venerdì 14 agosto 2015

The Pacific e mio nonno e a voce alta "Won't Always Be The War Machine"


Mentre guardavo la miniserie statunitense "The Pacific" non facevo che pensare a mio nonno e alle sue storie di guerra. Ci sono alcuni passaggi di questa serie televisiva durante cui mi sembrava proprio di ascoltare la sua voce. Mio nonno tornò dalla guerra con quello che viene chiamato "Disturbo post traumatico da stress". Non si manifestò subito. Anzi, mia nonna mi racconta che fino al matrimonio tutto sembrava normale, per quello che può essere normale la vita di un reduce in un'Italia uscita distrutta dalla guerra. Forse per la mole di attività che mio nonno si ritrovò a svolgere appena tornato in Italia: l'albergo, il matrimonio e molto altro. Diciamo che fu il matrimonio lo spartiacque: la calma, la vita che riprende, i figli a farlo crollare. Uno dei primi episodi (in The Pacific c'è questa scena) accadde durante un'uscita di caccia con dei parenti di mia nonna. Ritrovatosi nel bosco col fucile in mano fu preso da un rovinoso attacco di panico. Nelle settimane successive cominciò a svegliarsi di notte sollevando le coperte e sparando contro bersagli visibili solo nella sua testa, gridando, piangendo, nascondendosi negli angoli bui della casa. Dovette trascorre parecchio tempo prima che ne uscisse e intanto erano già nati nel '47 mio zio e nel '48 mio padre. In realtà la guerra non lo abbandonò mai e in parecchi mi raccontavano che non era più il Cesare partito per l'Albania nel '39. Crescendo ho finito per chiedermi cos'abbia significato per mio padre e i miei zii avere come padre un uomo con un cuore e una mente così lacerati. Ma c'è una cosa che mi diceva sempre mia nonna che lo amò fin da quando lei aveva 15 anni e lui 21: "Tuo nonno è tornato dalla guerra cambiato e silenzioso ma non ha mai smesso di essere una persona buona, sensibile e generosa." Di sicuro non amava i film di guerra. Non guardava assolutamente niente che riguardasse la Seconda Guerra Mondiale. Diceva: "Non c'è realismo. Non c'è niente lì dentro di quello che ho visto." Chissà cos'avrebbe detto di questa miniserie e di altri film bellici usciti negli ultimi anni. O dei libri di guerra che leggo continuamente. Avrebbe acceso una sigaretta e mi avrebbe chiesto le motivazioni della mia proposta. Così come quando mi chiese di spiegargli cos'avevo capito del Don Chisciotte. Non la trama ma il significato. L'uomo che gestiva un albergo e non sapeva cucinare nemmeno una bistecca. Solo il caffè e il latte nel pentolino in ghisa. L'uomo con più charme che io abbia mai incontrato. Che leggeva il giornale tutte le mattine, saltando solo le notizie sul calcio. Che doveva vedere il tg almeno una volta al giorno. Che amava il mare. Adesso che sono invecchiato ho compreso perché desiderava che affrontassi la carriera militare. Ma questa è un'altra storia. In questo periodo di vera merda pensare a lui mi tranquillizza. 




9 commenti:

  1. Mio nonno paterno, a quel che so, durante la guerra è stato nei paesi slavi, ma non ha mai sparato un colpo. Non ricordo che mi abbia parlato della guerra, ma del periodo d'addestramento sì, credo una volta, forse due. Di mio nonno materno, durante il periodo bellico, non so niente. Io ho fatto il servizio militare. Che non è fare la guerra, e ho avuto la fortuna di riuscire a farlo senza subire nonnismo spinto, diciamo così. Per come sono stato io, è un mondo diverso da quello fuori della caserma, nel senso che le relazioni interpersonali sono così diverse e si vivono in modo tanto diverso che certi aspetti, da fuori, sebbene si possano ben immaginare, risultano difficili da comprendere. A meno di non aver avuto esperienze effettivamente simili, ma probabilmente meno pervasive del vivere 24oresu24 con altre persone per forza, sottostando ad orari etc. Il collegio immagino sia un'esperienza simile, molto simile, ma manca il contatto con le armi, automatiche, semiautomatiche, la sensazione che ti danno quando le maneggi e/o pulisci. Ogni esperienza dona qualcosa, tutto sta a riuscire a comprendere cosa sia, davvero, ciò che lascia.

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    1. Ciao Andrea, grazie per quanto mi hai raccontato. Io non avrei mai potuto indossare una divisa e infatti scelsi di fare il servizio civile. Fui scartato al primo giro di leva per motivi fisici e mentali poi alla seconda visita subii un trattamento di merda e il militare del cazzo mi disse che lui non mi avrebbe mai esonerato perché me lo voleva mettere in quel posto. Poi non feci nemmeno l'obiettore perché c'era stata la riforma...ma in quel periodo non so nemmeno come avrei potuto fare l'obiettore. Il collegio è un mondo strano, diverso ovviamente dal militare. So solo che i primi giorni in collegio ne presi un casino. Ma davvero un casino. C'è ancora un osso che a distanza di vent'anni mi fa ancora malissimo quando cambia il tempo.

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    2. Da quel che racconti del collegio, sono stato fortunato a fare il militare...almeno dal punto di vista della mia esperienza, ma non di quella di miei commilitoni, però. Da noi c'era un nonnismo a macchia d'olio, molto diminuito con i due scaglioni appena precedenti il nostro, ma comunque presente, in alcuni luoghi addirittura fatto da sottufficiali...d'altronde i più giovani devono obbedire, e io stesso quando son diventato anziano l'ho fatto pesare (si fa per dire, di solito ridevo io e rideva lui). A volte ho pensato che avremmo dovuto comportarci diversamente, denunciare certi fatti, altre ho pensato addirittura il contrario - fa anche questo, il contatto quotidiano con certi comportamenti - che avremmo dovuto essere più pesanti con gli scaglioni successivi, e lo pensavamo e ce lo dicevamo sempre ridendo, sì, ma con un po' di assurda convinzione che in fondo male non avremmo fatto, a fargli sentire di più cosa voleva dire essere gli ultimi arrivati.Si torna un po' più bestie, e per fare capire le cose invece di parlare si usano le botte. Eppure ricordo con affetto quei giorni e i compagni, nonostante tutto, ricordo anche con piacere lo stringere tra le mani il fucile beretta, il puntare verso un bersaglio e premere il grilletto, senza capire troppo bene il tutto, e d'altronde con un casino micidiale e un sacco di tensione e tutto quanto, e marciare insieme e gridare in coro, tutte cose assurde a pensarci adesso ma che in quei momenti ti facevano sentire vivo, parte di qualcosa, la sensazione tangibile di essere su una barca e dipendere l'uno dall'altro, essere legati e non poter fare altro che andare insieme. Subire tutti le stesse situazioni, le stesse grida contro, le stesse punizioni, e pure avere le stesse gioie, le stesse licenze, le stesse ubriacature, le stesse risate. Imparare i trucchi per non farsi finire le sigarette dopo dieci minuti dall'apertura del pacchetto (tenere due pacchetti, di cui uno con una sola sigaretta - in genere per l'ultima del pacchetto avevano pietà, ma non sempre) e anche, successivamente, imparare a chiedere sigarette a chi ne fumava di buone e non di schifose (le ultralight, mai!). Fare cose del tutto idiote, ma in gruppo, le faceva sembrare meno idiote, addirittura in certi momenti sembrava quasi essenziale, vitale, gridare forte "Torino"!, passare davanti al comandante salutandolo in marcia, picchiare forte il tacco al "Passoo!". Pedine idiote che agiscono in modo idiota, addirittura con una certa soddisfazione. E lo sapevamo, che era idiota, ma quando da una cosa idiota può dipendere la tua uscita dalla caserma, la tua licenza, beh, quella cosa idiota è importante, fondamentale, e allora la prendi sul serio e stai concentrato. Che totale assurdità. Così all'inizio il corpo fa quel che la mente non accetta, poi con il tempo e la ripetizione dei gesti la mente un po' si lascia convincere. Per fortuna poi ogni tanto si tornava a casa e si riprendeva il contatto col mondo esterno, che però essendo più complesso dell'ABC militare ti colpisce forte. Mah. Comunque And quando ho cominciato a scrivere volevo solo dirti che hai scritto un pezzo meraviglioso, toccante, poi le dita sono andate per i fatti loro. Perdona la prolissità.

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    3. Grazie per il tuo racconto Andrea. Il mio problema sarebbe stato proprio avere a che fare con così tante persone. E' sempre stato un mio grandissimo problema fin dall'asilo. Non mi piace. Stare in collegio fu duro ma fra le strutture c'era un silenzio che quantomeno un poco mi aiutava. Sarei andato proprio fuori di matto in una caserma e avrei combinato di sicuro qualche macello. Quel poco che assaporai nei giorni di visita per la leva e nei successivi brutti incontri con le forze dell'ordine mi è bastato per evitare qualsiasi tipo di esperienza di quel genere. Anche se l'avrei fatto per altre motivazioni. Non m'avessero accettato il servizio civile avrei scelto l'obiezione totale.

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  2. e io mi riferivo al tuo post (non che il pezzo di billy fay non mi piaccia, anzi...)

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    1. ;) un saluto anonimo col vino bianco che sto bevendo da sei ore.

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