giovedì 7 maggio 2015

Quando mi danno del frocio di merda + Martin Amis




Quest'anno compio 36 anni e sono almeno 28-29 anni che mi sento dare del frocio di merda. Non sono omosessuale e mi si cominciò a dare del frocio di merda per la mia timidezza, la mia voglia di solitudine, le mie mani sudate, la mia incapacità di stare con gli altri, il mio disinteresse per il cameratismo maschile, il mio rispetto per le ragazze, i vestiti che portavo, il taglio di capelli. Col passare degli anni altre motivazioni della mia frociaggine di merda sono state le amicizie con omosessuali e lesbiche, le mie frequentazioni in generale, l'amore per la letteratura, il mio quasi assente spirito pratico, l'insofferenza all'ambiente degli spogliatoi, l'essere anarchico, non avere una macchina sportiva, non parlare in dialetto, soffrire di depressione, aver rischiato/cercato di morire più volte. Dell'epiteto non me n'è mai fregato un cazzo ma il contorno è stato spesso doloroso con un portato di soprusi, malintesi, cattiverie, vigliaccate, crudeltà, lacrime. Allontanandomi sempre più dal paese dove sono cresciuto mi è capitato più raramente, vuoi anche la vita ritirata che conduco, di essere additato come frocio di merda ma continua ad accadere. E' accaduto due mesi fa in una stazione degli autobus. Pochi giorni fa mi è invece accaduto nuovamente nel mio paese. Aspetto mio padre. Entro in un bar per bermi una birra. Il bar è pieno di persone che sono cresciute con me o che sono l'idraulico, il ferramenta, il padre o il fratello di questo o di quell'altro. Mi si saluta. Loro parlano in dialetto. Io odio il dialetto. Vengo sottoposto a un interrogatorio a cui rispondo in maniera evasiva all'inizio e poi sempre più scocciato. Il socio di un idraulico sghignazza guardando i miei polsi magri. Dopo aver pagato e sul punto di uscire ecco che arriva "E' proprio rimasto un frocio di merda". Sono andato a casa e volevo spaccare il muro ma ho solo bevuto quattro birre in 45 minuti. Non ho passato un'infanzia e un'adolescenza felici e basta poco per alzare al massimo il volume del mio canale del dolore.


"Il dossier Rachel" di Martin Amis è un romanzo che non dimenticherò facilmente. Irriverente, freschissimo, divertente, tristissimo, incredibile per come racconta il passaggio all'età adulta, i legami familiari, i turbamenti del sesso, l'amicizia, le relazioni sentimentali, l'universo femminile, il mondo della scuola. Trascrivo un passaggio che racconta di un problema che ho vissuto anch'io sulla mia pelle: le malattie sessualmente trasmissibili. A ripensarci, che imbarazzo, che dolore ma anche che sorrisi. Amis fa parte della categoria dei miei scrittori preferiti.

"Così la Natura raccomanda la monogamia.
Dalla zingara di Belsize Park, quella con la pancia zozza: le piattole, un formicaio tra le gambe. La cura: cinque sere di seguito con le palle in fiamme. Ti metti questa pomata bianchiccia come il latte e aspetti, con un penny tra i denti e una sigaretta per narice. Per cinque sere di seguito sono tornato in bagno, cercando, senza esito, di lavarmi di dosso quella roba. Il dolore pazzesco ti coglie ogni volta di sorpresa. Poi, di nuovo, dieci giorni dopo, tanto per vedere.
 Da Pepita Manehian: lo scolo. E' stato nove mesi fa. Pepita studiava in uno dei tanti college per segretarie che ci sono a Oxford, quegli istituti che riforniscono la città di un ampio numero di donne appetibili. Non era una grande bellezza, naturalmente, altrimenti avrebbe potuto scegliere a suo piacimento tra gli studenti universitari e non avrebbe avuto bisogno di mettersi con dei ragazzini pieni di punti neri. Era un fine settimana e l'ho fatta in mia in un cesso, durante una festa. (Tutte le camere da letto erano occupate, ma il gabinetto era alquanto spazioso, c'era un tappeto, diversi asciugamani e fazzolettini di carta a strafottere). Ce la siamo cavata bene, anche se, nei momenti finali, Perpi ha sbattuto tre volte la testa contro la tazza del cesso, cosa che ha reso ancora più assurde le operazioni di pulizia in quello spazio ristretto.
 Ad ogni modo, il venerdì seguente o giù di lì, quando mi sono svegliato, ho scoperto che qualcuno mi aveva spruzzato sui pantaloni del pigiama un tubetto formato famiglia di pus. Un sogno bagnato con una deriva tossica? Quando sono andato al gabinetto ho anche scoperto che pisciavo lava. Era ovvio che qualcosa che non andava. Per arginare il primo sintomo mi sono sistemato sulla cappella - con un batuffolo fatto di kleenex tenuto fermo da un elastico, una specie di beccuccio. Per alleviare il secondo sintomo, sono andato sempre al bagnato del pianoterra, dove, con i palmi delle mani appoggiati contro le pareti, come Santone tra le colonne del tempio dei filistei, lasciavo andare rabbiosi decilitri di pipì, pus, sangue...e chi più ne ha più ne metta. 
 E poi mi sono chiesto cosa dovevo fare.
 Ovviamente, non sarei mai più potuto andare a letto con nessuna, ma (Dio me n'era testimone) quello non sarebbe stato un grande sacrificio. Ho pensato che forse era meglio farmi curare. Il fatto, però, era che Pepita era straniera e questo voleva dire che per farmi curare forse sarei dovuto arrivare in Madagascar o chissà dove. "Ah. Lo scolo del Congo, - mi avrebbe detto il dottore a denti stretti. - La persona che fa al caso tuo è lo stregone Umbutu Kabuki: è l'unico in grado di aiutarti. Una volta arrivato allo Zambesi, gira a sinistra, secondo affluente, terza capanna a destra. Quando vedi il dottore, dovrai offrirgli queste perline dai colori sgargianti..."
 Ho passato il fine settimana a piangere e a sbattere la testa con la porta del bagno; ho pensato a vari modi in cui mi sarei potuto suicidare, sono scappato nel bosco e ho urlato a squarciagola, ho pensato a mozzarmi il pisello con una lametta, ho dormito in un orticaio di nervi. Ero quasi sul punto di dirlo a mio padre; sapevo che non mi avrebbe detto niente, ma la sua comprensione pragmatica mi avrebbe fatto schifo.
 Il lunedì successivo, dopo sei ore a scuola da lebbroso in incognito, sono andato con Geoffrey al Goerge's a bere un caffè. Passando per argomenti quali le ragazze, i Durex, la promiscuità, a un certo punto ho cominciato a parlare della questione - naturalmente, in via ipotetica. Geoffrey pensa di sapere tutto su questo genere di cose perché suo padre fa il medio. Perciò, quando ho fatto domanda sulle cure più appropriate, la sua risposta è stata appassionata:
 - Mi risulta che sia una cosa da incubo. Ti infilano della roba nel culo per farti, diciamo...venire su il pisello. Poi ti ficcano dentro il cazzo questo ombrello sottile come un ago, premono un pulsante, l'ombrello ti si apre dentro e poi te lo tirano fuori, con la forza -. Ha accompagnato queste parole mimando uno strattone con il cucchiaino che aveva in mano.
- Ma prima ti fanno l'anestesia, no?
- No. Non serve a niente. E' una zona troppo sensibile. Non dire scemenze. Ma comunque, prima di infilarti questa roba devono riuscire a fartelo venire duro. Ovviamente. Poi te la tirano fuori e così esce anche tutta quella merda -. Ha bevuto qualche sorso di caffè. - Di solito si sviene.
- Oh Cristo santo. E dopo quanto tempo uno può riprendere a scopare?
- Non lo so con certezza. Sei mesi, un anno. Come minimo sei mesi. Seguendo scrupolosamente le cure.
 Inutile dire che non era vera niente: sono bastate due iniezioni di penicillina sulle chiappe e una visita umiliante al consultorio di zona.
 Dopodiché ho scritto a Pepita. Cavolo, se le ho scritto, a Pepita. Conservo ancora la sua risposta, da qualche parte. La mia lettera era finita tra le zampe del cane del bidello; il nome del destinatario a quel punto era illeggibile e quindi la direttrice ha aperto la lettera ed è rimasta estremamente sconvolta da quello che c'era scritto. (Quella lettera è uno dei miei capolavori polemici, ricca di immagini forti). Pepita è stata presa per un orecchio e buttata fuori, i suoi genitori hanno ricevuto una lettera da parte della scuola, ecc.; tutto questo, all'epoca, mi è sembrato giusto e sacrosanto. Pepi mi ha raccontato tutta la storia nella sua lettera di risposta - un tentativo perdonabile di regolare i conti della colpa morale - che terminava con la seguente affermazione: "non havevo alcuna intensione di attaccartela a te".  (Carino, quel'"havevo"). In seguito, sono venuto a sapere che l'aveva attaccata a mezza Oxford; evidentemente, la sua igiene personale era così disinvolta che per un intero trimestre scolastico Pepita non si era accorta dei sintomi." (pp. 112- 115)



4 commenti:

  1. pezzo interessante

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  2. Chissà se per gli epiteti funziona come per la laurea, quella ad honorem intendo... ;)

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    1. chissà allora quante ne avrei dopo aver mollato l'università dopo solo sei mesi quasi vent'anni fa.

      :)

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