giovedì 27 agosto 2015

"L'angelo Esmeralda" di Don DeLillo (Einaudi)


"L'angelo Esmeralda" di Don DeLillo (Einaudi, traduzione di Federica Aceto) raccoglie nove racconti scritti in un arco di tempo che va dal 1979 al 2011. Tranne i primi tre suoi libri "Americana", "The End Zone" e "Great Jones Street", noiosissimi e pedanti, amo la produzione letteraria di DeLillo. 
Di questi nove racconti, tutti molto belli, quelli che ho particolarmente apprezzato sono "Momenti di umanità nella terza guerra mondiale" del 1983 che racconta di due astronauti dispersi nello spazio, "Il corridore" del 1988, breve, angosciante nella sua circolarità di particolari e "La Denutrita" del 2011 che mi ha ricordato che un caro amico. Quello più angosciante in assoluto "Baader-Meinhof" del 2002. Ci sono frasi di DeLillo che mi piace rileggere e rileggere per sentirne il peso nella testa.

Un estratto da "Momenti di umanità nella terza guerra mondiale":

"Vollmer è entrato in una fase strana. Adesso passa tutto il tempo alla finestra, e guarda la Terra. Dice poco o nulla. Vuole guardare e basta, non fare altro che guardare. Gli oceani, i continenti, gli arcipelaghi. Siamo stati programmati per intraprendere una serie di orbite cosiddette variabili e non c'è monotonia da una rotazione intorno alla Terra a quella successiva. Sta seduto lì e guarda. Mangia alla finestra, spunta la sua lista da cose da fare alla finestra, dando appena uno sguardo alle istruzioni mentre passiamo sulle tempeste tropicali, sopra gli incendi boschivi e le maggiori catene montuose. Io aspetto che lui riprenda la sua abitudine prima della guerra, che torni a usare frasi arzigogolate per descrivere la Terra: un pallone da spiaggia, un frutto maturato al sole. Ma lui si limita a guardare fuori dalla finestra, a mangiare croccanti di mandorle, con gli involucri che galleggiano in aria. È chiaro che quella vista riempie la sua coscienza. Ha il potere di ridurlo al silenzio, di zittire la voce che gli rotola giù dal palato, di lasciarlo tutto storto sulla poltrona, attorcigliato scomodamente per ore e ore di fila.
Quella vista dà un appagamento senza fine. È come la risposta a una vita di domande e di vaghi desideri. Soddisfa ogni curiosità infantile, ogni aspirazione messa a tacere, lo scienziato che c'è in lui, il poeta, il veggente primitivo, l'osservatore del fuoco e delle stelle cadenti, qualunque ossessione abbia mai tormentato le sue notti, qualsiasi desiderio dolce e sognante lui abbia mai provato nei confronti di quei luoghi lontani e senza nome, qualunque senso della Terra lui possegga, l'impulso neurale di una consapevolezza ancora più scatenata, una comprensione per le bestie, qualunque fiducia in in una forza vitale immanente, nel Signore della Creazione, qualunque segreta convinzione dell'idea dell'unicità umana, qualunque desiderio e speranza, qualunque troppo e non abbastanza, qualunque tutto in una volta e a poco a poco, qualunque bisogno ardente di fuggire dalle responsabilità e dalla routine, di fuggire dal suo essere troppo specializzato, dall'io circoscritto e rivolto all'interno, qualunque fossero i resti del suo fanciullesco desiderio di volare, dei suoi sogni di spazi strani e altezze inquietanti, le sue fantasie di una morte felice, qualunque inclinazione a un'indolenza sibaritica - lotofago, fumatore di erbe e piante aromatiche, occhi azzurri che fissano lo spazio -, ebbene, tutti questi bisogni sono soddisfatti, tutti raccolti e ammassati in quel corpo vivente, lo spettacolo che vede dalla finestra.
 - È semplicemente troppo interessante, - dice alla fine. - I colori e tutto quanto.
I colori e tutto quanto." (pp. 45-46)



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