venerdì 30 gennaio 2015

Tre libri ticinesi: Vanni Bianconi "Il passo dell'uomo", Alberto Nessi "Milò", Luisa Canonica "Un canarino biondo" + Felpa "Paura" + Alain de Benoist + Sleater Kinney

Tre libri ticinesi di cui scriverò prossimamente:


Vanni Bianconi "Il passo dell'uomo" (Edizioni Casagrande)



Alberto Nessi, "Milò" (Edizioni Casagrande)




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"Paura" è il nuovo disco di Felpa, progetta solista di Emanuele Carretti degli Offlaga Disco Pax. Lo si può ascoltare su Rockit.

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Ho letto "Oltre i diritti dell'uomo. Per difendere le libertà" di Alain de Benoist (edizioni Settimo Sigillo). Molto interessante e denso di spunti su cui riflettere. Ripropongo alcuni passaggi ma ce ne sarebbero altri:

"In questo i sensi i diritti dell'uomo rappresentano la maschera giuridica dietro cui si cela una rivendicazione morale di "giustizia": esprimono una concezione morale. Pertanto ha ragione Arnold Gehlen quando afferma che il successo dei diritti dell'uomo è frutto di una forma di "tirannico ipertrofismo morale". Il sogno utopico di un'umanità unificata, sottomessa alle medesime norme, che vive sotto la stessa legge, forma l'intelaiatura di fondo dell'ideologia dei diritti dell'uomo. Che, è bene sottolinearlo, pone in modo contraddittorio l'unificazione del genere umano, prima come ideale e poi come dato di fatto, confondendo così il dover essere con l'essere. O, in altri termini, l'unificazione è presentata come una verità potenziale, tanto più vera quanto più plasma i fatti: la sua capacità veritativa finisce così per dipendere dalla sua realizzazione pratica. In tale prospettiva le sole differenze ammesse sono quelle "all'interno del medesimo" (Marcel Gauchet). Tutte le altre sono negate o rigettate, perché possono indurre a dubitare del "medesimo". L'idea-chiave è che gli uomini possiedono ovunque i medesimi diritti, perché fondamentalmente, sono ovunque i medesimi. In ultima analisi, l'ideologia dei diritti dell'uomo mira a sottoporre l'intera umanità a una legge morale, di tipo particolare, che è frutto dell'Ideologia del Medesimo." (pp. 24-25)

"Le domande sono tante quante le risposte: quando si parla di un "diritto dell'uomo" si attribuisce a questo valore intrinseco, valore assoluto, o ancora, un valore strumentale? La sua osservanza è così importante da prevalere su ogni altra considerazione oppure va rispettato, ma alla pari e in concomitanza con altri valori, egualmente importanti? Il "diritto dell'uomo" attribuisce un potere o un privilegio? Oppure si tratta di una facoltà (di un diritto di fare qualcosa) oppure di un'immunità (di un'esenzione da un dovere o da un obbligo)? Le critiche alla teoria dei diritti ne hanno spesso sottolineato il carattere fumoso e anche contraddittorio. Ad esempio, riguardo alla Dichiarazione del 1789, Taine scriveva che "la maggior parte dei suoi articoli non sono che dogmi astratti, definizioni metafisiche, assiomi più o meno letterari, vale a dire più o meno falsi, ora confusi e ora contraddittori, suscettibili di parecchi significati (...), buoni per un'arringa di lusso e per non un uso effettivo, semplice ornamento, specie d'insegna pomposa, inutile e pesante." (pp. 30-31)

"La vulgata dei diritti dell'uomo sostiene apertamente che questi diritti riguardano l'uomo in sé, al di fuori di qualsiasi forma di appartenenza. Da ciò deriva che i diritti, dal punto di vista morale, non possono essere considerati come funzionali a qualsiasi gruppo sociale particolare. Tuttavia, anche l'umanità costituisce in qualche misura un gruppo. Di conseguenza il problema diventa quello di giustificare perché al "gruppo" umanità si attribuisce un valore morale che si nega ai latori di istanze intraspecifiche. Perché tutte le appartenenze vanno considerate prive di valore, e solo l'appartenenza all'umanità va ritenuta fondamentale?" (pag. 47)

"Oggi prevale la tendenza a trasformare in "diritti" qualsiasi specie di esigenza, desiderio o interesse. Gli individui, al limite, avrebbero il "diritto" di veder soddisfatta qualsiasi rivendicazione, per la sola ragione di essere in grado di formularla. Reclamare i propri diritti è solo un altro modo per cercare di massimizzare i propri interessi. L'avvento del consumatore di diritti va perciò in direzione dell'ideale economico di un uomo che si preoccupi soltanto di accrescere la sua utilità. Come nota Guy Roustang, "l'homo oeconomicus che bada solo al suo interesse ha un omologo nel mondo della politica: l'individuo che si definisce solo attraverso i diritti di cui gode. Ecco perché al cittadino riesce sempre più difficile inserirsi in una società che si ispira al modello del mercato autoregolato. Ridotti a semplice catalogo di desideri scambiati per bisogni, i diritti proliferano così rapidamente da oscurare la loro autentica ragion d'essere. L'inflazione dei diritti corrisponde a ciò che Michael Sandel ha definito "repubblica procedurale", e alla consacrazione dell' "individualista indipendente" (Fred Siegel) (pp. 76-77)

"Un'altra conseguenza diretta dell'individualismo dei diritti è la straordinaria ascesa del potere giudiziario, ormai inteso come la sola forza capace di regolare la vita politica e di pacificare quella sociale." (pag. 77)

"Pertanto si può ritenere che la ridefinizione della democrazia come "regime che rispetta i diritti dell'uomo" (allineandola alla democrazia liberale), sia insostenibile sotto l'aspetto intellettuale ma redditizio sotto quello politico." (pag. 95)


1 commento:

  1. Comprendo la critica e l'opposizione alle politiche imperialiste. Non riesco tuttavia a concepire un'idea che non sia cosmopolita. Una democrazia liberale. Il concetto di Patria, Stato andrebbero radicalmente rivisti. Un esempio è il web, dove confluiscono razze, età, orientamenti, generi e transgeneri. Tutto circolare, parte da un punto e gira per poi tornare. C'è un'identità forte o velata o mascherata in ognuno che poi sfuma nello scambio. Addirittura di alcuni materiali si perde l'autore, l'origine, acquistano nuova identità, forse labile, forse vuota, ma comunque diversa dal suo contesto originario. In un modo o nell'altro l'uomo non è mai riuscito a stare dentro i suoi confini, perché allora non evolversi in modo armonioso. Pensa, qui da me alcuni piatti hanno origini barbare, altri etrusche, altri ebrei. Se riusciamo a mangiare il mondo, potremmo riuscire anche a convivere nel mondo. Mi sono allontanata dal tuo post, ma ogni tanto penso ad alta voce, dicono che non si fa, mi piace l'idea di condividere questo pensiero con te. Utopico, sicuramente, ma il pensiero è una delle poche manifestazioni fuori controllo che possiamo avere e allora perché non pensare l'impossibile. Dato il mio farneticare "all'acqua di rose" chiudo con un sorriso stile figli dei fiori, che non mi rispecchia per nulla, ma abbraccio la diversità (◕‿◕✿)

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