lunedì 2 febbraio 2015

Intervista a Domenico Di Tullio




Un mese fa avevo recensito il suo romanzo "Nessun Dolore" e adesso invece adesso lo intervisto. Qui sotto trovate una lunga chiacchierata con Domenico Di Tullio. Si parla delle sue opere, di Roma, di CasaPound e molto altro. Quest'intervista è schietta, sincera, diretta, provocatoria, infiammabile. Non ci sono censure, accordi, nulla. Tutte cose che non mi interessano. Così come inutili leccate di culo per presentarvi un'intervista. Se volete leggerla d'accordo, altrimenti andate altrove.



Intanto parto dalla fine, da oggi insomma, per chiederti, a quattro, cinque anni di distanza dalla sua uscita, qual è il tuo bilancio di “Nessun dolore”. In generale l’accoglienza del tuo libro mi è sembrata positiva, di sicuro ha destato molto interesse. Cosa ti è piaciuto di più e cosa di meno di tutta questa situazione?

A distanza di circa 5 anni dall’uscita del libro, ricevo manifestazioni di interesse, stima, affetto, che ancora mi stupiscono. Ho venduto una decina di migliaia di copie in Italia, qualche altro migliaio in Francia e in Germania, dove il libro è stato tradotto e pubblicato. Qualche settimana fa mi è arrivata una richiesta di diritti per una traduzione in finlandese.
è stata un’esperienza umana, oltre che letteraria: ho fatto 48 presentazioni in giro per l’Italia, da Varese a Palermo, ho conosciuto molte grandi persone che solo per amore del romanzo e del mondo che racconta mi hanno aiutato, ricercato, intervistato, offerto assistenza amicale, vitto e alloggio e guida turistica dei luoghi, calore umano e un grandissimo entusiasmo. 
Di negativo, relativamente negativo, qualche commento gratuito, perché teso a offendere aggredendo la mia storia personale e quella dei miei familiari più che a criticare l'opera letteraria, proveniente dal solito milieu letterario mafiosietto di Nozionismo Indiano-Wuminchia. Tuttavia le frustrazioni e la meschinità di questi censori da tastiera, si è poi trasformato in ulteriore utile pubblicità per il libro. 
Ricorderei anche il tradimento di un paio di amichetti letterati sinistronzi, che quando è scoppiato lo “scandalo editoriale Nessun dolore” hanno rinnegato persino di aver avuto con me normali frequentazioni, probabilmente per paura di perdere la poltroncina nel la conventicola dei resistenti.

E’ stata dura portarlo in giro? Hai ricevuto contestazioni e se sì come hai reagito e come hanno reagito gli organizzatori? Qualche gratificazione o alla fine ti sei sentito anche tu come uno di quelli che per un motivo o per l’altro devono per forza portare in giro il proprio romanzo altrimenti l’editore s’incazza e preferirebbe starsene a casa per sprecare meno fiato possibile?

Mi sono divertito molto a portare in giro il romanzo, sono una persona curiosa e viaggiare non mi dispiace. Certo, è stato impegnativo - faccio un altro lavoro- e a volte difficile per le solite contestazioni degli antifaquaquàccheri militanti, che cercavano di intimidire librai e centri culturali con metodi mafiosi, scritte intimidatorie e telefonate anonime per lo più, pur di non far presentare il libro. Credo sia comunque un’esperienza positiva incontrare i propri lettori, condividere con loro il feticismo per la storia che ti ha richiesto anima sangue e palle -Biondillo, ciccione fetente, te lo meriti il secondo posto al premio Bergamo!-, in special modo quando proprio loro sono capaci di scendere in piazza spalla a spalla e fare fronte, come è successo a Palermo, a qualche dozzina di scappati di casa coccolati dalla polizia, che vogliono impedire ciò che non è politicamente corretto o conforme al loro nulla esistenziale. L’editore -povero Rizzoli!- ad un certo punto ha smesso di rifornire le mie presentazioni direttamente, per quante ne facevo e gliene facevano, in tutti i sensi. Non me ne voglia, l’Editore, -baci,eh!- ma di lui me ne frego.

Riparto dall’inizio: da dove ti è nata la voglia di scrivere un’opera come “Nessun dolore”? Perché, ne abbiamo già parlato, sembra quasi un pamphlet mascherato da romanzo. Una sorta di manifesto per far uscire allo scoperto un mondo, quello di CasaPound. E alla fine che cazzo è questa CasaPound. Fascisti? Fascisti del Terzo millennio? Gente libera? Idioti?

Dopo il saggio nel 2006, Alberto Castelvecchi ha avuto per primo l’intuizione di commissionarmi un romanzo, in realtà molto diverso da quello che è poi diventato ND, che è stato la mia palestra di scrittura per qualche anno. Quando la Rizzoli, ovvero Michele Rossi, ebbe l’idea di pubblicare “un romanzo di CasaPound”, per coincidenza e volontà di qualcun altro -di cui ricordo l'imponenza fisica oltre alla barba a pizzetto lunga oltre 7 cm- mi sono ritrovato ad essere proprio io lo scrivente giusto al momento giusto. 
All’inizio, in verità, la casa editrice voleva far pubblicare uno a caso tra i ragazzi di piazza Navona, pensavano a un instant book che sviluppasse l’immagine forte di quel momento, la fila di ragazzi dalle facce giovani e belle con i manici di piccone in mano, pronti a difendere -proprio loro, i fascisti!- la loro libertà di manifestare e il diritto di rimanere nella piazza di tutti, tant’è che avevano già preparato una ghost writer/fanciulla più o meno in fiore da affiancare al giovinscrittore scelto a caso. Poi Gianluca Iannone ha rotto loro le uova nel paniere e sono arrivato io, con più storia alle spalle e più colori, ma senza aiutino della fanciulla, purtroppo! 
ND è stato il tentativo, spero almeno in parte riuscito, di dare voce diretta ad un mondo che viene sempre descritto come il male, il brutto, la fogna maleodorante, il golem del Capitale plus della Reazione, mentre nella mia esperienza recente e a maggior ragione per quanto riguarda CasaPound e il Blocco Studentesco è soprattutto bellezza, entusiasmo, vitalità, sacrificio, irriverenza e forte passione. E ricerca costante del bello e buono, fisico, morale, spirituale. Nonché umorismo beffardo, come traspare nel libro, per i nemici non intelligenti.
Fascisti, no, nonostante quanto dicano, esistono profonde differenze dall’esperienza dei reduci dalle trincee che originò gli squadristi e il Ventennio. CPI si candida alle elezioni, accettando le regole del confronto democratico, mentre condanna la violenza, anche politica, che non è considerato una modalità possibile di azione, anche se del Fascismo rivendica le radici sociali e rivoluzionarie. Fascisti del terzo millennio può andar bene quando devono scandalizzare o economizzare i concetti, è un calembour ben riuscito, ma approssimativo. Profondamente libertari, giovanilmente rivoluzionari, scanzonati ma gerarchici, coraggiosi e scapigliati, provocatori con gusto e schiaffeggiatori di classe. Casinari quanto vuoi, ma belli sempre. Più neofuturisti, quindi.

Come ti sei avvicinato al mondo di destra? E cosa ti ha più affascinato della destra?

Le mie esperienze politiche risalgono a metà degli anni Ottanta: il mondo della destra radicale di allora per me è stato un'esperienza di vita: ero di buona famiglia, estrazione borghese, appena cacciato da un collegio di gesuiti, ho scoperto la mentalità stradaiola, le notti passate a vagabondare o a giocare a guardie e ladri con le guardie vere, il rokkenrolle adrenalinico o l’ardore ardcoristico di gruppi musicali d’area che suonavano nelle cantine o nelle stalle, i cortei, le lotte con i compagni e con i democristi. Per me la militanza politica è coincisa con l’adolescenza, con il diventare grandi, con l’innamorarsi per la prima volta, con lo scoprire cosa sarei voluto diventare. Quella non era destra o sinistra, ma piuttosto una banda di fratelli che si batteva spalla a spalla contro il mondo. E ne frattempo cresceva e non indietreggiava mai.

Che differenze ci sono fra il mondo di destra di venti, trent’anni fa e quello attuale? Quali sono gli aspetti positivi di questa nuova fase e quelli che invece che critichi o che invece ti mancano della tua giovinezza? Io, da esterno, noto una grande vitalità o un risveglio.

Nell’esperienza attuale di CasaPound ci sono molti degli aspetti positivi della mia giovinezza militante e politica: CPI ne conclude gli spunti migliori, incarnandoli. In particolare, mi piace l’atteggiamento di apertura al mondo, la capacità di andare dove prima non si poteva, di confondersi senza perdersi, la forza rivoluzionaria di sovvertire schemi abusati e inventare nuove forme di espressione, aggregazione, azione politica non rinnegando storia, radici e famiglia. Io ho vissuto la mia militanza in un ghetto, dal quale si bramava di evadere ma si viveva comodi, seppur con qualche rischio. I giovani del Blocco vanno per il mondo reale, a volte a menare le mani, a volte a bisbocciare come conviene ai ragazzi della loro età, ma sempre a confrontarsi con quello che trovano.
Rimprovero a quelli che erano i più dotati politicamente tra i miei vecchi sodali o camerati che dir si voglia, oggi che magari hanno alle spalle dieci-quindici anni nel PDL da senatori e deputati, parlamentari europei e sindaci, di non essere stati capaci di uscire dal ghetto, lasciando indietro e ben rinchiusi i complessi di cattività e inferiorità. Rimprovero loro le invidie e l’ambizione, il bisogno di sfoggiare potere e soldi come ex puttane diventate signore perbene: hanno solo mangiato per vent’anni, mentre avevano l’occasione di mettere un paio d’ali e spiccare il volo, seminare una intera nuova generazione di uomini, che magari una rivoluzione l’avrebbero potuta fare sul serio. Si sono venduti per due assessorati e la presidenza di qualche ente, un paio di calze di nylon e qualche pacchetto di sigarette, una mancia lasciata distrattamente sul comodino.

E’ stato difficile trovare un editore? E chi ha aiutato durante la revisione del testo?

Facilissimo, invece: in realtà è stato l’editore a inciampare su di me, un progetto editoriale intelligente e furbo a incastrarsi, come spesso succede nella storia fortunata di CP, con una singolare volontà di potenza, che ha favorito un immeritevole povero scrivente!
Nel testo sono stato lasciato piuttosto libero, l’editing è stato curato da Stefano Izzo della redazione Rizzoli, ma all’epoca lì erano tutti un po' distratti da quel gran bombone editoriale che fu il fotoromanzo lesbomoralisticooperaio di una giovane finta piombinese, che vendette ovviamente milioni di copie.

Quali differenze ci sono state fra l’uscita del libro per Castelvecchi e quella di “Nessun dolore”?

Dell’uscita Castelvecchi fu bellissimo il sapore pionieristico e lo scandalo, assieme al grande interesse dei giornali, che creò il primo libro su un fenomeno che, per provenire dal mondo non conforme\destra radicale, non doveva essere neanche nominato. Il tutto culminò in una fantomatica occupazione della casa editrice da parte di un collettivo di non tanto furbi, che diede la straordinaria possibilità di montare un caso ad hoc e di rilanciare l'uscita editoriale del saggio, tanto da meritare l'intera prima pagina dell'inserto culturale del Corrierone. Le duemila e quattrocento copie stampate furono esaurite di lì a poco.
Rizzoli, anche con l’aiuto di migliaia di militanti di CasaPound, ha fatto le cose in grande, con tirature da casa editrice maggiore, sebbene, a dire il vero, non abbastanza: la prima settimana, il romanzo è arrivato sedicesimo nelle vendite della narrativa italiana, e solo il fuori stock ha evitato l’entrata nei primi dieci la settimana successiva. Il casino mediatico, tuttavia è stato fortissimo e duraturo, amplificato dalla costante contestazione che accompagnava il vero e proprio tour delle presentazioni: più boicottavano, manifestavano, urlavano, minacciavano, più il romanzo, inesorabilmente, vendeva. In particolare ciò è avvenuto a Parma e a Palermo dove ci sono state manifestazioni anche violente dei vari centrucoli asociali.

Quali sono stati i riferimenti che hai avuto mentre stavi scrivendo il libro e più in generale quali sono i tuoi riferimenti culturali e letterali? E i tuoi libri e artisti preferiti?

Sono un lettore onnivoro, che predilige la bella scrittura, ma a volte si infogna in libriciattoli, solo per amore di un’atmosfera o momentanea suggestione. I riferimenti letterari nel mio scrivere sono quelli dei grandi dimenticati italiani: Parise, Flaiano, Bianciardi, Buzzati. Ho una fissazione per chi scrive della letteratura e del combattimento e di Antonio Franchini ho letto e riletto tutto. Sono un giallivoro quando scorgo un fondo di veridicità – da buon avvocato penalista – in trame e personaggi, perciò Lucarelli, Carlotto, Fois, i primi due di Di Fulvio. Mi sono pasciuto dei calembour bukowskiani di Pinketts, ma anche abbeverato delle terre di pianura e del grande fiume di Guido Conti.
Dei nuovissimi quarantenni leggo Lagioia, anche se non amo il suo vezzo di girare in astrakan per piazza Vittorio, dove viviamo. Mi incaponisco su Giordano Tedoldi, che aspetto al varco, e mi sbellico su Massimiliano Parente, che avrei voluto a CasaPound per la presentazione del suo romanzo con iTler queer in copertina. Degli ultra quaranta solo i pratesi in esi: Veronesi e Nesi. Degli stranieri ne ho una quantità, cito solo 3 di quelli letti integrali: McCarty, Celine -si vede dalle interviste!- e Mishima. Menzione speciale per Capote, Craig Davidson, Pierre Drieu La Rochelle, ma anche Vikram Chandra, chi è costui. E poi amo i fumetti, ma è un segreto.

C’è stato qualcuno che si è incazzato nel tuo ambiente? Minacce dall’altra parte?

Nessuno che abbia avuto il coraggio di vernirmelo a dire di persona! Mi ricordo, in realtà, un’unica recensione negativa provenire da un tizio dell’ambiente della destra terminale, che si lamentava per l’inverosimiglianza dei miei personaggi, probabilmente era stato rinchiuso da troppo tempo in uno sgabuzzino assieme ad altre mezze scope vecchie per accorgersi di quello che era avvenuto al "suo" mondo. Minacce? Una marea, ma quelle vanno e vengono, fanno quasi piacere: i cani abbaiano perché ci muoviamo.

Nel libro si respira una grande fisicità, scontri, palestre, sudore. Perché tutta questa importanza nel mondo della destra? Non è più un’impalcatura esteriore, una sorta di finzione a cui aderire e riarrangiata assecondando alcuni cliché? E chi non ama questo genere di fisicità come viene trattato?

Credo che ci sia una grande analogia tra lo scrivere e il combattere: per me la letteratura è combattimento, così come i miei personaggi sono tutti, a loro diverso modo, combattenti. Egualmente, nel mondo che ho raccontato, che è quello dei militanti, si vive costantemente in guerra, ci si prepara fisicamente e mentalmente ad affrontare ogni giorno il nemico, fisico, spirituale o politico che sia. Non esiste, o non dovrebbe esistere, tuttavia una soluzione di continuità tra pensiero e l’azione, per il militante non conforme: l’espressione della fisicità è molto vivace, ma è comunque mitigata da un forte senso di giustizia e rispetto delle gerarchie, il coraggio fisico è stimato, ma non è un obbligo da coscritto e non viene imposto, quanto la lealtà e il rispetto per i propri sodali.
La tradizione da cui proviene questo mondo è quella dei guerrieri, dei soldati, dei legionari, ma in questo non luogo c’è necessariamente posto importante anche per i poeti e gli intellettuali, purché dimostrino lo stesso coraggio, purché loro stessi combattenti nello spirito.
Più semplicemente, CasaPound nasce da un gruppo musicale e questo dovrebbe far comprendere quanto il suo militante tipo sia lontano da quello stereotipo di picchiatore bovino che fa fare pipì a letto agli antifa’ e anima le fantasie piccanti delle antifa', quando se lo sognano.

Il romanzo vive di Roma. Com’è la Roma di oggi alla luce dei fallimenti di una amministrazione dietro l’altra? E quali sono le zone di Roma che ti senti più tue? E di questa MafiaCapitale cosa ne pensi?

La Roma di oggi è sofferta, oltraggiata, ferita: nel mio ricordo non è mai stata così sporca e infelice come in questi anni. È’ una che ti sembra aver passato gli anni della bellezza, se non la guardi bene, mentre è solo bisognosa di un bel bagno, per tornare la donna meravigliosa che è.
Io sono cresciuto all'EUR, quando più che un quartiere era un sogno irrealizzato, il fantasma dell’irrealizzabile Esposizione Universale Roma, che di notte diventava un territorio di frontiera, da esplorare in libertà o da difendere da nemici invasori. Ho il mio studio ancora lì, non sono riuscito a staccarmi del tutto dai suoi marmi bianchi, i prati verdi che ammantano il riflesso di cielo terso che si specchia nelle acque piatte del lago. Un posto così lontano nel tempo e nello spazio da non sembrare la Roma abituale, cristallizzando un’essenza di Roma che era il sogno ideale dei metafisici e dei neoclassicisti.
Oggi, per scelta precisa, vivo nell’Esquilino bello e disperato, un quartiere straordinario di Roma centro, che è cento città diverse ma sempre l'Urbe, probabilmente quello che più si sarebbe avvicinato all’idea della città imperiale, se le varie amministrazioni non l’avessero abbandonato alla microcriminalità, alla multiculturalità illegale e fallimentare, fasulla  quanto imposta, che lo fa sembrare un mix tra l'Habana Vieja e Calcutta, mortacci loro!
Mafia Capitale? É ardita costruzione investigativa della Procura di Roma, che nasconde semplicemente un cambio della guardia nel malaffare romano: la coop di Buzzi era diventata troppo potente e dominante, bisognava fare spazio ai politicamente vincenti della nuova amministrazione, ad altre non meno rosse coop.
Niente di nuovo al Colosseo, temo.

Il romanzo vive soprattutto di giovinezza, di scoperte ma anche di esclusione sociale, precarietà, mancanza di casa e lavoro. I ragazzini di Blocco Studentesco trasudano comunque vita, voglia di opporsi alla decadenza. Di solito vengono trattati come dei fascistelli burini. Chi sono questi ragazzini ed è stato difficile scriverne? 

Blocco Studentesco e CasaPound prendono allegramente a scapaccioni gli stereotipi: non esiste un militante tipo, una classe sociale preminente o un particolare quartiere di provenienza. Di solito chi sottovaluta il fenomeno, descrivendolo come un’accozzaglia di decerebrati, finisce per ritrovarsi in men che non si dica una sede di CP sotto casa o un rappresentante del Blocco a scuola. I ragazzi del Blocco che conosco meglio, sono semplicemente i figli di Roma, signora bene o puttana che sia, provenienti da famiglie che hanno fatto la storia della città, come appena arrivate: nella storia del blocco ci sono stati principi neri e militanti di origine romano africana, indiana, giapponese.

Il romanzo si chiude con una ragazzina che vede coi suoi occhi i fatti di Piazza Navona. Ti va di raccontare cosa, secondo te, visto che te ne sei occupato anche in sede processuale, accadde quel giorno?

Ciò è accaduto è storia, cristallizzata in decine di ore di filmati ripresi in diretta dai vari operatori televisivi presenti in piazza Navona quel giorno, che ho voluto sintetizzare nel romanzo nel punto di vista della ragazza. 
Il Blocco, come nei giorni precedenti, aveva partecipato alla protesta contro la riforma scolastica, scandalizzando le solite majorette dell’antifascismo. I centrini sociopatici e i collettini universitari hanno, perciò, organizzato un corteo, sopraggiunto solo in tarda mattinata nella piazza, con l'unico e dichiarato scopo di normalizzare democraticamente la protesta, scacciando i giovani studenti medi del Blocco Studentesco. Una gestione dell’ordine pubblico piuttosto approssimativa ha permesso la carica delle oltre quattrocento guardie rosse (numeri stimati della questura) contro la ventina di ragazzi rimasti a difendere il loro diritto di rimanere in piazza a manifestare. Quel che è stato poi raccontato ad arte per giustificare la solita violenza vigliacca venti contro uno è smentito dalle riprese, che, per la prima volta, hanno chiaramente mostrato chi prevaricasse e chi facesse della violenza politica il suo principale mezzo di affermazione in piazza quel giorno.

Sei un avvocato d’ufficio. Che vita fa un avvocato d’ufficio e quante volte al giorno entri in conflitto con i tuoi ideali?

Sono anche un avvocato d’ufficio, visto che la maggior parte dei miei clienti mi conferisce incarichi fiduciari. Ho deciso di continuare a rimanere iscritto nelle liste degli avvocati disponibili alle difese d’ufficio, lo sono da oltre 15 anni, perché credo anche in una funzione sociale, idea vagamente romantica, della mia professione di difensore.
La difesa di ufficio, al contrario di ciò che si crede, è spesso appassionante e difficile, a favore per lo più di poveri e disperati per i quali sei l'unica possibilità di ottenere un giusto processo.
Eventuali contrasti ideali possono verificarsi più facilmente nelle difese fiduciarie, anche se hai sempre la possibilità di rinunciare.
Ottenere il giusto compenso per la difesa d'ufficio è impensabile, ma a volte bastano le sporadiche incredibili soddisfazioni professionali che ne ricavi, per farti andare avanti anni. La figura del difensore d'ufficio che legge il giornale e alza lo sguardo solo per rimettersi alla clemenza della corte è una macchietta cinematografica che non corrisponde alla realtà quotidiana di un lavoro difficile e gravoso, che deve essere portato avanti con grande responsabilità e professionalità. In genere il difensore dorme poco, non si ammala quasi mai, ha il cellulare sempre acceso.

Come giudichi quanto appena accaduto in Francia?

Quanto accaduto è il fallimento manifesto delle politiche per l’assimilazione basate su di un certo relativismo culturale tutto ideologico, che pretende di integrare senza educare alla nazione/patria, trasformando semplicemente lo straniero in consumatore medio, offrendogli il deserto della massificazione in cambio della sua cultura d’origine.

CasaPound e Lega sembrano andare a braccetto. Cosa ne pensi di Salvini? Una mossa paracula da parte di entrambi o invece l’inizio di una nuova fase politica? E più in generale come giudichi l’attuale fase politica?

Giudico molto positiva l’alleanza strategica di CasaPound con la Lega: l’apparentamento con un partito politico nazionale offre una protezione importante a chi, per sua natura, è più movimento di idee e metapolitica e soffre l’aridità della propaganda elettorale tradizionale. D’altronde la Lega ha trovato in CPI una realtà molto ben radicata sull’intero territorio italiano, impegnata attivamente nella cultura, nello sport, nel volontariato sociale. CasaPound è un termometro piantato nel cuore della nazione che fa molto comodo a chi, per il suo essere politico di professione come Salvini, ne è inevitabilmente distante. La peculiarità di CPI è quella di essere un progetto di vita con ampia prospettiva, ben diverso dalla mera appartenenza a un partito politico che vive nel contingente, come la totalità di quelli italiani. 

Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

Ho un progetto che vorrei sviluppare nei prossimi mesi o magari anni. Il titolo provvisorio è: difensore d’ufficio. Guarda caso.

Cosa stai leggendo, ascoltando, vedendo di interessante di questi tempi?

Un paio di ospedali e molti medici ed infermieri! Purtroppo mi è capitato un incidente piuttosto grave in moto, in seguito al quale ho riportato una frattura all’ulna e al femore, quest’ultima scomposta e particolarmente frammentata. Per farla breve, ho recentemente subito quattro operazioni chirurgiche piuttosto impegnative, passando molti mesi in un letto d’ospedale. La fisicità, che è sempre stata un mio cavallo di battaglia, l’ho dovuta necessariamente mettere da parte, assieme a tutto ciò che era fino ad un attimo prima il mio mondo normale, quello “di fuori”.
Oggi, a distanza di ormai otto mesi dall’incidente, ho ripreso in parte la mia vita ma ancora un fissatore di Ilizarov sul femore destro, una specie di gabbia di titanio e acciaio che favorisce la calcificazione, e cammino con stampelle che dovrò portare ancora per non so quanto. Tutto è drasticamente cambiato, ma non dispero di tornare comunque sul ring. Come dice il ritornello di una canzone degli Zetazeroalfa, andrà tutto bene.




Lugano, febbraio 2015


6 commenti:

  1. Bellissima intervista! Grande Di Tullio!

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  2. Grande Domenico, e bravo Andrea. Davvero una bella intervista. é un bel po' che non incontro Domenico, non sapevo nemmeno avesse avuto un incidente: é ora che torni a far un salto a CasaPound o al Cutty Sark per fargli un bel saluto.

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    1. Ciao Fede, grazie. Quando vai da quelle vostre parti salutami anche Mario Gomes.

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  3. Ciao Andrea. Semmai Mario Gomez... ma guarda che non mi sfiora proprio la provocazione

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    1. ah ah ah, certo che non ti sfiora...

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