mercoledì 22 luglio 2015

Da "Il gabinetto del dottor Kafka" di Francesco Permunian (Nutrimenti)


Per una recensione di questo libro consiglio di leggere quella di Gianfranco Franchi uscita su Lankelot

Mi limito solo a lasciare alcuni estratti:

"Performance di un anziano poeta dialettale in una chiesa sconsacrata di Milano, alle undici del mattino, nell'ambito delle tradizionali "matinée della fede" organizzate dalla curia ambrosiana. Sono rimasto assai deluso, non c'é che dire, ero pieno di aspettative e invece si è trattato di una sceneggiata oltremodo penosa e imbarazzante. Fino a non molto tempo fa quel tizio, il poeta, predicava la rivoluzione comunista; adesso però fa il mistico e si atteggia a francescano con grave sprezzo del ridicolo. E nel frattempo va declamando i suoi versi nelle dimore di campagna dei signori, oppure negli oratori e nelle sacrestie di mezza Italia. A chi dunque prestare fede, mi chiedevo perplesso, mentre sciorinava la solita pappina dialettale: al mistico o al rivoluzionario? A nessuno dei due!, ho concluso, visto che entrambe le maschere coincidevano in lui nell'antica smorfia del letterato narciso e accattone. 

Ma non è che mi sia andata meglio nel pomeriggio, allorché sono finito in un centro sociale a sorbirmi le chiacchiere di un signore logorroico che, molto pomposamente, si autodefiniva scrittore militante e antagonista. E che ci ha voluto propinare a ogni costo alcuni assaggi della sua micidiale minestrina artistica; roba che quando uno l'ha trangugiata, poi si ammala sul serio come avesse preso il vaiolo o la stele petecchiale.
In prima fila sedeva l'intera nomenclatura della vecchia sinistra extraparlamentare milanese, alcuni diventati onorevoli sottosegretari governativi e altri apprezzati manager editoriali: ma tutti, sant'Iddio, con quella spaventosa faccia di bronzo che hanno gli ex comunisti in carriera!
Tra chi cerca Dio in mezzo alle anticaglie del misticismo, come il poeta dialettale, e chi si affanna sulle tracce di un'impossibile gloria letteraria, così io trascorro certi pomeriggi a Milano. Osservando e godendo di simili esibizioni circensi che, in fin dei conti, mi mantengono di buon umore facendomi andare di corpo due volte al dì." (pp. 62-63)

"Il mattino seguente sono ritornato sul Garda facendo un viaggio allucinante in compagnia di Sartre e di Simone de Beauvoir. Per meglio dire, leggendo in treno un libro comprato a Milano in cui erano raccolte le lettere che, per quarant'anni, si erano scambiati il signor Sartre e la signorina Beauvoir, che Iddio li stramaledica! E così ho appreso che fino all'ultimo, anche quando era ormai diventato un ubriacone incontinente, Sartre si era permesso ogni tipo di prepotenza e sopraffazione verso chi non la pensava come lui, un autentico terrorista totalmente sprovvisto di autoironia e di gusto estetico. Sembrava incredibile, ma questo scimmiotto parigino è riuscito nell'impresa - ho pensato per un attimo con sgomento - di guastare il cervello a migliaia di intellettuali in tutto il mondo, specialmente in Italia. "A me quei due compari però non l'hanno mai data a bere!" mi sono detto e ho pronunciato quelle parole a voce alta, in segno di trionfo, facendo sobbalzare dalla sorpresa gli altri viaggiatori che si trovavano nella carrozza ferroviaria. No, neanche per un istante, io ho dato ascolto alle panzane di individui come Sartre e la Beauvoir, di quei due professorini travestiti da rivoluzionari io non ho mai saputo che farmene. "Lei se l'immagina Sartre nudo, denudato cioè delle sue vesti da intellettuale?", ho chiesto perciò a un mio compagno di viaggio, lasciandolo di stucco. Eppure sarebbe bastato osservare quel signore con un po' di attenzione; sarebbe bastato che i nostri intellettuali italiani, anziché bisticciare tra loro sulle pagine dei giornali, avessero scrutato a fondo l'occhio oscenamente sbilenco di Sartre. Dietro a quello sguardo obliquo e sfuggente stava celata infatti tutta l'ambiguità di quel piccolo diavolo occhialuto che, durante l'occupazione tedesca di Parigi, aveva pregato Céline di intercedere presso i nazisti affinché venisse messa in scena la sua pièce "Le mosche". Salvo poi richiedere, a guerra finita, la pena di morte di Céline per il suo passato di collaborazionista. (7)"

(Nota 7) "È là che un giorno, all'inizio degli anni Quaranta, in piena occupazione, ho visto Jean-Paul Sartre venire a chiedere a Louis d'intercedere in suo favore con i tedeschi per poter mettere in scena a Parigi la sua pièce Le mosche. Louis si è rifiutato, gli ha detto di non avere alcun potere con i tedeschi. Era vero, ma Sartre forse non gli ha creduto, se l'è presa e dopo l'ha accusato di aver scritto dei pamphlet al soldo dei tedeschi. L'idea non poteva essere più assurda. Significava non conoscere Louis: non era al soldo di nessuno, intransigente con tutti, incapace di patteggiare con chicchessia, sempre solo contro tutti. La risposa di Céline a "A l'Agité du bocal" sarà sferzante e toglierà a Sartre qualsiasi voglia di replica" (Lucette Destouches, Véronique Robert, "Céline segreto" , a cura di F. Piga, Roma 2012)

(pp. 64-65)


Potrei andare avanti ma mi fermo qui.

Se riuscite, cercate in biblioteca questo bellissimo libro:




Pezzi che ho in testa oggi:










(quest'ultimo per la mia dipendenza dagli alcolici)

2 commenti:

  1. Grazie... Alcuni passaggi sensazionali, cercherò di conoscerlo meglio ;)
    La tua musica mi accompagna.

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    1. Si trovano facilmente (almeno da queste parti) sia in biblioteca che in libreria.

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