lunedì 13 aprile 2015

"Houellebecq economista" di Bernard Maris (Bompiani)


Bernard Maris è una delle vittime dell'attentato alla redazione di "Charlie Hebdo" del 7 gennaio 2015. Con "Houellebecq economista" (Bompiani, traduzione di Alberto Cristofori) l'autore analizza, con uno stile insieme agile e appassionati e svariate citazioni, le opere di Michel (uno dei miei scrittori preferiti in assoluto) mostrando come leggerle possa aiutare comprendere la nostra contemporaneità fatta di libero mercato, sfruttamento, devastazione.

Riporto alcuni passaggi:

"L'imprenditore, scriveva Schumpeter, è l'uomo capace di innovazione. Non equivochiamo: l'innovazione consiste per lo più nel rendere démodé agli occhi del pubblico degli oggetti ai quali avrebbe il torto di abituarsi e grazie ai quali avrebbe il torto di abituarsi e grazie ai quali acquisirebbe una certa sicurezza. Nello stesso tempo, le innovazioni troppo importanti minacciano le rendite delle grandi imprese, che se ne impadroniscono per sfruttare e bloccare i loro promotori. Solo gli economisti possono credere alla "vera" concorrenza, alla concorrenza "libera e non falsata": nella Carta e il territorio, Houellebecq evoca il cinismo ostentato da Bill Gates nella sua opera La strada che porta a domani, laddove il padrone di Microsoft ammette di non aver inventato un gran che, ma solo di aver recuperato ciò che piccolo imprese innovatrici avevano creato investendo in prima persona; lui si è accontentato di arrivare in un secondo tempo con la produzione di massa, i cui bassi costi gli permettevano di annientare gli inventori. Ma la distruzione creatrice, l'essenza del capitalismo, nasconde sotto la sua pseudonovità e la sua paccottiglia qualcosa di molto più terribile: nasconde il terrore che il cambiamento perpetuo fa vivere ai sottoposti, insieme al controllo ferreo che impone loro. La distruzione creatrice è frustate e paura."(pp. 56-57)

"Nella spaventosa società in cui si agitano i protagonisti di Michel Houellebecq non devono sopravvivere che i teneri, i poeti, i sognatori, i deboli e soprattutto le donne, infinitamente più altruiste e dolci degli uomini, insieme con tutti coloro che non reagiscono meccanicamente agli stimoli del denaro, in breve gli anti-homo-oeconomicus. Gli altri, gli "asserviti volontari", coloro che "ci credono" o fanno finita di crederci, tentano di riconquistare dello spazio o della forza, identificandosi con coloro che li tiranneggiano. Lottano per dello spazio o del tempo. I quadri sono pietosi come bambini, come loro si rivelano delle piccole carogne viziose, capricciose, lamentose, urlanti, e Houellebecq ci ricorda il carattere infantile della società di mercato, fondata sull'insaziabilità. Infantile è il desiderio incessante e mai soddisfatto dei consumatori. Mai saremo sazi di denaro. Infantile è il loro modo di comportarsi quando assumano la parte dei salariati davanti ai loro capi. Infantile il loro errare nei supermercati, il loro precipitarsi al momento dei saldi, il loro modo di strimpellare sui loro giocattoli. L'insaziabilità del desiderio, il suo ritorno perpetuo malgrado gli acquisti, malgrado l'accumulo di beni, l'incapacità di essere soddisfatti e questo modo puerile di esigere ancora e ancora oggetti è l'essenza del capitalismo. Un grande economista l'aveva scoperto: non Marx, che non ha mai affrontato il concetto di desiderio o di bisogno in economia, ma John Maynard Keynes." (pp. 59-60)

"Il consumo di massa del sesso, conseguenza della liberazione sessuale e dell'accesso delle classi medie ai consumi dei beni di semilusso (dai camping erotici del Sud della Francia ai palazzi cheap della Thailandia o della Malesia), è stato reso possibile dall'aumento del potere d'acquisto. A questo Houellebecq associa il momento felice delle Trente Glorieuses, ma anche il sistema redistributivo dello Stato assistenziale, che permette di "stabilizzare la domanda di massa" e di intrattenere un certo numero di parassiti, "di persone inutili, incompetenti, pericolose", tra cui lui stesso, che in Piattaforma lavora vagamente per il ministero della cultura alla promozione di spettacoli tanto moderni quanto deboli. Perché questa redistribuzione? Perché la socialdemocrazia? Per lasciare respirare i produttori-consumatori." (pag. 70)

"La natura si incaricherà di eliminare i deboli. Tramite le malattie, le carestie, le guerre. Tramite il riscaldamento climatico, dice Michel Houellebecq (la grande siccità della Possibilità di un'isola). Siccome l'appetito degli uomini per il sesso è senza freni, mentre le risorse alimentari sono molto limitate, ecco in che modo il sovrappopolamento finirà per avere ragione della specie umana. Lévi-Strauss pensava che questo sovrappopolamento potesse condurre a una sorta di implosione demografica, di suicidio dell'umanità, come quei vermi della farina che, quando sentono la minaccia del sovrappopolamento, muoiono tutti insieme, o i lemming che, spinti dalla pressione demografica, si precipitano in massa ad annegarsi. Sotto l'apparente "dolcezza" del mercato cova la violenza. Tisserand, il quadro di Estensione del dominio della lotta, è perforante nel suo lavoro e un perdente totale in amore. Grottesco, finirà per suicidarsi, più o meno, ammazzandosi con la macchina. Il tema del suicidio occidentale al termine del capitalismo ossessione l'opera di Hoeullebecq. Solo la morte dell'umanità può porre termine al capitalismo, che è da "principio uno stato di guerra permanente, una lotta perpetua che non può mai avere fine". (pp. 106-107)

"Houellebecq economista era una battuta, ovviamente...Una battuta per svelare la triste morale e il pugno di ferro dissimulati sotto gli orpelli della scienza. Perché non c'è nessuna scienza economica; c'è della sofferenza mascherata sotto la domanda e l'offerta, o detto altrimenti della poesia e della compassione costantemente laminate dal tallone di ferro del mercato - mercato delle merci, del lavoro, del sesso. "Lei vedeva basso, vedeva giusto," fa dire Céline a uno dei suoi personaggi in Morte a credito. E' di vita a credito che si tratta in Houellebecq, e la disperazione dei suoi personaggi non ha nulla da invidiare a quelli del dottore pazzo di Meudon." (pag. 129)

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