venerdì 31 ottobre 2014

Sappy

Un anno fa, di questi tempi, spingevo mia madre su una sedia a rotelle per i viali in ghiaia del cimitero. Arrivati davanti alla tomba dei suoi genitori disse "Ci vediamo presto mamma". E poi: "L'anno prossimo Andrea io voglio le rose, perché quello che arriva è l'ultimo Natale che passeremo insieme."  Ritornerai un giorno mamma. E quel giorno riusciremo a chiederci scusa.

Mia madre adorava Bruno Lauzi, così come lo adorano Ste e Veronica, due amici e compagni fondamentali nella mia vita che per vari motivi non vedo da anni. Mia madre era stonatissima ma quando cantava "Ritornerai" non so perché ma diventava sempre intonata.


Trenta metri più in là da dove è seppellita mia madre c'è la tomba di Flavio, il presidente della Cooperativa Sociale dove fui inserito nel 1999. Un uomo straordinario al quale devo praticamente tutto. Stroncato pure lui da un tumore. L'uomo più buono che io abbia mai conosciuto. L'uomo che quando mi passava accanto mi posava la sua mano sulla spalla e poi mi scompigliava i capelli. Che aveva sempre una parola buona per tutti. Sempre la voglia di ascoltare e di farsi carico del dolore altrui. Gli piaceva la musica francese. Non sono andato al suo funerale perché sarei crollato.



Ci sono giorni dove tutto il dolore che ho dentro supera il livello di guardia e mi abbandono al suo scorrere.

Non c'è niente che possa contenerlo.


giovedì 30 ottobre 2014

S, "Vampires"/ "Tell Me" + solidarietà


L'immagine sopra mi piace un sacco e la uso per dirvi che c'è il nuovo video di S/Jenn Ghetto tratto dall'album "Cool Choices". Questa è la volta di "Vampires". E invece qua sotto il live di "Tell Me"




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E poche parole per abbracciare i sogni di Remy Fraisse: grazie.

Solidale anche con gli operai picchiati ieri. Con una precisazione sui discorsi mortiferi di Landini: io e gli uomini in divisa non siamo lavoratori (disoccupati, precari, eccetera...) allo stesso modo e non sono per niente simile a loro e non voglio essere paragonato a loro. Guadagneranno pure poco ma sono il braccio armato del dominio, i tutoriservi dello stato, della legge, del capitale, delle dittature ed è bene non dimenticarlo mai.
Non voglio avere nulla a che fare con loro (e nemmeno coi sindacalisti).

mercoledì 29 ottobre 2014

Grouper, "Ruins" (Kranky) &... (Annalisa Chirico, Pernazza, Céline Minard, A. B. Guthrie, Richard Powers, Vintage Violence)


"Ruins" è il nuovissimo disco di Grouper uscito per Kranky. Lo si può ascoltare tutto qui.


Annalisa Chirico, giornalista e autrice di "Siamo tutti puttane" (Marsilio) è stata ospite di Pernazza (ve lo ricordate negli Ex-Otago?) su La3tv. Se vi interessa andate qui.



Il western e tutto ciò che ci gira intorno è parte integrante della mia vita. Questi due libri usciranno a novembre: "Il grande cielo" è la ristampa di un classico mentre "Per poco non ci lascio le penne" mi incuriosisce parecchio e ho promesso di recensirlo. Due informazioni qui sotto:


Alfred Bertram Guhrie - Il grande cielo (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli, pp. 452 – 17.90 euro, esce il 12 novembre) 
Nuova traduzione dopo 36 anni dalla precedente edizione.

Il grande affresco dell’epopea americana: un viaggio alla ricerca della nuova frontiera ma anche del significato stesso di libertà. Dal Premio Pulitzer A.B.Guthrie, il capolavoro del western celebrato e preso a modello dai narratori di ogni genere. "La storia – grande come i territori che l’hanno ispirata – di un indimenticabile eroe delle frontiera più selvaggia"  (Bantan Books)  "Primo volume di una trilogia della frontiera che comprende anche The way West e Fair Land, è uno dei capolavori western di tutti i tempi" (Wallace Stegner)

Boone è un ragazzo che vive nel Kentucky con la famiglia in un momento in cui tutti si stanno dirigendo a ovest per trovare fortuna. Vittima, con la madre e il fratello, delle violenze del padre, una sera reagisce e lo colpisce alla testa. Consapevole di averlo ferito e forse ucciso, decide di scappare per raggiungere lo zio cacciatore. Lungo la strada verso St. Louis incontra Jim Deakins e insieme iniziano un lungo viaggio-odissea alla ricerca della nuova frontiera ma anche del significato stesso di libertà.

A.B. Guthrie (1901-1991) è stato un romanziere americano, sceneggiatore, storico.Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1950. Da Il grande cielo è stato tratto il film omonimo del 1952 diretto da Howard Hawks e interpretato da Kirk Douglas.

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Céline Minard, "Per poco non ci lascio le penne" (66thand2nd, pp 352, 18 euro, traduzione di Elena Sacchini). Esce il 6 novembre.

Prix du Style 2013, Prix Virilo 2013, Prix du Livre inter 2014

"Una piccola meraviglia d’intelligenza e originalità." (Le Monde)

Una carovana di personaggi singolari percorre le sconfinate praterie del West. Una vecchia moribonda viaggia urlando di dolore su un carro sgangherato in compagnia dei figli, del nipote Josh e della misteriosa ragazzina Xiao Niù, che hanno trovato lungo il cammino. Cercano una terra dove fermarsi. Altrove, la giovane Acqua-che-scorre-nella pianura, rimasta sola dopo la morte di tutti i membri della sua tribù, salva un uomo di nome Gifford, arso dalla sete e dalla febbre. C’è poi Zébulon, in fuga, carico di denaro e intenzionato a mettere su un’impresa di bagni pubblici. Ed Elie Coulter, che vaga a piedi finché si imbatte in un cavallo incustodito e lo ruba scatenando le ire del proprietario, Bird Boisverd.

Teatrale, drammatica, burlesca, Minard costruisce una storia densa ed esilarante, abitata da questi e tanti altri personaggi impegnati a ribaltare i cliché e gli archetipi dell’America delle origini.

Céline Minard è nata a Rouen nel 1969. Dopo gli studi in Filosofia si è dedicata alla scrittura. Già autrice di sette romanzi, con Per poco non ci lascio le penne ha vinto nel 2013 il Prix Virilo e il Prix du Style e nel 2014 il prestigioso Prix du Livre Inter.


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Film visti recentemente:





Il video a 360 gradi di "Metereopatia" dei Vintage Violence:


lunedì 27 ottobre 2014

Igino Domanin, "Grand Hotel Abisso" (Bompiani)




Il giorno dopo aver letto "Grand Hotel Abisso" di Igino Domanin (Bompiani) sono stato da da mia sorella a Milano. Dal balcone del suo palazzo di cooperativa si gode di una vista a 220 gradi della metropoli lombarda. E c'è da stare male a quello che è sorto e sta sorgendo all'orizzonte. Il libro di Domanin che è una straordinario libro che unisce, con incredibile chiarezza stilistica,  filosofia e narrazione, si chiude proprio sulla vista della skyline milanese che ormai sono uno dei pochi a non apprezzare. Tempo fa colleghi e parenti mi hanno mostrato foto delle vacanze a Singapore e Dubai e mi sono sentito male. Questo libro è un grido di dolore e di ribellione insieme. 

"La credenza più superstiziosa è quella di aver supposto che tutta la realtà della condizione umana possa coincidere con l'attitudine artificiale strumentale della nostra specie. La più inaccettabile, idolatrica, menzogna che la modernità ci ha donato è quella della natura artificiale dell'uomo, del radicarsi della tecnica nell'essenza stessa di ciò che fonda la possibilità di esperire e, in fondo, di vivere nel nostro mondo. Però, nel sentire cieco e, perciò, non ancora dominato dalla sfera degli oggetti, nel sentimento atrocemente panico e spaventoso della vita c'è ancora una resistenza decisiva, una capacità d'intendere un rapporto con la natura non strumentale, bensì estetico.

Intorno alla stazione Garibaldi per diversi anni ho assistito a una enorme macchina teatrale semovente. Una illuminazione da palcoscenico che sfolgorava nella notte, rendeva visibile costantemente il progredire dei lavori che stavano disegnando la nuova skyline milanese. C'è un piccolo parcheggio, proprio alle spalle della stazione, l'unico approdo facile per le vetture, quando decidi di passare una serata all'Isola. Una sera, dopo aver mollato l'auto, vidi delle gru colossali trasportare lentissimamente grandi lastre di vetro e sistemarle sulle pareti di edifici ancora presenti solo in scheletro, ma che s'intuivano innalzarsi oltre tutti i limiti verticali consueti in città. Il dondolio, l'oscillazione, la sospensione nel vuoto del vetro erano una grande attrazione, un moto spettacolare, un impulso verso una esplosione prossima che avrebbe modificato tutti gli equilibri della nostra contemporaneità.

Questa pulsione tellurica che suggeriscono gli edifici ancora in costruzione rinviavano nella mia memoria, ai dipinti di Boccioni, specialmente a quello non ancora futurista, ma che ne era una sorta di enunciazione solo programmatica e contenutistica, non ancora espressa formalmente, quella dove campeggia l'autoritratto del pittore e, sullo sfondo, la devastante impresa costruttiva dei cantieri che stanno trasformando la zona intorno a Porta Romana. Una sorta di apologia entusiasta, estremistica, della modernità. Però, l'impressione stavolta non è questa, piuttosto l'immagine ipermoderna di Boccioni mi pare chiusa interamente nella prospettiva storica del secolo scorso.

Il Novecento e la sua illusione di essere il secolo della Fine della Storia, il secolo, cioè, del compimento e della chiusura effettuale, della realizzazione. Gli edifici erano ancora legati a una prospettiva di emancipazione, partecipavano della realizzazione di un senso o, quantomeno, lo promettevano. La cornice urbanistica definiva una progettazione, la speranza in un mondo armonico e organico, la nascita di un quartiere doveva rispondere a una esigenza di storicità. Pur segnata da evidenti fallimenti, da inadeguatezze e insufficienze, quest'aura è ancora leggibile, anche nello sfacelo. I resti dell'architettura brutalista del Marchiondi, l'acida perifericità del QT8, perfino la notte desertica e siderale che rende tutto incongruo nel quartiere della Bicocca, ancora mormorano, nella balbuzie, l'aspirazione a una materia solida e pesante che potrebbe un giorno trasformarsi nella leggerezza e nel soffio della parola che sarà in grado di dire tutto il proprio senso. 

Al contrario qui, la monumentalità iperbolica della Milano contemporanea, con i suoi grattacieli creativi e griffatissimi, non segna più alcun compimento: sembrano obelischi, gigantismi, una monumentalità ciclopica e autoreferenziale, forse babelica. Un mondo orfano e costitutuivamente in rovina, non più aperto alla promessa della trasparenza del senso, ma retrattile e claustrofobico. L'edificio è un'occupazione dello spazio che lo soverchia e lo ricopre, che artificializza tutto quello che accade e lo inscrive in una superficie e derealizzata. Me ne accorgo meglio quando, casualmente, dopo una cena in un ristorante etnico dell'Isola, faccio quattro passi. Mi dirigo verso una rampa leggera, aerea, che come un nastro sembra sollevare gli esseri umani verso una piattaforma, un'area attrezzata, un luogo che intuisci è fatto per stupirti, per spingerti a chiederti "ti sembra, forse, di stare a Milano qui?" Sei a Milano, infatti, ma potresti essere a Singapore, Dubai, Cape Town o Rio.

Finalmente anche qui è come là. 

L'emancipazione si è voltata in sdradicamento, il nomade cosmopolitano prefigurato da Spengler e raccontato da De Lillo, passeggia insieme a me dentro questa festa mobile in cui si celebra l'abdicazione dello Spirito. La disindentificazione radicale, la rottura con ogni tradizione e provenienza marca il ritorno estatico e idiota alla barbarie della natura come interruzione di opini processo storico. Piazza Gae Aulenti nasce già in stato di rovina, la sua finta opulenza è già la cancellazione del mondo e della sua abitabilità, prefigura un nuovo dispositivo della condizione umana.

Un piccolo gruppo di giovani si contende un calcio-balilla, l'attrazione vintage messa a disposizione gratuitamente per i city users che frequentano la piazza. Mi dirigo versa la libreria appena aperta. All'interno i libri sono esposti senza soluzione di continuità con le bottiglie del vino e altre prelibatezze alimentari. La gente del sabato sera consuma il suo pasto selezionato e intelligente. Sfoglio, quindi, un libro di ricette di Alain Ducasse, sposto un volume che racconta l'ultima stagione di MasterChef Usa.

Lo spettacolo si fa noioso.
Quanto manca alla fine?

E' proprio vero che invecchiando si diventa impazienti." (pp. 190-194)

sabato 25 ottobre 2014

Segnalazioni al femminile (Oriong Rigel Dommisse, Zadie Smith, Annalisa Terranova, Romina Paula, Adriana Lisboa, Kim Thuy, Rossella Campo, Cristina De Stefano, Michela Zucca, Selva Varengo, Anna Aaron, Jennifer Egan, Loredana Lipperini, Sleater-Kinney, Lindsay Lohan) + premessa + Manlio Cancogni


Uscito dal lavoro, ieri mi sono imbattuto in un bambino, accompagnato dalla madre molto hipster, vestito da Darth Vader . Quando mi ha visto mi ha prima puntato la spada laser addosso e poi si è levato la maschera rivelando il viso di un angelo down. Sua madre mi ha detto che il cinema è come se fosse casa sua e che quando è triste e non vuole fare niente vuole solo indossare questo costume e che dopo che l'ha indossato comincia a sentirsi più tranquillo, a parlare, a sorridere. Ho ingaggiato con lui un duello col mio ombrellino allungabile e mi sono fatto affascinare ancora una volta dalla forza oscura.



Nei giorni scorsi ho incontrato davanti alla tomba dei miei nonni paterni un anziano che come mio nonno aveva combattuto durante la 2GM in Albania e sul fronte greco. Anche "Signor tenente" di Manlio Cancogni, ripubblicato quest'estate da Elliot edizioni ne racconta. Se non si era stati suoi compagni o commilitoni per far parlare mio nonno della sua esperienza come soldato e poi come partigiano bisognava o farlo incazzare o farlo bere o farlo commuovere. Se vi va potete leggere l'articolo su Cancogni uscito su Il Giornale a firma di Camillo Langone: "Un borghese grande grande. Vita spericolata di Cancogni"

E poi ecco le segnalazioni femminili (libri, dischi, concerti) e cominciamo con "Orion Rigell Dommisse" che si esibisce domani a Bergamo:



S u n d a y _ M o r n i n g

ORION RIGEL DOMMISSE - Providence USA - 
Featuring Eddy Crampes - Toulouse FR -

Domenica MATTINA 26 Ottobre 2014
ore 10:30a.m.
in Redazione CTRL
Via B. Bono 43 - BERGAMO - IT

Orion Rigel Dommisse
è una giovane violoncellista statunitense, nata in Virginia e attiva a Providence. Ha all’attivo 3 album, due registrati negli Stati Uniti e uno, l'ultimo, in uscita il 18 Ottobre, prodotto in Francia. Cantautrice e polistrumentista, Orion suona anche pianoforte, violino, organo e synth. Le sue canzoni, una fusione dolce e affilata di ballate pastorali, ambient umbratile e musica da camera, sono soffiate da una voce eterea e sognante, dai testi introspettivi e dalle atmosfere di fiaba.

a cura di INVISIBLE°SHOW

in collaborazione con 
CTRL Magazine
Woodoo Stoodio




"Denti bianchi" è stato un romanzo spiazzante che lessi in due giorni letteralmente frastornato. Fra alti e bassi sono comunque rimasto affezionato a Zadie Smith e questo "Cambiare idea" (Minimum Fax) è una raccolta di mini saggi che spazia dalla Magnani  a Wallace e due parole mi usciranno.





Stimo Annalisa Terranova, l'ho dimostrato nei giorni scorsi, e ho cominciato a sfogliare "Ildegarda di Bingen: Mistica, visionaria. Filosofa" (Il Cerchio). Recensione d'obbligo. Ne sentii parlare di Ildegarda in collegio da una madre superiora. Alla fine, sono stato in un collegio, ho parenti religiosi di ogni genere, e anche se sono anarchico non posso fare a meno di confrontarmi su questi temi





"Hanoi" di Adriana Lisboa (laNuovafrontiera) e "Riva" di Kim Thuy (Nottetempo) perché avendo una collega vietnamita che a gennaio diventerà la mia nuova responsabile, sostituendo l'attuale thailandese, l'interesse per l'Oriente sta crescendo e non poco. Prossimamente magari dedicherò loro due righe.





Cristina Campo è stata una donna straordinaria e se utilizzate la parola "ambigua" meritate solo un ceffone. Finalmente è tornato a casa dopo ben 7 anni il suo "Gli imperdonabili (Adelphi)" e sono riuscito a trovare usato "Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo" di Cristina De Stefano (Adelphi).



Michela Zucca è un'altra donna straordinaria che ho avuto modo di ascoltare 4 o 5 volte dal vivo. "Donne delinquenti. Storie di streghe, eretiche, ribelli, rivoltose, tarantolate" (Edizioni Simone) tocca dentro. i suoi libri sono tutti molto interessanti ma è una da ascoltare dal vivo.



Perché oggi è impossibile non preoccuparsi dello stato di salute del nostro pianeta e di come vogliamo vivere oggi e domani e di che mondo lasciare alle generazioni future, anche per chi come me non avrà mai un figlio. "La rivoluzione ecologica. Il pensiero libertario di Murray Bookchin" (Zero in Condotta) di Selva Varengo.



Anna Aaron è un grandissimo talento. Punto. Andate qui e poi leggete/ascoltate voi se vi interessa.



"La fortezza" (Mininum Fax) perché Jennifer Egan ha quel gelo caldo che mi piace assai.



"Questo trenino a molla che si chiama il cuore" di Loredana Lipperini (Laterza) che uscirà il 6 novembre. Loredana ne parla qui.


A gennaio uscirà il nuovo disco delle riformatesi Sleater-Kinney. Qui il primo video dell'album.




E' uscito anche in dvd il film di Paul Schrader "The Canyons" che è uno dei pochi veri grandi film che ho visto negli ultimi tempi. Dentro c'è Lindsay Lohan, che è, a parere, un'attrice di grandissimo talento. Qui, sfattissima, è straordinaria.


giovedì 23 ottobre 2014

Edda, "Stavolta come mi ammazzerai?" (Niegazowana Records)


Il 28 ottobre esce il nuovo disco di Edda, "Stavolta come mi ammazzerai?" (Niegazowana Records). L'ho ascoltato su Rockit  e mi sono devastato. Auguri.

"Tutte le volte che vedo mio padre, esco di casa con la voglia di ammazzare. Non capisco perché, ma io ci ho voglia di uccidere. E un giorno voglio anche essere Dio, vi inculo tutti. Sono contento perché  io ci ho voglia di uccidervi"

mercoledì 22 ottobre 2014

Stefano Boni, "Homo comfort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze" (Eleuthera) + Black Cat - Best You Can Get!


"Homo comfort" di Stefano Boni (Eleuthera) è un saggio molto intenso, duro, annichilente. Mentre lo leggevo rovistavo nelle mie contraddizioni, nelle mie schiavitù quotidiane ma ci trovavo anche conforto per il tentativo di ribellarsi, di insorgere, di andare in un'altra direzione, di immaginare e praticare un mondo altro da questo. Il libro verrà presentato a Milano sabato 1 novembre:


Ripropongo il passaggio intitolato "Il successo politico della comodità":

"La storia del comfort si trova a doverne spiegare lo straordinario consenso sociale, espresso sia nei momenti elettorali che in quelli rivoluzionari, con governi di vari colori accomunati dalla fede nel progresso scientifico, nell'escalation tecnologica e nella produzione industriale. I comunisti sovietici, come i liberisti statunitensi, passando per l'intero arco parlamentare italiano a partire dal secondo dopoguerra a oggi, hanno difeso strenuamente il consumo e le vite comode degli elettori, e tutto ciò che era necessario per diffondere l'agio, senza farsi tante domande sugli effetti collaterali. La sedicente democrazia contemporanea non si è fondata tanto su un esercizio elettorale sempre più inutile, perché privato di alternative e appiattito su deleghe in bianco a politici auto-referenziali e corrotti, ma sulla diffusione dell'agio. Gli Stati che governano senza l'ingombro delle elezioni, quando sono stati incapaci di garantire un agio generalizzato, tendenzialmente sono stati annessi al modello dominante, come tutto il blocco sovietico, o si sono modernizzati nel consumo, come la Cina. La comodità è il programma politico consensuale che unisce, unanimi, governi e piccole imprese, banche e risparmiatori, media e cittadinanza. E' un programma totalizzante, nel senso che caratterizza ogni ambito culturale e sociale, e vincolante, nel senso che i consumi vanno comunque garantiti. Esiste un governo o un partito che abbia cercato, non diciamo di implementare, ma per lo meno di sostenere a parole una riduzione della produzione consumistica? 
L'intero arco dei poteri istituzionali alleati ha sponsorizzato e gestito la crescita tecnologica esponenziale. Lo Stato, nell'emanazione pervasiva, incessante, totalitaria di norme, decreti, circolari, standard, parametri sempre più complessi, implementati da burocrati e tecnici strutturati su più livelli, ha di fatto imposto legalmente l'escalation artificiale. I guardino stipendiati dell'ordine costituito hanno represso con manganelli e lacrimogeni chi si lamentava delle conseguenze più devastanti del dispiegamento tossico. La macchina produttiva, razionalizzata e disumanizzata, ha sviluppato capacità distruttive inarrestabili, saziandosi senza remore morali né, ahinoi, un'opposizione sociale efficace. I media - frutto dell'ipertecnologizzazione della comunicazione che ha rimpiazzato il confronto faccia a faccia - hanno ingigantito l'appetibilità del comfort e occultato i suoi effetti nefasti bombardando incessantemente il pubblico, con messaggi espliciti e subliminali. La voracità del capitale finanziario, ormai autorità prima tra i poteri allineati, ha utilizzato la commercializzazione dell'ipertecnologia per aumentare le sue rendite a un ritmo vertiginoso. 
Le analisi che attribuiscono gli eccessi patologici dell'ipertecnologizzazione ai poteri forti (Stato, capitale, media) stentano a spiegare l'anelito individuale, collettivamente elaborato, che ha spinto l'umanità a rendersi la vita comoda (de Graaf, Wann, Naylor 2001). E' indiscutibile la volontà delle istituzioni allineate di diffondere l'ipertecnologia confortevole, ma quello che sorprende del dispiegamento dei poteri nella diffusione del comfort è la sostanziale convergenza di intenti tra gli snodi principali del potere contemporaneo e tra questi e i consumatori, che aderiscono, nel complesso, in maniera entusiasta al progetto di crescita consumistica individualizzata. La diffusione dell'agio è una chiave imprescindibile, ma ignorata, per comprendere l'amplissima e incondizionata adesione sociale al modello tecno-produttivista-economico, che si afferma velocemente su scale globale: "Il processo di modernizzazione si manifesta prevalentemente come crescita qualitativa e quantitativa della prestazione di comfort. " (Maldonado 1987: 97). Nell'ideologia contemporanea, la comodità ha un'innegabile centralità sia implicita ( ciò che non si dice, ma che risulta evidente) che esplicita (ciò di cui si parla, anche se spesso con riferimenti indiretti). Ora si fa difficoltà a concepire - e a maggior ragione a proporre come progetto sociale - un mondo anche solo leggermente meno comodo dell'attuale. Se ha ragione Illich (1974: 227-229) a sostenere che l'industrializzazione e la sovrapproduzione generano una "controproduttività", sia perché sono dannose sia perché espropriano la società dalle gestione economica diretta di diversi campi, allora perché c'è stata, nel complesso, un'opposizione così tenue a tali fenomeni, un contrasto che solo in rari casi merita il nome di resistenza?
La diffusione ipertecnologica ha tuttavia incontrato qualche opposizione di cui vale la pena ricordare la sorte. Quando la resistenza si è espressa come azione diretta mirata a danneggiare le macchine, la repressione ha legalizzato l'atrocità. Il filone luddista britannico, forse il momento di resistenza collettiva anti-tecnologica più significativo nell'Europa contemporanea, si è espresso con sabotaggi individuali e sommosse collettive, finalizzate a fermare la meccanizzazione dell'industria tessile attraverso la devastazione delle fabbriche, ed è stato invariabilmente represso in un bagno di sangue. Significative due leggi passate nel 1812, Frame Breaking Act e Malicious Damage Act, che prevedevano la pena di morte per il danneggiamento "malizioso" delle macchine; nel momento in cui l'attività luddista in Inghilterra raggiungeva il suo apice, vennero applicate in decine di casi, mettendo velocemente fine a un movimento esteso e deciso che aveva messo in difficoltà Stato e capitale (Brooke 2013). Il drammaturgo Ernst Toller, in chiusura della sua rappresentazione I distruttori di macchine, fa dire a Ned Ludd, mitico fondatore del movimento: "Altri verranno dopo di noi con maggiore conoscenza, maggior fede, maggior coraggio di noi. Il vostro regno sta collassando! O potenti d'Inghilterra". E' rimasto un auspicio teatrale: la società si è mossa in tutt'altra direzione.
La critica della tecnologia ha assunto forme sostanzialmente innocue: si sono succeduti movimenti intellettuali, consapevolezza critica, denunce morali che hanno mantenuto una presa sociale significativa ma marginale, sebbene in progressiva estensione negli ultimi decenni. Nelle sue espressioni pratiche, la critica alla tecnologia vanta un filone di esperienza collettive rurali che comprendono il movimento naturista tra le due guerre, settori delle mobilitazioni del Sessantotto e recentemente azioni di sabotaggio, oltre a piccoli gruppi di affinità (Howes 2003; Boni 2006). La resistenza diventa pericolosa per l'assetto complessivo del potere quando si moltiplica, quando si radica in prassi sociali generalizzate, quando riesce a sottrarre sovranità ai poteri allineati; la lotta contro l'escalation tecnologica, come d'altronde quasi tutte quegli degli ultimi decenni in europa, non può vantare successi significativi.
Nel complesso, l'umanità ipertecnologica contemporanea, se confrontata con altri periodi storici, ha bassissimi livelli di conflittualità contro il potere istituzionale e i gestori dei processi produttivi. La violenza è quasi sempre del potere contro la popolazione: guerre, reclusioni, sgomberi, aggressioni delle cosiddette forze dell'ordine, mentre è praticamente scomparsa dalla nostra esperienza l'azione diretta politicamente efficace nella forma di rivolta popolare, sistematico danneggiamento di macchine, insurrezione, vendetta. Homo comfort si assoggetta docilmente. Si può così spiegare questa accondiscendenza con la potenza senza precedenti dei mass media; l'esasperata frammentazione sociale; l'efficacia e la capillarità della macchina repressiva; il progressivo restringersi degli spazi di cittadinanza. Infine, si deve aggiungere un fattore cruciale: la sensazione di comodità. Marcuse (1967: 176; cfr. Marcuse 1969) aveva già messo a fuoco l'adesione delle soggettività contemporanee al progetto modernista:

"Per quanto riguarda l'oggi e la nostra condizione in particolare, ritengo che ci troviamo innanzi a una situazione senza precedenti nella storia, quella cioè di dover essere liberati da una società relativamente ben funzionante, ricca, potente (...). Il problema che abbiamo dinanzi è l'urgenza di liberazione da una società che soddisfa in buona misura i bisogni materiali e anche culturali dell'uomo; una società che, per usare una frase fatta, dispensa i beni a una parte sempre più ampia della popolazione. E ciò significa che cerchiamo di liberarci da una società in cui la questione della liberazione è apparentemente priva di base di massa."

Non solo "apparentemente": le masse si sono preoccupate della loro liberazione prevalentemente in termini di consumo. Homo comfort è in effetti stato priv(at)o della volontà di riappropriarsi di un potere politico e ha accettato una sudditanza confortevole e volontaria. 
La tesi centrale di questo lavoro è che l'anelito di comodità ha generato una sistematica scissione tra gli esseri umani, e tra noi e l'ambiente, provocando la distruzione di sistemi sociali, ecologici, economici. Le forme di organizzazione ipotecnologiche garantivano la sopravvivenza del genere umano (che l'attuale sistema non assicura sul medio periodo) e l'autonomia tecnica della società (ormai espropriata dai potentati produttivi). Di fronte a disastri ambientali, disuguaglianze estreme di benessere e possibilità, disagi psicologici e sociali senza precedenti, la persistente passività della popolazione va spiegata anche con un sostanziale sostegno, generalizzato e prolungato, alla moltiplicazione del comfort, fino a un'assuefazione profonda che rende impensabili soluzioni alternative." (pp. 56-60)





martedì 21 ottobre 2014

Del bere, Lowry, Erofeev, Sotto il vulcano, Mosca-Petuski, Giorni perduti, Jackson, Gilmore, Japandroids




Con l'alcool ho un rapporto abbastanza stretto da parecchi anni (almeno venti), diffido in maniera del tutto pregiudiziale di chi non beve mai un bicchiere, e ricordo che a parlarmi di "Sotto il vulcano" fu una tizia che conobbi a una festa sul lago che non si teneva in piedi tanto era ubriaca. Ero giovanissimo, nemmeno io ero troppo lucido, ma m'innamorai subito di quel romanzo e di quella donna che aveva almeno quindici anni più di me. Pendevo letteralmente dalle sue labbra. Malcolm Lowry è in assoluto uno degli scrittori della mia vita e "Sotto il vulcano" e "Caustico lunare" sono due romanzi alcolici/manicomiali che stanno dentro al mio cuore. Qui c'è Tommaso Pincio che racconta di Lowry e di "Sotto il vulcano"




Un altro splendido romanzo dedicato all'alcool è "Giorni perduti" di Charles Jackson. Difficile trovare in giro pagine che raccontino in maniera migliore la dipendenza dalla bottiglia. Anche se devo confessare che ho visto prima il film di Wilder (che lo ammorbidisce decisamente) e poi ho letto il romanzo e allora sono più affezionato alla pellicola, perché la vidi da giovane anche quella e non l'ho mai dimenticata.



E poi in questi giorni ho riletto "Moska-Petuski poema ferroviario" di Venedikt Erofeev (Quodlibet) nella nuova traduzione di Paolo Nori, che firma anche una toccante introduzione. Straordinario romanzo ribelle, alcolico, rivoluzione, antisovietico, russo, credente, letterario, viaggiatore, mortifero.




"Proviamo così: se un uomo tranquillo beve settecentocinquanta grammi diventa agitato e allegro. E se ne aggiunge altri settecento? Sarà ancora più agitato e più allegro? No, sarà di nuovo tranquillo. Visto da fuori, sembrerà che è di nuovo sobrio. Ma significa questo che è sobrio? Affatto: è ormai ubriaco come un maiale, per quello è tranquillo. Allo stesso modo io, in questi trent'anni non sono diventato meno solo e il mio cuore non si è indurito, proprio il contrario. Ma se si guarda da fuori: certo...No, adesso però bisogna vivere! E vivere non è per niente noioso. Vivere era noioso solfato per Nikolaj Gogol' e per il re Salomone. Se abbiamo vissuto trent'anni, bisogna provare a viverne altri trenta, sì, sì. "L'uomo è mortale" ecco il mio parere. Ma visto che mi hanno partorito, non ci si può far niente, bisogna vivere un po'. "La vita è meravigliosa", questo è il mio parere. Ma sapete voi quanti segreti ci sono ancora, al mondo, che abisso di cose inesplorate, e che enormi spazi per quelli che sono attratti da questi misteri! Ecco, l'esempio più semplice: perché se hai bevuto, alla sera, per esempio settecentocinquanta grammi, e al mattino non hai avuto modo di risolvere l'anticiclone - per lavoro o per cose del genere - e solo molto dopo mezzogiorno, dopo aver patito sei o sette ore, bevi per alleggerirti l'anima (quanto bevi? Mettiamo centocinquanta grammi) e come mai la tua anima non è più leggere? Il malessere che ti aveva accompagnato dal mattino, con questi centocinquanta grammi si trasforma in un malessere di un'altra categoria, un malessere pudico, le guance ti diventano scarlatte, sembri una puttana, e hai delle occhiaie così livide che sembra che il giorno prima tu non abbia bevuto i tuoi settecentocinquanta grammi e che invece, il giorno prima, ti abbiano picchiato per tutta la sera sul muso? Perché? Ve lo dico io, perché. Perché quest'uomo è diventato vittima delle sue sei o sette ore di lavoro. Bisogna sapersi scegliere il lavoro, lavori brutti non ce ne sono. Cattive professioni non ce ne sono, bisogna rispettare qualsiasi vocazione. Bisogna, appena svegli, bere immediatamente qualcosa, anzi, no, sbaglio, non "qualcosa", ma proprio la cosa che hai bevuto il giorno prima, e bere facendo delle pause di quaranta-quarantacinque minuti, e bere in modo che, arrivato a sera, tu abbia bevuto duecentocinquanta grammi in più di quel che avevi bevuto il giorno prima. Ecco allora che non ci sarà nessun malessere, nessun senso di vergogna, e tu barai una faccia così bianca come se da un anno e mezzo nessuno ti avesse picchiato sul muso. Ecco, vedete, quanti enigmi ci sono, in natura, fatali e gioiosi? Quante macchie bianche dappertutto! E questi giovani con la testa vuota che sono arrivati a darci il cambio senza accorgersi minimamente dei misteri del creato. Non hanno abbastanza ardore, non hanno abbastanza iniziativa, e in generale dubito che abbiano qualcosa nel cervello. Cosa ci può essere di più nobile, per esempio, che fare esperimenti su se stessi? Io alla loro età facevo così: la sera del giovedì bevevo d'un fiato tre litri e mezzo di era, bevevo e andavo a letto senza svestirmi, con un solo pensiero: mi sveglierò, la mattina del venerdì, o non mi sveglierò?" ((pp. 82-85)


Anche "Alcoholismo and Drinking in Twentieth-Century Literature" di Gilmore non scherza.

sabato 18 ottobre 2014

This World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die + libri arrivati

Gli ultimi due dischi dei TWIABP&IANLATD che non sono dischi ufficiali ma insomma, è sempre un piacere ascoltarli:
















(Continuo a non capire tutto questo interesse per quello di cui stanno discutendo o dovrebbero decidere al sinodo. Discutano pure ma chi cazzo se ne frega di quello che esce dalla testa e dalla bocca di questi tizi in costume. Meglio dedicarsi alle avventure degli eroi dei fumetti. E verso mezzogiorno, uscito dal lavoro, tanto per guastarmi la giornata, ho incontrato in piazza i servi che distribuivano la rivista di CL "Tracce". Ecco, parafrasando il finale di "Superchiome" degli Offlaga Disco Pax, "Quando incontrate un ciellino....usate il napalm!")



"Il servo" di Joseph Losey (1963)

venerdì 17 ottobre 2014

S(copertine)

Michael Chabon, "Telegraph Avenue" (Rizzoli) + Sharon Van Etten


"Telegraph Avenue" di Michael Chabon (Rizzoli, traduzione di Matteo Colombo e Massimo Birattari) è un romanzo debordante nelle sue quasi 600 pagine, eccessivo, prolisso, massimalista, romantico, intimista, fluviale (come quello splendido esemplare di libro fluviale che è "Nikawa" di William Least Heat-Moon), noioso, divertente, autocompiaciuto, decadente, deludente, tristissimo, avventuroso, enigmatico, musicale, anticapitalista, conformista,  suicidale, speranzoso, commovente, accecante, è una strada vera e propria a Oakland (che vi porta in quel di Berkelely), California. Chabon (come anche Jonathan Lehem) è fatto così, prendere o lasciare. Ci sono pagine che non girano proprio, altro che, cavolo, s'incendiano letteralmente. Relegare questo romanzo al riassunto della sua trama sarebbe come assassinarlo e allora "Telegraph Avenue" è la storia di un negozio di dischi jazz e tutto quello che gli gira intorno, il Brokeland Records, gestito da Archy e Gwen, che sta per chiudere perché il mondo della musica sta cambiando e quanta,q anta musica c'è in questo romanzo, è una storia d'amore e di tradimenti (Archy e Gwen, Aviva e Nat, Julie e Titus, Luther e Valletta), di un figlio (quello di Archy e Gwen) che sta per nascere, di figli che non vengono riconosciuti (Titus da Archy) o che non vogliono più saperne niente del proprio padre (Archy che evita costantemente suo padre Luther), di ostetriche che odiano gli ospedali (Gwen e Aviva), di vita che esplode in tutti i suoi rivoli, di ribellione, di razzismo evidente/strisciante/inesistente, di morte, di droga, di quartieri in trasformazione, di vecchie storie degli anni Sessanta quando ancora giravano le Black Panthers, di star della Black Exploitation (Luther e Valletta) che hanno già superato il viale del tramonto e si rifugiano nei ricatti, di politici opportunisti, di omosessualità (Julie che ama Titus) descritta in maniera spaziale e senza troppe remore di parlare di sesso adolescenziale, di un magnati nero con progetti faraonici pronti a spazzare via ogni tesoro del passato ma anche a portare benessere a una popolazione in sofferenza e che viaggia in Zeppelin, di musicisti jazz con costumi aztechi che vivono ai margini della società, della vita di quartiere, di un collezionista di figurine che si chiama Mister Nostalgia, di come si fa a ripartire, dell'amicizia, della possibilità del cambiamento e di come nel cambiamento ci possano anche essere dei lati positivi, positivi per non provare sempre e soltanto dolore e malessere, di una comparsata di Obama ancora quando era un senatore dell'Illinois, di un pappagallo canterino che trova la libertà e della capacità di chiedere scusa, di darsi la mano guardandosi negli occhi e andare avanti, con tanta malinconia dentro, nuove responsabilità, nuovi dolori da affrontare e da subire. E come ogni volta che arrivo all'ultima pagina di un romanzo di pagina ho bisogno di uscire e camminare e camminare e camminare per tenere a bada tutto quello che mi sta per esplodere dentro.

"Sollevò il piede dal freno, pensando, mentre si allontanavano, che in fin dei conti un giorno, di lì a qualche anno, forse sarebbe stato abbastanza guarito da sentirsi pronto a tornare. Salutare il proprietario, sganciargli addosso qualche aneddoto e un po' di storia del posto, raccontargli tutto di Angelo, e di Spencer, e degli Anni del Brokeland. Per vedere in che modo avrebbero rimesso insieme il mondo, questa volta." (pag. 591)




"Serpents in my mind,
I am searching for your crimes
Everything changes, in time you'll stay, frozen in time
Garaging girls, controlling minds
You hold the mirror, to everybody else

Serpents in my mind, trying to forgive
Your crimes
Everyone changes, in time
I hope he changes, this time."


mercoledì 15 ottobre 2014

Expo e Copperpot




Ha ragione il mio amico Roberto Maggioni quando scrive:

"Expo2015 è un sistema corruttivo a disposizione di politica e imprenditori. E' corruzione sociale prima che tangenti".  

Roberto ci ha scritto anche sopra un libro (anche qui: http://www.offtopiclab.org/expopolis/) che racconta con molto anticipo tutte le magagne dell'Expo. Ma al di là delle tangenti e delle varie magagne è l'Expo/Esposizione Universale in sé che non ha più alcun senso e Pisapia e la sua giunta hanno gigantesche responsabilità nel non aver saputo dire "Basta, non lo facciamo" (ma cos'altro aspettarsi dai politici e da gente di questo tipo?). Chi vi si oppone, come il sottoscritto, viene bollato come reazionario, sfascista, anti-italiano, noioso, gretto, anti-moderno, criticone, per non dire di peggio. Preferisco sentirmi tacciare in questo modo che farmi complice di questo sistema di pensiero, di questo progetto distruttivo, non solo per l'ambiente e per la città di Milano, ma per l'intera collettività.

Sabato scorso per le vie di Milano si è snodato un partecipato corteo ma in generale è davvero difficile bucare il muro d'amianto elettrificato da tanti sorrisini e connivenze che circonda il supermercato Expo: da un lato c'è l'esercito schierato composto dai settori che ne stanno traendo o ne tratteranno profitto (politici, commercianti, albergatori, costruttori, pr, agenzie interinali, fotografi, tassisti, spacciatori, eccetera, eccetera) e dall'altro ci sono i servi volontari che non aspettano altro che di aggirarsi fra tartine Bio, eventi internazionali, serate, mostre, concerti, notti in bianco, vini di qualità, a scattare foto da premio Pulitzer, a ritrarsi davanti a qualche palazzo di vetro o opera d'arte (uno degli scempi milanesi degli ultimi anni, passato sotto traccia, è la "riqualificazione" della Stazione Centrale), a vestire gli abiti migliori, ad ascoltare conferenze di "intellettuali" assoldati in cambio di un bacio dell'anello e del permesso di leggere qualche discorso rivoluzionario o divertirsi in qualche programma radio, insomma a fare quello che fanno tutte le sere della settimana ma in maniera più cool, più Expo e poi giù tutti a cantare in coro, mano nella mano, petto in fuori, con la bocca piena di lenticchie di Castelluccio: "Quanto è bella Milano, quanto è bella Milano e voi che non l'amate non capite davvero un cazzo!".

(Ve lo ricordare Chester Copperpot?)