martedì 29 settembre 2015

Due righe su "Natasha" di David Bezmozgis (Guanda)



"Il dondolio replicò: Una cosa è la realtà, un cosa la verità. La realtà è che Tapka vivrà. Ma siamo onesti, la verità è che tu Tapka l'hai uccisa. Guarda Rita, guarda Misha. Vedi? Chi vuoi prendere in giro? Tu hai ucciso Tapka e non sarai mai perdonato." (pag. 25)

Leggere i sette racconti di "Natasha" di David Bezmozgis (Guanda, traduzione di Coraddo Piazzetta) è come sfogliare un album dei ricordi che raccontano una vita. Sette racconti usciti precedentemente per una serie di riviste che una volta riuniti danno vita a un esordio fulminante dello scrittore di origine lettone classe '73 emigrato nel 1989 in Canada con la sua famiglia e che poi avrebbe dato alla luce due romanzi "Il mondo libero" e "I traditori". Voce narrante di tutti i racconti, modulata sui suoi cambiamenti d'età, è quella di Mark, il figlio, attorno a cui si dispiegano le vicende della sua famiglia ebrea lettone Berman arrivata a Toronto in cerca di libertà e fortuna. Quello che si apre davanti agli occhi del lettore è un mondo ebraico di antichi riti, sinagoghe, yiddish che si mescola alla dura vita quotidiana degli immigrati fatta di precarietà lavorativa e economica, scoperta di lingua e costumi nuovissimi che per i più anziani rimarranno incomprensibili, di malinconia per il paese perduto, Lettonia/Unione Sovietica. La disposizione dei racconti permette di vivere l'evoluzione privata della famiglia Berman e quella più collettiva dell'emigrazione ebraica e del crollo del regime comunista. Si parte con "Tapka"che si aggiudica il premio di racconto più tragico della raccolta con una cagna, Tapka, che rappresenta tutto per la famiglia Nahumovsky e che Mark e sua cugina, a cui era stata affidata, non sapranno proteggere dalle insidie del nuovo mondo; sottilmente angosciante è invece "Roman Berman, massoterapista" col padre di famiglia operaio in una fabbrica di cioccolato ma con un passato in Lettonia di allenatore della Dinamo Riga che decide di aprire uno studio di massaggi combattendo una guerra sfiancante contro le difficoltà economiche, la condizione di cavia da museo dei ricordi e la sfortuna sempre presente; "Il secondo uomo più forte del mondo" è invece il racconto più incentrato sulla dittatura sovietica e sui suoi meccanismi di controllo e che vede sbarcare a Toronto, Sergej, uno dei più grandi sollevatori di peso al mondo e scoperto proprio da Roman Berman e che è l'idolo sin dall'infanzia di Mark e questo incontro diventerà un esplosione di sensi di colpa, sogni svaniti, solitudini, censure; "Un animale in memoria" è forse invece l'anello debole della raccolta e dedicato al tema della memoria della Shoah e a come il giovane e irrequieto Mark scopra a sue spese cosa significa essere un ebreo; "Natasha" è invece un racconto conturbante e molto ironico con un Mark adolescente divorato dalla passione per la bellissima, scaltra, ninfetta Natasha, figlia dell'improbabile moglie russa che lo zio ha appena sposato; il racconto da lacrime è "Choynski" con Mark alla ricerca di notizie su uno semi-sconosciuto pugile ebreo mentre sua nonna sta morendo e la ricerca della dentiera della nonna, nella neve, dopo il funerale è un passaggio da brivido mentre l'ultimo racconto "Minyan" è una dedica struggente a un mondo ebraico sulla via dell'estinzione e nello stesso un omaggio a chi come Mark si sforza di farlo sopravvivere e a chi, amando Dio, si apre alla compassione e alla comprensione per gli ultimi e gli indesiderati. Questi racconti sono un fiume di particolari, domande irrisolte, sfumature, piccolezze apparentemente di poco interesse: come il sollevamento del letto del pesista o la dentista che svolge la professione senza averne il permesso e cosa dire di questi vecchietti che non escono mai di casa ma che vorrebbero uscire se non avessero sempre qualcosa che li costringe a stare in casa o l'istantanea inquietante del padre che massaggia il collo di una ricca paziente rimasta a seno nudo o le situazioni di razzismo all'interno della stessa comunità ebraica o le torte o le parole che mescolano le ferie lingue o la relazione fra i due anziani ebrei Herschel e Itzik: chi sono? Due omosessuali? Due uomo soli? Due gentiluomini? O forse due approfittatori o forse c'è da credere al figlio di Itzik che il giorno del funerale del padre sfoga la sua rabbia definendolo più o meno come un farabutto? Se dovessi usare un termine per questi racconti userei la parola Commozione. Lacrime strazianti, sguardi disperati, sensazione di essere abbandonati, incapacità di esprimere a parole la propria condizione. Bezmozgis riesce a tradurre in racconti queste emozioni, restituendo in poche pagine il momento esatto in cui a parlare sono le situazioni, il vuoto, la rabbia, la disperazione, i sogni, la scoperta del sesso, un divano, un bidone dell'immondizia, un prato ricoperto di neve dove si cerca inutilmente di ritrovare qualcosa che è scomparso per sempre.  

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