domenica 26 luglio 2015

Le foto di mio nonno

Mio nonno tornò dalla Seconda Guerra Mondiale (era rimasto nei Balcani dal '39 al maggio '45) con un sacco di foto che documentavano il conflitto, le macerie, i suoi commilitoni, la spiaggia di Durazzo, i convogli militari, i cimiteri e molto altro. Ma ce ne sono due che sono di particolare importanza e che documentano il campo di Kavaja. Le potete vedere qui e qui.

La bella notizia di questi giorni è che queste due foto verranno inserite prossimamente in un poderoso libro curato dal Museo dell'Olocausto di Washington dedicato ai campi di concentramento italiani. 

Quando mi è stato comunicato mi sono venute le lacrime agli occhi.

Mio nonno ne sarebbe stato lieto.

Anche se si sarebbe tenuto tutto dentro e poi sarebbe uscito sul balcone e si sarebbe acceso una sigaretta e poi un'altra e poi si sarebbe versato un bicchiere di bianco e avrebbe guardato verso l'orizzonte.

Quanto mi manca mio nonno.

E quanto vorrei che lui fosse qui ora.

Posso soltanto ringraziarlo.

"Quanto somigli a tuo nonno..." mi ha detto mia madre nei giorni prima di morire.

E lo saluto con un estratto dal racconto "In Vietnam avevano le puttane" di Phil Klay, perché una storia molto simile me la raccontò mio nonno. Prima di partire aveva parlato con un reduce della Prima Guerra amico di famiglia e lui gli raccontò una storia simile. Secondo me mio nonno li avrebbe amati questi racconti:

"Mio padre mi ha parlato del Vietnam solo quando ero in partenza per l'Iraq. Mi ha fatto sedere in salotto, ha tirato fuori una bottiglia di Jim Beam e qualche lattina di Bud e ha cominciato a bere. Mandava giù lunghe sorsate di whisky e piccoli sorsetti di bitta, e tra un sorso e l'altro mi raccontava. L'umidità da sauna in estate, le ulcere ai piedi durante i monsoni, gli M16 inservibili in tutte le stagioni. E poi, quando è stato completamente ubriaco, mi ha parlato delle puttane. Immagino che all'inizio il comando organizzasse gite mensili in città, ma non durò molto perché i soldati facevano troppo casino. Quando le gite si interruppero, i bordelli si spostarono vicino alla base, e i marines sgattaiolavano fuori dalla recinzione di notte oppure invitavano le ragazze come "ospiti locali" durante il giorno. Quelle ragazze, secondo mio padre, venivano trattate più come fidanzatine, e così era meglio. Quando tornò per il suo secondo turno, l'intera operazione era ormai ben collaudata, con un'ampia gamma di servizi, addirittura bordelli separati per marines bianchi e neri. Se una ragazza che lavorava in un bordello per bianchi veniva scoperta con un nero finiva ammazzata, o almeno conciata così male da non poter più lavorare. Mio padre era contrario a queste cose, però succedevano, e lui non riusciva a credere che si potesse trattare così una persona. Poi mi ha raccontato che c'era un locale dove le ragazze ballavano sul palco e poi facevano un giochino per guadagnare qualcosa in più. I clienti mettevano un mucchietto di monete sul banco. Poi le ragazze si accovacciavano sopra le monete e ne raccoglievano il più possibile con la vagina. Era la specialità di quel bar. A questo punto papà era praticamente andato, però non smetteva di darci dentro, di tracannare whisky e bere sorretti di birra. Sembrava vecchissimo, con quelle rughe profonde sulle guance e le macchie grigie sulle mani. 
- C'era questo mio amico, - ha proseguito, e una volta l'amico va in quel bar e beve tutta la notte, senza parlare con nessuno. Poi tira fuori un mucchietto di monete e lo mette sul banco, ci si curva sopra, circondandolo con le braccia per non farsi vedere da nessuno, prende l'accendino e tiene la fiamma sopra le monete finché non sono roventi come ferri da marchio. Poi chiama una ragazza. - Una a caso, - ha detto papà, - al mio amico non importava quale -. Ha bevuto un altro sorso di whisky. - Puzzava di bistecca fritta, - ha aggiunto. Feci una faccia tipo: Gesù, papà. Va bene, Grazie dell'informazione.
Abbiamo smesso di bere dopo non molto. Papà era così ubriaco che non stava più dritto sulla sedia. Prima che lo portassi a letto mi ha farfugliato di stare attento e mi ha dato una piccola croce di metallo, di quelle che si portano al collo. Mi ha detto che lo ha aiutato a superare il Vietnam. Qualche settimana dopo ero già oltremare." (pp. 98-99)

2 commenti:

  1. Anche mio nonno combatté in Albania e dovette subire l'amputazione dei piedi.
    Purtroppo tranne qualche visita frettolosa l'ho conosciuto poco perché dopo la guerra soggiornò in una struttura distante da dove abitavamo.

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    1. Chissà magari si sono anche conosciuti. :)

      Mio nonno ha combattuto in Albani, sul fronte greco e in altre operazioni nei Balcani. Poi all'armistizio è entrato a far parte dei partigiani. Ed ha ricevuto due medaglie, una per meriti l'altra, l'altra per il suo operato da partigiano.

      Non amava molto parlare della guerra perché tornò, oltre che con una tutta una serie di infezioni (tifo petecchiale e ameba intestinale) con quello che oggi chiamano disturbo post traumatico con incubi e tutto quello che si può immaginare.

      Onestamente mio nonno mi faceva paura quando ammazzava galline, conigli, cani ammalati, eccetera. Una freddezza ma glaciale, davvero assassina.

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