lunedì 7 settembre 2015

La famiglia




Ieri sul cartaceo di Libero leggevo le recensioni di due libri: quella di Martino Ferro al saggio di Fabrice Hadjadj "Ma che cos'è la famiglia" (Ares) e quella di Gianluca Veneziani al dialogo fra Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo "C'è una vita prima della morte?" (Erikcson) e mi interrogavo su cos'è la mia famiglia, sui miei parenti che invecchiano, sulla morte che mi aspetta e non ne sono venuto a capo. Non ho quasi legami con la mia famiglia. Vedo mio padre una volta alla settimana ma ci scambiamo esclusivamente chiacchiere di circostanza. In tutto dieci minuti. Mia sorella non so nemmeno da quanto non la vedo. Conservazioni via telefono di pochi minuti, qualche messaggio e nulla più. E a ottobre si sposa pure. Col resto dei miei parenti non ho quasi nessun tipo di relazioni e meno male. Una vita così insomma. Del valore della famiglia non me ne frega assolutamente un cazzo. Anche se ci giro continuamente intorno. Anche se ci sono i nonni e gli zii e compagnia bella. Ma in fin dei conti il parlare d'altri e di me stesso in chiave fintamente autobiograficasterile sono il mio solo modo di relazionarmi col mondo che poi sono io, il mio specchio, la mia stanza, il mio divano, i miei occhi, il mio stomaco, la mia depressione. Raccontare storielle su persone morte e sepolte è un invito a pranzo, a cena dalla morte che soddisfa tutti i palati. Su Tripadvisor stellette e commenti. Altrimenti avrei poco o nulla per conquistare le simpatie altrui. Il silenzio sarebbe auspicabile. Ma rimanere in silenzio mortificherebbe il mio egocentrismo. La mia vanità. La mia superbia. La mia inconsistenza. La mia stupidità. La mia dipendenza. E ancora parole. Parole su parole. In attesa della solita merda.



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