mercoledì 23 settembre 2015

Due righe su "Lo scroccone" di Jules Renard (Adelphi)


"Lo scroccone" di Jules Reanrd (Adelphi, con la traduzione, forse invecchiata, di Anna Devoto, con un saggio di Alfredo Giuliani e una recensione di Marcel Schwob tradotta da Fleur Jarggy)  è un romanzo del 1892 tornato in questi giorni in libreria e che non ha perso nulla della sua freschezza. Mentre lo si legge ci si sente punzecchiati, irritati, messi alla berlina. Si sorride, si viene presi dall'ansia. Ci si specchia e si vede Henri. Henri lo scroccone, l'imbucato, l'incantatore, colui che s'intrufola nelle vite altrui spacciandosi per il poeta che non è e non sarà mai. Uomo di citazioni, di amicizie immaginarie, di opere pronte per essere pubblicate, di articoli di giornale mai scritti. Un uomo che si racconta, che si vende, che si costruisce sulle aspettative altrui. Uno che si fa mantenere dal padre che denigra. Uno che come un germe si intrufola in casa della famiglia Vernet. Che siederà alla loro tavola mangiando ogni ben di Dio, che reciterà la parte del seduttore, che dipingerà ai loro occhi un mondo di teatri e scrittori e ballerine e attrici. Che li accompagnerà alle vacanze al mare dove quasi stuprerà la loro giovane nipote. E che poi li abbandonerà come ha abbandonato tante altre famiglie. Un uomo che non vere opinioni e che le aggiusta sulle opinioni altrui. Non ha nemmeno opinioni su se stesso. Non ha talento e riempie taccuini per restituire a un pubblico di creduloni la falsità dell'arte. È un gioco che ha i suoi rischi. Ma lo scroccone è abile a schivare le possibili conseguenze. Scappando. "Cedesi un parassita che ha già servito". A colpire il lettore non è solo la figura di Henri che fa pensare agli intellettuali da salotto e all'opportunismo che cova dentro ciascuno di noi ma anche il ritratto pungente che fa l'autore della famiglia Vernet: vuota, ridicola, pedante, credulona, salottiera, falsa e ipocrita al pari di Henri. Vittima ma anche complice della situazione e perfetto contraltare della meschinità di Henri. Gustosissimi sono anche i quadretti nient'affatto lirici che l'autore dedica alla natura (mare e campagna) e a chi ci abita e che non possono non far pensare a tutti quei turisti alla ricerca del quadretto bucolico da fotografare e assaporare e che esiste solo nella loro testa. Sferzante, crudele, offensivo, "Lo scroccone" è dentro di noi.

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