigliamento. 
Volto pallidissimo quasi giallo, occhi iniettati di sangue, la pelle rovinata, la calvizie che avanza.
Eppure mi riconoscevo perché l'immagine che ho di me è proprio quella.
Fuori succedono tragedie, catastrofi e la gente scrive il suo compitino, si vanta della sua solidarietà e dell'angoscia che dura il tempo di un istante perché commuoversi, strapparsi le vesti è come cagare o pisciare.
Ma io in testa ho solo una spiaggia, un'isola dove poter riposare e starmene in disparte senza pensare più a niente.
Senza questo genere di lavori, mostre, impegni, supermercati, inaugurazioni, spiegazioni, traffico, palazzi, tangenziali, autostrade, ospedali, cimiteri, giornalisti, moralizzatori, bollette, banche, multe, avvocati. 
L'oceano che mi esplode in faccia.
Oppure il caldo mare del Mediterraneo.
Farei fatica a scegliere un libro da portarmi con me.
Oggi potrei dire "L'arte di vivere in difesa" di Chad Harbach. 


Lo recensii su Lankelot ed è una delle recensioni a cui sono più affezionato. Interamente dedicata a mia madre. Qui la copio e la incollo e ve la potete leggere qui o là.

Su uno scaffale del suo ufficio Schwartz teneva una lunga fila di DVD ordinati per data con la registrazione degli allenamenti in battuta di Henry. Un archivio completo dei suoi progressi sotto la tutela di Schwartz, una settimana di duro lavoro dopo l’altra, dalla prima stagione a oggi. Avevano trascorso centinaia di ore a guardarli insieme, smontando e ricostruendo i movimenti, fotogramma per fotogramma. Con l’attrezzatura giusta e tempo da perdere, si sarebbe potuto estrarre un fotogramma da ogni giorno di allenamento e ricomporre un video in progressione cronologica, così che l’Henry in attesa della palla sarebbe apparso magro e sfocato, con la mazza timidamente oscillante al di sopra del gomito ossuto, mentre l’Henry che girava, accompagnando il movimento con tale determinazione da toccarsi con la mazza tra le scapole alla fine del gioco, sarebbe stato scolpito e risoluto, lo sguardo duro, i ricci cancellati da un taglio a spazzola. La creazione di un professionista, l’estrazione di efficienza bruta dal genio innato.” (pag. 257)

Primo inning. Alla quasi totalità degli italiani (a meno che siate fans di Elio e Le Storie Tese) non frega quasi nulla del baseball e lo stesso ragionamento potrebbe valere per il resto degli esseri umani che vivono al di fuori degli Stati Uniti (tenendo sempre presente che fra gli statunitensi ci sono milioni di persone che se ne fregano di questo sport) o di quella ristretta cerchia di Paesi dove il baseball gode di una certa popolarità come Cuba e Giappone. Il baseball passa per essere un gioco incomprensibile, un gioco noioso, un gioco da femminucce, un gioco da americani. Se siete su questa lunghezza d’onda, il mio consiglio è di tenervi alla larga dal romanzo di Chard Harbach “L’arte di vivere in difesa” (Rizzoli, 2012, traduzione di Letizia Sacchini) perché questo romanzo vive di baseball, parla di baseball, anche se è lungo cinquecento pagine e c’è tantissima altra carne al fuoco oltre al baseball. Non che quello di Harbach sia un romanzo escludente per chi se ne frega del baseball, tutt’altro, è naturale non conoscere tutto ciò di cui si legge ma questo è un libro che pretende quantomeno una disposizione mentale o una concessione di credito verso questo gioco. E quindi la sua voglia di conoscerlo, di immaginarsi nel cervello un diamante, di immaginare cosa significa tenere una mazza fra le mani. Un romanzo che tratta di sport è una faccenda complicata e infatti di buoni romanzi sportivi non è che ce ne siano in giro poi tanti. È complicato scrivere di sport, così come è complicato filmarlo e se è già difficile scrivere e filmare in generale, provate voi a immaginare quali difficoltà abbia dovuto superare Harbach per scrivere questo romanzo. Molto più facile commentare lo sport vero, narrarlo, ricordarlo ma scriverci attorno un romanzo di finzione, girarci attorno un film è una questione davvero complicata. Ecco, allora in questo primo inning vi lascio la porta aperta. Se avete già pagato il biglietto, rimanete seduti perché il libro vi porterà a spasso. Se siete alla ricerca di un biglietto-romanzo che racconti di sport (ripeto, non è solo un romanzo di sport) in maniera convincente e fuori dagli schemi mentali a cui siete abituati, allora spendete i vostri soldi e cercatelo anche usato perché l’usato non trasmette infezioni e un libro usato di sport strizza l’occhio ai cimeli, alle figurine da collezionare, ai palloni o alle magliette da farsi firmare e al massimo fidatevi dei bagarini giusti che il biglietto ce l’hanno ma si fanno un po’ desiderare per smollarlo. Se invece del baseball così come dello sport non ve ne frega nulla, allontanatevi, però ecco, se avete visto chessò, “Toro Scatenato” di Martin Scorsese, spero che sappiate riconoscere la bellezza che scaturisce quando grazia narrativa e sport s’intrecciano. Perché, così, tanto per capirci, “Toro scatenato” mica parla solo di boxe così, come, per fare un altro esempio, nemmeno “Casinò”, sempre di Scorsese, parla solo di casinò.

“Per Schwartz era questo il paradosso fondamentale del baseball, o del football, o di qualsiasi sport. La gente lo amava perché lo considerava un’arte: un’attività apparentemente inutile praticata da individui con un particolare talento, che sfuggiva a qualsiasi tentativo di definizione eppure a tratti sembrava comunicare qualcosa di vero, o addirittura cruciale, sulla Condizione Umana. E la Condizione Umana consisteva, alla fine, nel fatto di essere vivi e di avere accesso alla bellezza, di poterla anche ogni tanto creare, ma di finire un giorno morti, senza più bellezza alcuna.” (pp. 257-258)

Secondo inning. Quando parliamo di baseball non stiamo certo parlando di un oggetto non identificato per lettori e spettatori tv. Basti pensare che uno dei romanzi più importanti e sconvolgenti degli ultimi vent’anni, “Underworld” di Don DeLillo, ruota tutto intorno a una pallina da baseball scomparsa ed è francamente indimenticabile il prologo, “Il trionfo della morte”, che si chiude con: “Tutti i frammenti del pomeriggio si accumulano intorno alla sua figura a mezz’aria. Urli, schiocchi di mazza, vesciche piene e sbadigli isolati, il numero infinito di cose che, come granelli di sabbia, non si possono contare. Tutto sta scivolando indelebilmente nel passato.” Stilare una lista completa è impossibile ma mi basta ricordare il colpevolmente ignorato romanzo “Il gioco di Henry” di Robert Coover che ha come protagonista un uomo che ha fatto del baseball la propria ossessione e che non è più in grado di distinguere fra reale e irreale e vive in un campionato alternativo, oppure “Il migliore” di Bernard Malamud portato sullo schermo da Barry Levinson con Robert Redford nelle vesti di protagonista, “Un anno terribile” di John Fante, “The Fan” di Peter Abrahams sul rapporto malato fra campione e tifosi e mi fermo qui. Anche se devo confessare che il mio amore per il baseball deriva principalmente dai Peanuts e da un piccolo grande capolavoro dei cartoni animati: “Tommy la stella dei Giants”. Non mi ricordo la striscia precisa, la situazione, gli scambi fra Charlie Brown e Piperita Patty, so solo che leggendo delle disavventure di quella squadra fantasma sbocciò il mio amore per uno sport che non avrei mai praticato. Ancora oggi quando rileggo le strisce di Schulz vengo preso da una commozione fortissima e per certi anni evitai di leggerle per non bloccarmi totalmente, così come mi accadde, per esempio, con “I nove racconti” di Salinger o “In Utero” e ultimamente, forse anche per merito della colonna sonora dei Mogwai, con la prodigiosa serie televisiva francese “Les Revenants”, che infatti mi sono ripromesso di non seguire più. Per quanto riguarda “Tommy”, credo che siano in pochi quelli che l’abbiano visto e che se lo ricordino (più facile rinverdire i fasti di Holly, Mimì, Mila) mentre io lo conservo distintamente come una delle serie animate più dure e massacranti che io abbia mai visto (ma era una caratteristica che accumunava, credo, la totalità degli anime sportivi) e che si è sedimentata così in profondità nel mio cervello che talvolta la faccia di Tommy mi compare in sogno insieme a quella del pugile Rocky Joe.

“Il baseball era un’arte, ma per arrivare all’eccellenza ci si doveva trasformare in una macchina. Non contava quanto magistralmente uno riuscisse a giocare a volte, come si comportasse nella sua giornata migliore, quante giocate spettacolari mettesse a segno. Non si era pittori o scrittori: non si lavorava nell’intimità della propria stanza per poi scartare gli svarioni e mostrare al mondo solo i capolavori. Per un giocatore di baseball, come per ogni macchina, l’essenziale era la capacità di ripetersi. I momenti di ispirazione non erano nulla in confronto all’eliminazione dell’errore.” (pag. 258)

Secondo inning, postilla 1. Rimanendo nel campo delle narrazioni che s’intrecciano alle discipline sportive, come dimenticare “La regina degli scacchi” di Walter Tevis?. Anche se la domanda più ovvia si starà già facendo breccia nei vostri cervelli: “Sicuro che il gioco degli scacchi sia uno sport?” Non lo so. E la stessa questione potrebbe essere posta per il biliardo.

“Agli scout importava poco e niente della grazia sovrannaturale di Henry, e in caso contrario voleva dire che erano degli esteti rincoglioniti, e come scout facevano cagare. Sei capace di funzionare a richiesta, come un’auto, una fornace, una pistola? Sei capace di azzeccare il tiro nei minimi dettagli cento volte su cento? Se non cento, almeno novantanove?” (pag. 258)

Secondo inning, postilla 1. Spesso quando si legge di sport si finisce per sedersi su un trenino che corre su binari abbastanza prefissati e che potremmo azzardare a definire classici, sia che le storie siano di pura finzione sia che narrino di fatti realmente accaduti. I soggetti solitamente sono: ascesa e caduta di un campione, la resurrezione del campione, il povero sfigato ragazzo di campagna che diventa un campione dopo infiniti tribolamenti, squadre malconce composte da uno shaker di terze scelte, tossici, obesi, superinfortunati, provinciali, minoranze etniche (persino animali) che partendo sfavoriti riescono a vincere campionati o a stabilire record con l’indimenticabile abbraccio/bacio/scopata/fuga finale, oppure grandi campioni che furono uccisi in quella data guerra, in quel campo di concentramento. Spesso il messaggio di queste opere è educativo, pomposo, assolutorio, conservatore e rende insopportabili, illeggibili, soporifere, indistinguibili l'una dall’altra. Ed è per questo che un romanzo come “I mastini di Dallas” si distingue dal resto della colata lavica e proprio per questo viene dimenticato, recuperato, e, badate bene, nuovamente dimenticato. Harbach prende tutte questi argomenti e in parte li mescola, in parte se ne disfa ma soprattutto gioca sulle atmosfere, sui particolari, sulle differenze, su personaggi non incasellabili e con poco di educativo. L’opera di Harbach si distingue da gran parte della produzione sportiva (mi sto muovendo per semplificazioni) già nel titolo che è un vero e proprio programma: “L’arte di vivere in difesa” (in originale “The Art of Fielding”). Provate a soppesarlo in bocca. Pronunciatelo a voce alta, poi recitatelo in silenzio nella vostra testa. È solo una mia fisima o c’è qualcosa di mantrico in questo titolo? Anche se non hai nemmeno aperto il romanzo questo titolo ti sta già facendo capire che Harbach sta percorrendo un’altra strada e ti sta chiedendo di dargli la mano, di fidarti di lui e nello stesso di sentirti libero di fare quello che vuoi: diciamocela tutta, non è che la difesa e i difensori stuzzichino più di tanto i tifosi, i lettori, gli spettatori (a meno che, trasvolando sui campi da calcio, non sia uno come Alessandro Nesta, che piaceva non solo per le sue doti tecniche), quando senti qualcuno che parla di difesa già lo consideri un mollaccione, un timidone, uno che ha paura del mondo oppure una testa quadrata, uno tutto muscoli e niente cervello, uno che non esce mai dal guscio e che vuole solo picchiare e farti il più male possibile. E tra l’altro “L’arte di vivere in difesa” ricorda altri due libri che nei titoli uniscono alla parola Arte due parole che per molti non c’entrano nulla con l’arte: “L’arte della guerra” e “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”. Vivere in difesa che significa? Ecco allora in questa postilla del secondo inning forse state cominciando a capire che il romanzo di Harbach ha come nucleo fondamentale il baseball ma non racconta solo di baseball e chiariamoci subito che la bellezza di questo romanzo sta nel fatto di non aver utilizzato il baseball come pretesto per parlare d’altro, insomma come cornice, no, Harbach scrive di baseball come Dio come comanda e poi scrive di amicizia, droga, sesso, morte, omosessualità, sconfitta, perdita. Perché il baseball non lo giocano dei robot ma degli esseri umani in carne e ossa, in questo caso giovanissimi, che studiano, sognano e sono circondati da familiari, professori, ragazze, divorziati, cani, scrittori e parecchio altro.

Secondo inning, postilla 2: Ho volutamente dimenticato ciò che David Foster Wallace ha compiuto scrivendo di tennis in “Infinite Jest” e nel suo atto d’amore per Roger Federer perché se si sale su quell’aereo si decolla verso le galassie dell’indescrivibile.

“All’estrema sinistra dello scaffale di DVD c’era una videocassetta priva di etichetta. Schwartz la estrasse dalla custodia e la inserì nel vecchio videoregistratore. “Cos’è quella?” chiese Henry. “Vedrai.” Schwartz la guardava ogni tanto, in piena notte, con lo stesSo spirito con cui rileggeva certi passaggi di Aurelio. Gli sembrava così, di consolidare certi componenti ineffabili della sua personalità che minacciavano di sfuggirgli se non fosse rimasto vigile.” (pag. 258)

Terzo inning. La Trama. “L’arte di vivere in difesa” è un romanzo corale e dallo stile che si mantiene nitido per tutte le sue cinquecento pagine, mescolando registri diversi per ciascuno dei personaggi e modulandosi perfettamente nel raccontare le varie fasi di gioco sempre evitando insopportabili derive giornalistiche. Sostanzialmente la trama è esile: c’è un ragazzino, Henry Skrimshander , che vive in una sperduta cittadina del South Dakota. Ama giocare a baseball, il suo mito è il grande campione Aparicio Rodriguez, che ha studiato nei minimi particolari e di cui ha letto il suo “Arte della difesa”, un libretto di pensieri/aforismi/insegnamenti che per Henry è come il Vangelo. Durante una partita Henry viene notato da Mike Schwartz, ragazzotto del Westish College (college non di primo piano situato sul lago Michigan) con le ginocchia e le braccia distrutte per il troppo giocare a football e baseball e che aspira a entrare nelle migliori università del Paese. Mike rimane letteralmente folgorato dalle qualità da interbase di Henry, riconosce in lui il talento, la grazia, la facilità dei gesti tipici di un campione e decide di portarselo con sé a Westish per farlo maturare come sportivo e come uomo in modo tale da trasformarlo in un vero campione da Major League. A Westish Henry primeggia in breve tempo, lasciando restare a bocca aperta tutti quanti. Ma Henry è anche un ragazzino e vive in un college e allora la narrazione si fa sin da subito corale: ecco Owen Dunne, compagno di stanza e di squadra di Henry, omosessuale e con un talento letterario, soprannominato il “Buddha”, che intreccerà una tenerissima relazione con il rettore Guert Affenlight, cultore di Herman Melville e autore in gioventù di uno straordinario libro di critica letteraria. Non dimentichiamo nemmeno Pella, la giovane figlia del rettore, che dopo anni di silenzio, molla il marito a San Francisco e torna a vivere nel College, guadagnandosi da vivere come lavapiatti nella mensa. Ragazza fragile, depressa, piena di tic, che farà perdere la testa a Mike. E intanto Henry si bloccherà, il suo talento sembra andare in fumo e intorno a lui saranno tante altre questioni ad andare in rovina. Le cose si faranno complicate e mi fermo qui perché la storia prende delle strade inusuali che è un peccato rivelarvi.

“Quel giorno la videocamera era stata posizionata su un treppiede dietro il piatto di casa base. La rete di protezione tagliava trasversalmente l’inquadratura. Il sole spandeva una luce lattiginosa, sbiancando una parte dello schermo. Così, quando Henry si spostava sulla destra, la sua canottiera bianca e il suo intero corpo ossuto si dissolvevano in uno spettrale alone di luce. Henry si osservò recuperare alcuni rasoterra e tirarli con forza in prima base. “È quel giorno a Peoria” Schwartz annuì. (pp. 258-259)

Quarto inning. Il romanzo vive del rapporto fraterno/sportivo fra Henry e Mike. Un classico rapporto fra studente e insegnante, fra discepolo e maestro, fra giocatore e allenatore e che almeno nella prima parte ricorda il rapporto che corre fra il maestro Yoda e Luke Skywalker in “Guerre Stellari”. Il maestro che, riconosciuta l’eccezionalità dell’allievo che si trova fra le mani, non si dimentica di educarlo, di spronarlo, di fargli sputare sangue ogni giorno, di fargli apprendere tutto ciò che ancora non conosce, insegnandogli i valori dell’umilità, della fatica, del sacrificio, della solidarietà, della sconfitta. Tutto ok, solo che Harbach inserisce nella storia l’invidia, il dramma, il fallimento. A Mike le cose smettono di girare per il verso giusto, le domande per accedere alle migliori università vengono respinte una dietro l’altra mentre il suo protetto comincia a ricevere le prime offerte dalle grandi squadre, si parla di contratti, di record da battere, gli scout hanno occhi solo per lui . Mike comincia a vivere con più distanza e difficoltà il rapporto con Henry e quando Henry comincia a vacillare e poi crolla di schianto non sa più che fare per lui. Crolla tutto, crolla Henry e crolla anche il loro rapporto e tutti i tentativi per rimetterlo in piedi sono del tutto inutili perché manca la reciproca fiducia oltre che la fiducia in se stessi. Ma Harbach non si ferma qui, instilla un altro dubbio nella narrazione, tramite la figura di Pella: ma non è che c’è sempre stato qualcosa di malato in questo rapporto? In questa dipendenza reciproca? Non è che i due si sono fatti più male che bene e sioè si sono dimenticati del cuore, della vita fuori dai campi e sono diventati ciascuno padre/padrone dell’altro? Non è che questo crollo è salutare qualunque cosa poi possa accadrà? Anche perché Harbach ha evitato fin da subito qualsivoglia scontro fra il vecchio campione al tramonto e il giovane campione che scalpita al suo fianco. Henry è un campione che non si è mai visto e Mike non si mette mai in competizione con lui. Però forse Mike sta educando Henry come se fosse un cane e non un essere umano. Pensi che tutto sia finito e poi c’è questo finale che vi riempirà la testa di dubbi: che diavolo di scelta è quella che fa Henry? Harbach dà credibilità a questa scelta. La sentirete dentro di voi, lo spero. Crescendo, o per meglio dire invecchiando, si tende a specchiarsi forse più in Mike che in Henry e ci si chiede dove sta il limite fra educatore e kapò, fra amico e proprietario esclusivo, fra maestro e desposta, fra genitore e stronzo. E a proposito di insegnanti/educatori è impossibile non ricordare i personaggi di Infinite Jest: Avril Incandenza, Charles Tevis della Enfield Tennis Academy e Don Gately della Ennet House e ragionare su cosa fanno per i propri allievi/tossici. Così come è impossibile non ripensare al crollo, per tutt'altri motivi (ma anche no), di Hal Incandenza.

“Cavolo chi te l’ha data?” “La mia squadra dell’American Legion. Riprendevamo tutte le partite.” Al termine della performance di Henry in quel torrido pomeriggio, Schwartz aveva dato un’occhiata alla videocamera e aveva visto la lucina rossa ancora accesa. Voleva una registrazione; voleva una prova tangibile che dimostrasse agli altri, ma soprattutto a se stesso, che non aveva sopravvalutato il talento di Henry, e tanto meno era stato vittima di un’allucinazione. Quindi aveva requisito la cassetta, l’aveva guardata e riguardata e ne aveva inviata una copia a Coach Cox. Era stata, in pratica, la domanda di ammissione di Henry a Westish.” (pag. 259)

Quinto inning. La squadra. Harbach non si dimentica dell’esistenza di una squadra intorno a Henry. Una squadra malconcia prima del suo arrivo e che grazie al suo talento comincerà a “svoltare”. L’autore non dimentica i riti personali e collettivi, le trasferte e quello che ci accade durante, la vita negli spogliatoi, l'allenatore, gli allenamenti, le rivalità fra i vari giocatori, i medicinali, gli stati d’animo pre/durante/post partita, l’abbigliamento, le feste (divertentissime le pagine in cui un giocatore della squadra si diverte con la sorellina di Henry), gli obiettivi. Una squadra è un mondo strano, a parte. Chiunque abbia praticato sport di squadra conosce bene questa situazione. C’è/viene trovato un posto per tutti: per il timido, il debole, il campione, lo sputasangue, il cattivone, il talento, l’infortunato cronico, il fuori di testa, il “costretto a giocare” dalla famiglia/sponsor/professori/dirigenza, lo scarso. All’interno di una squadra si sente la mancanza degli assenti. Si perde un arto e bisogna necessariamente riplasmarsi. E allora Harbach va nuovamente a segno perché la squadra comincia a decollare davvero quando Henry non c’è. La squadra prima del grande talento valeva poco, con l’arrivo del talento si mette in pista, senza il talento decolla. In parole povere il Westish vince e continua a vincere senza Henry. Ma lui gioca ancora con la squadra. Perché un conto è cambiare squadra, un conto è invece essere in stand-by e tutti i compagni sanno che quel giocatore respira con te anche se non c’è. Lui è lì con te, sta con te. “Fino a quel giorno Henry aveva ignorato l’esistenza della cassetta. Schwartz non avrebbe saputo spiegare perché negli ultimi tre anni l’avesse tenuta per sé, quasi contenesse una parte di Henry che apparteneva più a lui che a Henry stesso. Una parte che non voleva condividere con nessuno. “Cavolo” ripetè Henry. “Ero magrissimo. Date a quel ragazzino un po’ di SuperBoost!”. “Shh! Guarda e basta.” Henry si passò una palla da baseball da una mano all’altra e fissò lo schermo. “Perché mi fai vedere questa roba?” “Guarda e basta, Skrim.” “Pensavo che magari avessi notato qualcosa.” “Forse noterari tu qualcosa. Se stai zitto e guardi.” Henry sembrò ferito. Smise di giocherellare con la palla e si concentrò sulle immagini.” (pag. 259)

Sesto inning. Omosessualità/Owen/Pella. Owen, la sua omosessualità e Pella sono altre due grandi qualità di questo libro. L’omosessualità di Owen è descritta senza alcuna volontà di creare scandalo, non c’è nessuno spirito macchiettistico, eccessivo e nemmeno ammantato di istanze rivoluzionarie ma solo e soltanto normalità, perché la condizione sessuale dovrebbe essere questo, normalità, qualunque essa sia. Harbach però non dimentica il fatto che di problemi gli orientamenti sessuali ne provocano ancora e allora ecco i dubbi dei genitori di Henry quando vengono a sapere che il compagno di stanza del figlio è omosessuale, ecco tutte le paure che Gert vive nello scoprire le proprie pulsioni e nell’instaurare una relazione clandestina con Owen. Le discriminazioni esistono tutte e si faranno sentire eccome, perché un certo mondo rimane ancora arroccato su posizioni retrive ma Harbach evita la pesantezza e i moralismi e lo far descrivendoci un Owen totalmente accettato dalla squadra. E stiamo parlando di quei giocatori che secondo alcuni stereotipi dovrebbero avere il cervello così minuscolo da prendersela con omosessuali, eccetera. Harbach ha uno sguardo di speranza verso le nuove generazioni ed evita tutti quei patetismi narrativi che circondano questi argomenti. Altri due aspetti mi hanno colpito: uno è come Harbach fa vivere l’amicizia sincera fra Henry e Owen e come descrive il rapporto timido fra Gert, adulto/rettore e Owen, ragazzino innamorato. Non c’è mai un passaggio pruriginoso e anzi, quando descrive i pompini che i due si scambiano, è impossibile trovarci qualcosa di scandaloso perché il sesso è quello, perché due innamorati si fanno quello e si fanno tanto altro. Tutto qui. Su Pella: era forse l’aspetto che maggiormente mi preoccupava. Mi aspettavo la solita figura femminile che spesso compare nelle produzioni di argomento sportivo e invece Pella è un personaggio con la sua importanza nella storia ma soprattutto è una figura femminile fuori dai canoni. Bella sì, ma a modo suo. Fragile, incompiuta, piena di tic però anche un po’ stronza, furbetta, snob, che non sa cosa fare nel mondo, che non ci mette nulla ad andare a letto con Mike ma anche a fare altro, che fa le scelte sbagliate perché ha provato comunque a fare delle scelte. È una ragazza incompiuta e che probabilmente rimarrà sempre incompiuta ma che scompagina le carte. A metà fra Piperita Patty e un dolcissimo angelo. Senza di lei Henry sarebbe ancora fermo ma è anche per colpa di Pella e della sua disponibilità che Henry rischia di scivolare ancora più in basso. E questo vale anche per Mike. Non è che Pella capisca davvero tutto, non è la Fatina magica che risolve i problemi, anzi ne crea degli altri. Però è buona e a questo mondo è sempre più diffcile trovare personaggi che abbiano in corpo queste tonnellate di bontà, senza quasi mai un’ombra di cinismo. Personaggio memorabile davvero Pella. (E anche qui, con le dovute differenze, perché non ne raggiunge il livello, ma ho pensato a Joelle Van Dyne/ Madame Psychosis sempre di “Infinite Jest”)

                            

“Scusami” borbottò Schwartz. Stava facendo ben poco per aiutare il suo amico. Battergli qualche rasoterra in più, ripetere stupide banalità come rilassati e lascia andare il braccio era supporto morale, nulla di più. Quando Henry scendeva in campo, era completamente solo. C’era questa solitudine anche sullo schermo; la si leggeva nell’implacabile e solitaria imperturbabilità sul viso sudato di quel ragazzino mentre agguantava la palla di rovescio e la scagliava nel guantone del suo paffuto prima base. Ma Henry non si isolava dai compagni, anzi, era più vivace sul diamante che in qualsiasi altro posto. E tuttavia, per quanto chiacchierasse o si scaldasse o corresse qua e là, nei suoi occhi c’era sempre un qualcosa di spaventosamente distaccato: sembrava un solista così in armonia con la musica da essere irraggiungibile. Non potete seguirmi fin qui, parevano dire i suoi miti occhi azzurri. Non saprete mai come ci si sente.” (pag. 259-260)

Settimo inning. Campione. Tutti abbiamo un nostro campione di riferimento. Che sia un astronauta, uno scienziato, un cantante, uno scrittore, un parente, un amico, un santo. Ci indicano la via, ci fanno innamorare, ci consolano nei momenti neri, ci fanno lavorare/spostare/spendere soldi per poterli conoscere. Henry, che è un campione in erba, senza Aparicio Rodriguez non sarebbe nessuno. Aparicio è per lui il più grande giocatore di baseball sulla faccia della Terra. Il campione che ha “scritto” un libro che contiene pillole di questo tipo: “26. L’interbase è fonte di stabilità nel cuore della difesa. È lui a proiettare tale stabilità, che i suoi compagni assorbono di riflesso.” oppure “213. La morte èla definitiva sanzione dell’operato di un atleta.” Un campione affronta le sofferenze, le sconfitte, si allena duramente ogni giorno, vive in un’altra dimensione mentale. Sembra che nulla lo tocchi. Non si deve far toccare da nulla altrimenti non saprebbe scendere in campo. Il campione sa ripetersi, sa vedere qualcosa che gli altri non vedranno mai, lo vede in anticipo e lo fa spesso, non una volta sola. E lo fa con leggerezza, come se fosse la cosa più semplice al mondo. Eppure dietro c’è sempre fatica. Senza allenamento un giocatore non diventerà mai un campione. Fatto sta che questo campione arriva per assistare a una partita della squadra di Henry e Harbach non ce lo tratteggia proprio come un uomo da imitare, anzi. Ce lo mostra come una mummia, uno che parla per frasi filosofiche, uno che non ha sentimenti, uno che non prova empatia per un ragazzo che in quel momento sta fallendo. Henry forse ha troppi sentimenti, anche se non li sa esprimere. Aparicio è sugli spalti, distante, assente, un dittatore. Spesso accade di uscire delusi dall’incontro con il nostro amato campione. Perché forse non bisogna mai incontrarli i campioni ma prenderli solo ad esempio.

“Adesso, quando Henry calpestava il suolo del diamante, i suoi occhi, dicevano la stessa cosa, però con una sfumatura sempre più forte di terrore. Non saprete mai come ci si sente. Il baseball, nel suo modo pacato, era uno sport logorante. Il football, il basket, l’hockey, il lacross erano tutti sport di contatto. Il giocatore poteva dare il proprio contributo a forza di spintoni e di zuffe. Poteva redimersi grazie al puro ardore.” (pag. 260)

Ottavo inning. Barba/ Herman Melville. Melville è uno di quegli scrittori tanto citati ma purtroppo poco letti. Leggendo “L’arte di vivere in difesa” forse vi verrà voglia di andare in biblioteca e prendere in prestito i suoi scritti. Al Westish College Melville tenne una conferenza e grazie a un’abile strategia di marketing lo scrittore è divenuto anche un modo per far soldi (fondi, magliette, tazze, gadget) e il rettore Gert è un super studioso di Melville e in gioventù ha solcato come lui gli oceani. Ma soprattutto Melville/Moby Dick sono una presenza costante in questo romanzo, in primis per la barba che cresce e cresce sui volti di Mike e Henry perché quanto tutto crolla non conta più curarsi di se stessi e la barba cresce quando si fa a meno del superfluo, quando dell’apparire presentabili non si sa più che farsene ma la barba cresce anche per rituali sportivi, perché tagliarsela significherebbe sfortuna, e la barba cresce senza nemmeno che tu te ne accorgi perché non fai più distinzione fra giorno e notte, fra partita e allenamento, esattamente come accade ai giocatori della squadra del Westish. Ma tornando a Melville, scrittore dalla bellissima barba, impossibile non pensare al rapporto Achab/Moby Dick, alla nave, a Ismaele mentre si legge questo romanzo e viene naturale sovrapporre il comandante e la balena a Mike e Henry, a Henry e il baseball, Melville e il mare a Gert e al lago Michigan, Ismaele a Pella, la ciurma alla squadra. Servirebbe un’altra recensione per discutere di questi argomenti però se avete letto Moby Dick vedrete che ci penserete anche voi. E tra l’altro in una parte fondamentale del romanzo viene letto un capitolo breve ma intenso di “Moby Dick” (nel romanzo “Moby Dick” viene spesso definito “Il Libro”) che è “La costa sottovento” (quello successivo è l’altrettanto memorabile “Il difensore”) e di cui riporto un passaggio nella vecchia traduzione di Neni D’Agostino dell’edizione 1976: “Ma in una tempesta il porto, la terra, è il pericolo più terribile per una nave. Essa deve fuggire ogni ospitalità; un solo contatto della terra, anche solo una carezza alla chiglia, la farebbero rabbrividire da cima a fondo. Con tutte le sue forze, la nave spiega ogni vela per scostarsi. E nel farlo, combatte proprio contro quei venti che la vorrebbero spingere verso casa, va cercando di nuovo tutta la mancanza di terra di quel mare infuriato. Si getta nel pericolo disperatamente, per amore di un riparo. E il suo unico amico è il suo nemico più feroce. Tu lo capisci, Bulkington? Pare che tu veda qualche barlume di quella verità insopportabile agli uomini, che ogni pensiero profondo e serio non è che uno sforzo coraggioso dell’anima per tenersi la libertà aperta del suo mare; mentre i venti più aspri del cielo e della terra cospirano per gettarla sulla costa insidiosa e servile. Ma la verità più alta, senza rive, indicibile come Dio, è soltanto nell’assenza di terra: e allora meglio subissarsi in quell’infinito ululio, piuttosto che essere sbattuti vergognosamente a sottovento, anche se in questo è la salvezza. Perché, a quel punto, chi vorrebbe strisciare a terra come un verme? Davvero il terribile è senza fondo. Ed è possibile che tutta questa agonia sia inutile? Coraggio, Bulkington, coraggio! Stringi i denti, semidio. Dalle sferzate d’acqua della tua morte nell’oceano si scaglia in alto, a perpendicolo, la tua deificazione.”

“Il baseball era diverso. Schwartz lo considerava uno sport omerico: non una mischia, bensì una serie di singoli duelli. Battitore contro lanciatore, difensore contro palla. Uno non poteva fiondarsi sul campo grugnendo e dando schiaffoni come faceva Schwartz quando giocava a football. Doveva restare fermo, aspettare e cercare di placare la mente. E quando arrivava il suo momento doveva essere pronto, perché se avesse cannato qualcosa sarebbe stato chiaro a tutti di chi era la colpa. Quale altro sport teneva un conteggio tanto crudele come quello degli errori, segnalandoli su un tabellone?” (pag. 260)

Draft. Semplificando potremmo dire che il draft è il sistema con cui le squadre professionistiche statunitensi scelgono ogni anno i giocatori provenienti dalle università o i senza contratto. Una scelta basata su vari fattori, in particolare il potenziale. E allora dopo aver condiviso con voi vari spunti come gli appunti su un taccuino degli scout che assistono alle partite di Henry, vi consiglio di leggere “L’arte di vivere in difesa” perché è un libro che commuove e fa piangere come fanno i film di Douglas Sirk e perché ci costringerà a riflettere sul significato di talento e sulla sconfitta. Che cos’è questo dannato talento? Per metterlo a frutto qual è la strada preferibile da percorrere: spingere l’acceleratore sulla tavoletta dell’individualismo o piegarlo e rimodularlo all’interno di un contesto più ampio e sfumato? Prendersi una pausa e chiedersi se si voglia davvero vedere il proprio nome nella Hall of Fame è un segno di debolezza o di libertà? E il vero talento non potrebbe solo essere quello di vivere la propria età e di scegliere al momento giusto ciò che sta nel nostro cuore? E se ciò significa diventare un campione tanto meglio. Lo so, sembrano considerazioni alla “Va dove ti porta il cuore” di Susanna Tamaro ma provate a immergervi nei dubbi che si insinuano in Henry mentre sta giocando o nel momento in cui Henry si blocca sul diamante e smette di giocare e scappa via e non sa più che fare della propria vita, perché in quel momento continuare a fare quella cosa è controproducente. Perché ti senti un fallito. Uno che non ha un posto in questo mondo. Se avete mai vissuto o state vivendo una fase del genere o tutta la vostra vita è un continuo fallimento e sentirvi vuoti allora capirete quanti dubbi stia sollevando Harbach sull’esistenza intera e non solo su un giocatore di baseball. E poi c’è da dire una cosa: leggetelo perché noi poveri cristi somigliamo di più a Henry, a chi vive in difesa che ai grandi campioni, ai grandi eroi, sempre che ne esistano veramente. Siamo più simili alle sue giravolte, al suo bloccarsi, al suo crollare, al suo tornare indietro, al suo cambiare strada, ai suoi tormenti che alle storielle edificanti che ci propinano quotidianamente. Perché Harbach scrive delle nostre esistenze irrisolte, di ciò che abbiamo perso per strada ma anche di ciò che abbiamo trovato o riscoperto e che gli altri non possono, non riescono e non vogliono capire. Perché il non capire la scelta di Henry e di Mike è del tutto simile a quando gli altri non capiscono e non condividono le nostre scelte. Scelte che gli altri non capiranno mai quanto siano, in verità, scelte coraggiose.

“Ci vollero dieci minuti per guardare la cassetta dall’inizio alla fine. Al termine, Schwartz la riavvolse; la riguardarono al rallentatore. Poi di nuovo a velocità normale. Poi un’altra volta al rallentatore. Uno scroscio di pioggia primaverile tamburellò sul tetto di metallo del centro sportivo. Il ragazzino sullo schermo prendeva e giocava una palla dopo l’altra, deciso e instancabile, immerso in un’estasi velata di noia. “Possiamo andare adesso?” Henry batteva nervosamente il piede sul tappeto. “Ho una fame da lupi.” Non era vero: aveva poco appetito, negli ultimi tempi, ma voleva uscire di lì. Era strana, perfino maniacale, la fissazione di Schwartz per quel video, quasi volesse riportare in vita il ragazzino osuto e avventato. Come se Henry fosse moto, anziché seduto lì a fianco. Sono qui, avrebbe voluto dirgli. “Un’altra volta” sussurrò Schwartz. “Solo una.” Lo guardarono di nuovo, e alla fine il dito di Schwartz indugiò ancora sul tasto rewind. Per lui il ragazzino sullo schermo era un messaggio cifrato, una sfinge, un messaggero muto arrivato da un altro tempo. Non saprete mai come ci si sente. Schwartz cercava di capirlo da anni, e ancora non si era arreso. Se fosse riuscito a intrufolarsi in quella mente vuota, a carpire la profezia del ragazzino dallo sguardo imperturbabile – senza espressione, esprime Dio – forse allora avrebbe saputo cosa fare. Henry si diresse in mensa, e Schwartz verso Glendinning Hall con la sua poco esaltante pila di raccoglitori sotto il braccio. Tornato a casa consumò tre rasoi per tagliarsi la barba che si era fatto crescere nel periodo della tesi.” (pp. 260-261)

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