martedì 17 febbraio 2015

"Die Andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht" / "L'altra patria - Cronaca di un desiderio" di Edgar Reitz; "Houellebecq economista" di Bernard Maris; "L'identità infelice" di Alain Finkielkraut è già fra i miei libri del 2015





Un gran film che ho visto "Die Andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht" / "L'altra patria - Cronaca di un desiderio" di Edgar Reitz. Qualche informazione qui e questo è il trailer.

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Lo aspettavo da tempo e l'ho letto tutto d'un fiato. Sto parlando de "L'identità infelice" di Alain Finkielkraut (Guanda, traduzione di Sergio Levi). Ho sottolineato e riletto. Mi sono riempito di dubbi, spunti e riflessioni. Sicuramente è già nei miei libri dell'anno 2015. Perché io continuo a studiare, cercare. Trascrivo un lunghissimo passaggio:

"Non creiamo niente di nuovo se non a partire da ciò che abbiamo ricevuto. Dimenticare o scomunicare il nostro passato non significa aprirci alla dimensione dell'avvenire: significa sottometterci, senza resistenza, alla forza delle cose. Se non si perpetua nulla, non è possibile alcun inizio. E neppure se tutto si mischia. L'antico e il moderno rischiano di sprofondare insieme nell'oceano dell'indifferenziazione. Il mondo umano e terrestre ha bisogno di frontiere. Lévi-Strauss ci invita quindi, noi francesi e noi europei, a rivedere al ribasso le nostre pretese senza per questo rinunciare a ciò che ci fonda. Dobbiamo imparare la lezione del XX secolo, dice, facendo spazio all'alterità. Ma non siamo, anche noi, l'altro dell'Altro? E questo altro non avrà anch'esso il diritto di esistere e di perseverare nel proprio essere? Il superamento della grande ambizione illuminista di dare il nostro volto a tutto il mondo non deve condurre alla cancellazione di questo volto. E per farsi comprendere meglio, Lévi-Strauss predica dando l'esempio. In Da vicino e da lontano , un libro di conversazioni con Didier Eribon pubblicato nel 1988, afferma che se una comunità etnica "si trova bene nel rumore o se ne compiace", non la metterà alla gogna, non ne chiederà l'esclusione dal genere umano e si guarderà bene dal mettere sotto accusa il suo patrimonio genetico. Tuttavia, aggiunge, "preferirei non abitare troppo vicina a essa, e non mi piacerebbe che con quel falso pretesto si cercasse di farmi sentire in colpa" 

L'immigrazione, che contribuisce e che contribuirà sempre più alla crescita demografica del Vecchio Mondo, pone le nazioni europee e la stessa Europa di fronte alla questione della propria identità. Gli individui spontaneamente cosmopoliti che eravamo si erano disabituati a dire noi. Ma eccoci qui, tornati romantici nostro malgrado. Sotto l'urto della pluralità scopriamo il nostro essere. Scoperta preziosa, ma anche pericolosa: dobbiamo combattere la tentazione etnocentrica di perseguitare le differenze e di erigerci a modello ideale senza per questo soccombere alla tentazione penitenziale di rinnegare noi stessi per espiare le nostre colpe. La buona coscienza ci è preclusa, ma ci sono dei limiti anche alla cattiva coscienza. La nostra eredità, che non fa certo di noi degli esseri superiori, merita di essere preservata e nutrita. Ciò non implica in alcun modo un ritorno a Taine, a Barrès e al loro pathos del radicamento. Esistono senza dubbio francesi di stirpe, e questo dato non va considerato trascurabile, spregevole o di per sé colpevole. Nel giugno 1940 de Gaulle non avrebbe potuto provare la certezza assoluta d'incarnare la Francia se non fosse disceso da un'antica famiglia francese. Aveva bisogno di questa eredità. Aveva bisogno di questa profondità temporale. Aveva bisogno di questa legittimità filiale. Ma in tanti lo hanno seguito, anche se non avevano ascendenze paragonabili, o erano addirittura, secondo le sue stesse parabole affettuose e riconoscenti, meticci. Perché, come dice Emmanuel Lévinas, "la Francia è una nazione alla quale ci si può attaccare tanto fortemente con il cuore quanto con le radici". Questa nazione e questa idea di nazione si trovarono impegnate in una lotta inespiabile, fra il 1939 e il 1945, contro la mistica del sangue e del suolo.

Con i suoi platani e i suoi ippocastani, con i suoi paesaggi e la sua storia, con il suo genio caratteristico e i suoi prestiti, con la sua lingua, le sue opere e i suoi scambi, la versione francese della civiltà disegna un mondo che si offre tanto agli autoctoni quanto ai nuovi arrivati. Per non ripetere gli orrori del passato e raccogliere la sfida contemporanea della convivenza, si vorrebbe oggi cancellare la proposta identititaria. Lévi-Strauss ci insegna, al contrario, che essa va mantenuta con fermezza e trasmessa senza vergogna." 



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