giovedì 26 febbraio 2015

Katie Kitamura, "Knock-Out" (ISBN Edizioni), una non recensione



“Knock-Out” di Katie Kitamura (Isbn Edizioni, traduzione di vincendo Latronico) è un romanzo di dettagli. Perché di dettagli è satura l’attesa di un combattimento. Nello spasmo dei muscoli, nei momenti di vuoto e noia che accompagna l’attesa. Perché lo sport è un decalogo di dettagli. Perché il combattimento è una sovrapposizione di dettagli. La paura è una valanga di dettagli in bilico precario fra testa, stomaco, parole, passi, ricordi. Il sudore stesso è una costellazione di dettagli. Tre giorni. Tre round. Una sfida dall’esito prevedibile. Ma che ribalta l’attesa vincitrice dei lettori. Presunte attese, forse. Difficile distinguere cosa possa attendere un lettore o uno spettatore seduto davanti alla televisione o urlante, silenzioso, disperso sugli spalti di un palazzetto anonimo di provincia. Scommette soldi, impreca contro se stesso e i propri fallimenti, beve birra, contempla gli autografi sulle fotografie promozionali. Perché credo che non ci sia romanzo migliore di quello che racconta di una sconfitta. Perché “Love Is A Losing Game”. Perché come sappi fare Amy Winehouse l’importante è saperla cantare una sconfitta. Saperla raccontare. Sapersi mettere a nudo sulla pagina, dentro una canzone. Un match quello raccontato da Katie Kitamura che ha il sapore della vendetta, della riscossa, dell’annegamento, della sconfitta, dell'amicizia. Perché ogni incontro è una sconfitta interiore. Una perdita che si accumula sui funerali di altre perdite. E quando si sta per crollare diventiamo noi stessi in una girandola di particolari che si spalma sulla violenza dell’orizzonte che ci aspetta a un centimetro agli occhi occhi, aggrappato ai neuroni che vedono, producono, mordono il respiro, si disintegrano sotto i colpi ripetuti. Un rematch è la possibile risoluzione dei dubbi. Rivera, il campione con uno stuolo di imitatori e giovani pronti a sottrargli lo scettro, che combatte contro Cal, l’unico lottatore che gli ha resistito senza crollare al tappeto. Ma quell’incontro ha lacerato l’anima di Cal perché gli ha fatto provare il veleno della sconfitta, il peso del dolore che sfinisce le giornate, che lo conduce sul viale del tramonto.  Quattro anni di agonia, di combattimenti, di sconfitte e vittorie ma senza più la sicurezza di un tempo, senza più ebbrezza e gioia nei colpi sferrati, senza più coraggio che si scarica nella ripetizione dello scontro. Ma Cal ha detto di sì. Ha accettato la sfida. Più per dovere che per altro. Per consunzione. Per soddisfare l’allenatore, amico Riley, convinto che  questa volta potrà farcela a sconfiggere l'invincibile campione. Aver creduto in questa missione impossibile significa aver perso di vista i dettagli che costruiscono l’evidenza del gesto, aver riempito di fandonie le zone d’ombra e una volta rimesso a fuoco l’obiettivo non resta che accorgersi che questo incontro è una follia, una tortura, una condanna a morte sotto i riflettori. Ma Cal sale lo stesso sul ring di Tijuana per non crollare al tappeto e trasformarsi in un corpo da distruggere, un corpo votato al martirio. L’attesa dell'incontro, fra alberghi, interviste, giornalisti, manager, ricordi assume i contorni dell’illuminazione. Cercando di resistere fino alla parola fine ci si esaudisce nell’autodistruzione. Per poi scendere dal ring e chiudere gli occhi nell’abbandono. 
“Knock-Out” è un romanzo lancinante. Crudele e spietato nella sua disarmante umanità. 
Durissimo come un corpo martoriato a furia di calci, ginocchiate, pugni, testate che ci cade addosso. Un corpo che crolla e danza sul ring è l’essenza stessa della poesia. 
Un concerto di lacrime che ci teniamo in bocca durante l’annientamento. 
Il dentro di noi. La vita che morde e ci sfinisce. Il senso del dovere e dell’onore che si fa sangue che solo noi possiamo bere. La vita che si onora nella sconfitta, nell’amicizia, nella morte. Poi si chiudono gli occhi e si è soli. Sul ring. Fuori dal ring. Mentre si muore. O si cerca di risorgere.

4 commenti:

  1. Visto il nuovo graffito di WC? Ci sono Salvini, Carlo Conti, la Isoardi e la Kyenge: http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_febbraio_13/salvini-conti-isoardi-street-art-festival-politica-ed279960-b3a2-11e4-8ea5-42a1b52c991f.shtml

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    1. mi sa che arrivi qui in seguito al mio commento all'articolo di Angela. questo ci graffito ci sta, libera espressione, quello che non ci stanno sono le interpellanze parlamentari sulla isoardi.

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  2. "...Il sudore stesso è una costellazione di dettagli" frase interessante, riassume i ring, quello/i che stanno dentro, quelli fuori, il dentro di quelli dentro e fuori. A volte si rivela con una quasi invisibile perlescenza.

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    1. io amo i ring. amo la boxe (anche se questa non è boxe). e mi manca il contatto col ring. così come con gli ippodromi.

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