sabato 19 settembre 2015

Due righe su "Via della Trincea" di Kari Hotakainen (Iperborea)


"Via della Trincea" di Kari Hotakainen (Iperborea, traduzione, e postfazione, dal finlandese di Nicola Rainò e con uno scritto di Paolo Nori) è uno dei romanzi più inquietanti, paranoici, angoscianti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. In realtà intorno a quest'opera ci giravo intorno da parecchio tempo. Lo avevo preso, poi abbandonato, poi ripreso, nuovamente abbandonato. Forse il mio cervello voleva mettermi in guardia dalle conseguenze. E aveva ragione. Che se poi mi mettessi a raccontare la trama non è che poi riuscirei a far capire le ragioni della mia angoscia. In pratica c'ü questo Matti Virtanen che per tanti anni in nome della Guerra di Liberazione delle Donne è stato un uomo di casa: la moglie al lavoro e lui a casa a occuparsi della figlia, della pulizia, della cucina e di tutto quello che un uomo di casa dovrebbe occuparsi. Un equilibrio precario che crolla miseramente quando Matti esplode e tira un pugno alla moglie con conseguente fine del matrimonio e moglie che si porta via la figlia. E quale straordinario progetto si forma nella mente di Matti per ricostruire il matrimonio? Quello di acquistare una villetta bifamiliare e realizzare così il sogno della miglia. Per realizzare questo sogno impossibile Matti si lancia in una campagna bellica fatta di straordinari, risparmi, massaggi erotici, ricettazione di oggetti di dubbia provenienza e ricostruzione di una forma fisica persa da anni e poi riviste, immobiliari, venditori, appunti, appostamenti alle ricerca della casa perfetta. Una guerra che farà precipitare Matti in una spirale senza uscite. Ecco ma io già mentre scrivevo queste righe mi sentivo un nodo alla gola. Pensate a leggere il romanzo. L'idea di felicità da raggiungere costi quel che costi. La bella casetta. L'economia di mercato. La forma fisica da conquistare. Il non poterlo fare. I quartieri lindi e preconfezionati. Le ricette di cucina formato Ikea. I venditori, i rappresentanti, gli impiegati. Nokia. Apple. Instagram. Il sogno di una vita perfetta. La casa. La casa. Il mutuo. I debiti. I tassi d'interesse. Che poi mi sono perso nei ricordi di Edward Mani di Forbice e Black Hole Sun dei Soundgarden. I miei vicini di casa che tutte le sera innaffiano per un'ora con la canna dell'acqua i loro tre metri per tre di giardino con la siepe alta quattro metri. Un recinto con  E poi i quartieri di moda. Quelli che diverranno di moda. I posti giusti dove abitare.  i locali giusti da frequentare. Quelli sbagliati. La speculazione. Le parole di Margaret Tatcher. I ristoranti. Il motivatore professionale. Le riunioni aziendali. I colleghi. Le agenzie interinali. La staccionata.
Un'angoscia devastante.
Quando ho chiuso il romanzo mi mancava il fiato e ho dovuto berci sopra per tornare a respirare.
Ma il dolore non passa e non passerà mai.




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