martedì 30 settembre 2014

Appunti serali: Empire!Empire!, Charles D'Ambrosio, Venedikt Erofeev, Piketty, Spigarelli, Junger, James C. Scott, Margaret Laurence


Potete ascoltare qui l'ultimo disco degli Empire! Empire! (I Was a Lonely Estate):


Minimum Fax ripropone in versione tascabile la bellissima raccolta di racconti di Charles D'Ambrosio, "Il museo dei pesci morti"



Esce anche la nuova versione di "Moska-Petuski poema ferroviario" di Erofeev con la traduzione di Paolo Nori (Quodlibet). Ne scrive Tommaso Pincio qui.







Un romanzo della scrittrice canadese Margaret Laurence, "I rabdomanti" (Nutrimenti)

E qualcos'altro:

- Cominciata la lettura del saggio di Thomas Piketty. Molto interessante e apprezzabile lo stile chiaro, che aiuterà parecchio chi non è solito masticare dati, economia, grafici.
- Un articolo di Valerio Spigarelli pubblicato su Il Garantista: "Finisce l'epoca dello strapotere dei giudici"
- Un articolo di Giorgio Mulas su Ernst Junger pubblicato su L'intellettuale dissidente.

lunedì 29 settembre 2014

Thomas Pynchon

Thomas Pynchon.

Scrittore dei miei sogni.

Sottovoce, col cuore in fiamme e gli occhi gonfi di lacrime, ti ringrazio per il tuo ultimo libro, "La cresta dell'onda". L'ho finito in un giorno di autunno che nasconde il primo freddo glaciale nella coda di un gatto che per strada mi si annoda al polpaccio. L'angoscia che mi ha tolto il sonno. Il pensiero a Maxine e alla città. Una NYC che assomiglia così tanto alla miniatura di quella dove vivo io. Con cessi sempre aperti alle bocche di disgusto

Io che mi sveglio a tutte le ore della notte. 
Io che non dormo quasi mai. 
Rincorrendo la morte con le mie abitudini.


Ho sempre e solo avuto da imparare da te.

Grazie.

Con gravitazionale amore e rispetto.

Un giorno spero di potermi sdebitare con te con qualcosa che valga la pena di essere letto.

Nel caso non dovessi riuscirci, spero che tu possa almeno donarmi una stretta di mano.

Se non su questa terra, almeno altrove.

A.C.



domenica 28 settembre 2014

Zbignbiew Herbert, "Rovigo" (Il Ponte del Sale)


Ho letto la raccolta di poesie del polacco scomparso nel 1998 a 75 anni, Zbigniwe Herbert, "Rovigo", edito da Il Ponte del Sale e tradotto da Andrea Ceccherelli e Alessandro Niero (prefazione di Jaroslaw Mikolajewski e postfazione di Andrea Ceccherelli).

Vi lascio un paio di sue poesie che mi sono segnato.


UNA BIOGRAFIA

Ero un ragazzo taciturno un po' sonnolento - e cosa sorprendente - 
a differenza dei miei coetanei - appassionati di avventure - 
non aspettavo nulla - non guardavo fuori dalla finestra

A scuola - più diligente che bravo ubbidiente senza problemi

Poi una vita normale con la qualifica di capoufficio
le levate mattutine la strada il tram l'ufficio di nuovo il tram la casa il sonno

Non so davvero non lo so perché tanta stanchezza inquietudine tormento
sempre e persino adesso - quand'ho il diritto di riposare

Lo so non ho fatto molta strada - non ho realizzato nulla
collezionavo francobolli erbe medicinali giocavo benino a scacchi

Una volta sono stato all'esergo - in vacanza - sul Mar Nero
nella foto il cappello di paglia la faccia abbronzata - quasi felice

Leggevo quel che avevo sottomano: socialismo scientifico
voli spaziali macchine pesanti
e ciò che più mi piaceva: libri sulla vita delle api

Come gli altri volevo sapere cosa ne sarà di me dopo la morte
se mi davano l'appartamento nuovo e se la vita ha un senso

E soprattutto come distinguere il bene da ciò che è male 
sapere con certezza cosa è bianco e cosa totalmente nero

Qualcuno mi raccomandò l'opera di un classico - a quel che diceva -
aveva cambiato la sua vita e quella di milioni di persone
Lo lessi - non cambiai - mi vergogno a confessarlo -
dimenticai completamente il nome di quel classico

Forse non sono vissuto - sopravvivevo soltanto - gettato senza il mio volere
in un qualcosa - difficile da dominare e impossibile da capire
come un'ombra sul muro
perciò non era vita
non era vita vera

Come potevo spiegare a mia moglie e anche agli altri
che tutte le mie forze
erano tese a non commettere sciocchezze a non cedere alle istigazioni
a non fraternizzare col più forte

E' vero - ero perennemente scialbo. Mediocre. A scuola sotto le armi
in ufficio a casa e alle serate danzanti.

Ora sono in un letto d'ospedale e muoio di vecchiaia.
Anche qui la stessa inquietudine lo stesso tormento.
Se rinascessi forse sarai migliore.

Mi sveglio di notte sudato. Fisso il soffitto. Silenzio.
e ancora - una volta di più - con la mano stremata
scaccio i cattivi spiriti e invoco i buoni.



ROVIGO

STAZIONE DI ROVIGO. Vaghe associazioni. Un dramma di Goethe
o qualcosa di Byron. Sono passato da Rovigo
n volte e per l'ennesima volta ho capito
che nella mia geografia intima è un luogo
singolare anche se certo non uguaglia
Firenze. Non ci ho mai messo piede
ogni volta Rovigo s'approssimava o fuggiva all'indietro

Vivevo allora d'amore per l'Altichiero
dell'Oratorio di San Giorgio a Padova e per Ferrara
che mi era cara poiché ricordava 
la rapita città dei miei padri. Vivevo inchiodato
tra il passato e l'attimo presente
crocifisso molte volte dal luogo e dal tempo

Eppure felice molto fiducioso
che il sacrificio non sarebbe stato vano

Rovigo non si distingueva per nulla di particolare era
un capolavoro di mediocrità strade dritte case non belle
soltanto prima o dopo la città (secondo la direzione del treno)
spuntava all'improvviso dalla piana un monte - solcato da una cava rossa
simile a un prosciutto della festa guarnito di cavolo crespo
oltre a ciò nulla che allietasse attristasse attirasse lo sguardo

Eppure era una città in carne e pietra - come tante
una città dove qualcuno ieri è morto qualcuno è impazzito
qualcuno disperatamente per tutta la notte ha tossito


sabato 27 settembre 2014

Intervista a Novanta. Cassettine, Best-Selling Dreams, Manfredi, Schillaci e gli anni '90




"Best-Selling Dreams" di Novanta è uscito.

E se avete ancora i vecchi stereo, le autoradio, i walkman ve lo potere anche ascoltare in cassettina. Mica male no? Io e Novanta ci siamo fatti una chiacchierata. Non di persona. Via mail. Un documento con le domande. E un altro con le risposte. Se vi va leggetela questa chiacchierata. Non siete obbligati.

Solo una cosa: giovani pulzelle sappiate che Novanta è disposto a porre un autografo sul vostro seno. Pensateci. 


Intanto l'intervista è questa sotto e c'è anche un video da gustarsi.

- Ciao Manfredi, come hai trascorso l'estate? E come stai affrontando l'inizio del nuovo anno? Fatto qualche nel mare?

Ho passato l'estate come sempre da qualche anno a questa parte: lavorando. Per fortuna ho fatto un po' di vacanze a Palermo all'inizio di settembre. Il mare era bello. Il problema semmai è che ho la pelle bianchissima: praticamente riflettevo il sole!

- Sei un uomo degli anni Novanta. Cos’avevano di così figo gli anni Novanta che sia io che te abbiamo vissuto? Per me sono stati davvero fighi. Anche se certe volte mi danno del vecchio quando lo dico.

Io resto sempre sconvolto quando vedo gente nata dopo i mondiali di calcio del '90! Per me chi non ha memoria di Schillaci e della morte di Falcone e Borsellino non fa parte della mia generazione. Sono anche atterrito dal fatto che oggi per un adolescente i Nirvana sono vecchi allo stesso modo di come lo erano i Led Zeppelin quando ero adolescente io. A me degli anni Novanta piace la musica. Poi c'è tutta la mia adolescenza in mezzo. Oggi che ho 33 anni mi chiedo: c'è vita dopo l'adolescenza? Sì, ma certi assolutismi, certi rigori, certe intransigenze non ci sono più. Negli anni novanta poi Palermo dopo essere morta sotto le bombe aveva ricominciato a vivere. Era un bel periodo. C'erano persino le torri gemelle. C'era l'articolo 18. E c'era Layne Staley.

- Nel nuovo disco ti sei avvalso della collaborazione di altri artisti. Come li hai scelti e come è nato questo disco? In fin dei conti che disco è questo Best-Selling Dreams? E quali sono i tuoi pezzi preferiti nell’album? 

Bialogard, Claudio Cataldi e Giampiero Riggio sono dei fuoriclasse. Il primo è un vero genio dream pop, uno che riesce a dosare riverberi ed emotività estrema come pochi. È una fonte di ispirazione per me. Il secondo ha un piglio folk e un'anima grunge mica da ridere. Le sue canzoni sono piene di rovi e tormenti e sono dotate di una bellezza struggente. Riggio ha la capacità di comporre brani dei quali ti innamori immediatamente. È un talento purissimo. Gli basta una chitarra acustica e la sua voce straordinaria per disegnare interi universi. Poi c'è anche un batterista pazzesco in un brano, Giuseppe Musto. È un multistrumentista, un poeta e un romanziere. Mica male. Tutti loro hanno avuto carta bianca, come tutti quelli che hanno collaborato con me in passato. Penso che sia un buon sistema per ottenere il massimo da chi viene a darmi una mano. Amo questo disco, dall'inizio alla fine, e mi piace pensarlo più come il lavoro di un collettivo che come un disco solista.

- Se io ti dicessi che il tuo disco è uno di quei dischi che potrebbe far innamorare qualche ragazza quando glielo passi cosa mi rispondi? Ha un’atmosfera molto sensuale il tuo disco.

Beh, sono contento che tu parli di atmosfera sensuale. Credo che moltissimo dipenda dalla presenza dei cantanti, che hanno dato colori diversi ai brani. Se questo disco può fare innamorare qualche ragazza direi che mi hai dato un buon motivo per vantarmi in giro con gli amici!

- E quali passi avanti, secondo te, hai compiuto rispetto agli altri due? Sei più o meno soddisfatto?

Sono molto soddisfatto. So che è difficile crederlo - ogni musicista dice che l'album nuovo è il più bello - ma sono davvero felice di questo lavoro. Il precedente "Crescendo" mi aveva prosciugato le energie. Ero convinto che non sarei riuscito a fare più di così, era il mio massimo. Invece poi a poco a poco i brani sono ricominciati a fluire. Credo che Best-selling dreams sia un disco che sposta più in là i confini della mia musica. Si sente - almeno spero - che sono più a mio agio con tutta la situazione. È un'evoluzione importante.

- Quali sono stati gli spunti iniziali? Nel senso sei un musicista che si mette lì con un’idea in testa oppure vai molto sull’improvvisazione, sulla sensazione e poi ci costruisci intorno un pezzo, un disco? Sei uno che si isola oppure no?

Mi è successo spesso di sognare canzoni bellissime che poi mi sfuggono al risveglio. Quindi non sono uno che accede ai piani alti dell'esistenza per comporre musica. Tendenzialmente mi metto la sera sul letto a strimpellare con la chitarra. È un momento molto divertente perché vai avanti senza meta, improvvisando arpeggi che difficilmente resteranno in vita a lungo ma che ti servono per entrare nell'atmosfera e per riscaldare le dita sul manico dello strumento. Stesso approccio quando mi metto a suonare con l'ipad. La magia scatta quando riesco a trovare una sequenza di note che mi piace. In quel momento dal divertimento si passa all'euforia pura perché sono convinto di avere il pezzo più bello del mondo (ovviamente non è così ma non si ragiona in quegli istanti, è come un raptus). Tutto questo avviene quando sono da solo. Mi vergognerei a far sentire a qualcuno la mia musica nel momento in cui è ancora così fragile e indefinita. Io ci sento l'universo, gli altri solo una chitarra con un'accordatura sbagliata.

- Come e dove è stato registrato? Te lo chiedo perché mi interessa molto ciò che gira intorno alla produzione di un disco. Probabilmente in pochi sanno cosa possa essere una registrazione, la creazione "fisica" di un disco. 

Tutto il progetto Novanta è stato registrato in camera da letto. Chitarra, tablet e computer. Solitamente posso impiegare settimane prima di completare un pezzo, perché spesso ne stravolgo gli arrangiamenti. Poi, appena finisco tutti i brani, cerco qualcuno più bravo di me per dare una regolata ai suoni.

- E’ un disco ostico da portare live. Come farai? E come valuti la situazione dei locali live attualmente? Io ti dico solo che qui a Lugano un po’ mi scoccia che i concerti siano sempre a orari da notte fonda. 

Anche a me scoccia parecchio l'orario universitario di certi concerti. Sarà che sto invecchiando! In generale ci sono tanti concerti e poca gente, un po' come per i dischi. Best-selling dreams è un disco impossibile da portare live, almeno per me. Ma sto lavorando con Bialogard e Giuseppe Musto per una serie di concerti. La formazione power trio (chitarra, basso e batteria) ci ha spinto a ripensare i brani, che ora sono potenti e rumorosi. Piuttosto diversi dal disco.

- Per te un gruppo deve necessariamente essere un grande gruppo deve essere anche grande dal vivo oppure per te non è così importante?

Per me è importante fare grandi dischi. Se è vero che da un grande disco può venire fuori un concerto di merda è altrettanto vero che da un disco di merda non arriverà mai un grande concerto. 

- Il tuo disco esce in digitale e in cassetta. Una scelta decisamente contemporanea ma anche retrò che si inserisce in un filone di riscoperta di modalità d’ascolto ritenute obsolete. Da dove arriva questa scelta? E dell’attuale mondo musicale fatto di bandcamp, download gratuiti o illegali, Itunes, dischi, lp, eccetera eccetera cosa ne pensi? Quali sono per te gli aspetti positivi e negativi di questa rivoluzione? Te lo chiedo perché credo che tu abbia cominciato a suonare in un mondo decisamente diverso da quello attuale.

Con i miei vecchi Moque ho fatto la trafila tradizionale demo-case discografiche-pubblicazione. Con Novanta mi sono preso molte più libertà e me ne infischio di diventare re del mondo. La scelta della cassetta è una non-scelta: Seashell Records pubblica cassette, a me piace la loro estetica e il loro gusto musicale, sono felice di questa collaborazione. La cassetta peraltro la usavo moltissimo negli anni Novanta-primi anni Duemila per fare compilation da ascoltare in auto: c'era la compilation notturna, quella casinara, quella leggerina. La cassetta è la sorella scema del vinile, è il contenitore che ti sei portato per nascondere i tuoi segreti. Ha anche un suono migliore di quello che dicono i detrattori. Ma non sono un feticista dei supporti fisici, ho superato da tempo quel pensiero. Io sono favorevole a BandCamp, al download, alla musica liquida. Di recente ho provato Spotify dopo un periodo di grande diffidenza. Mi ha stregato. E mi sono abbonato. Il vero problema della disponibilità (legale e illegale) della musica è che si rischia un'overdose. L'ascolto è sempre più un lusso. Esce una quantità di album pazzesca. Da appassionato faccio fatica a stare dietro a tutto. Per questo da musicista cerco di fare lavori non troppo lunghi. 

- Scrivi anche di musica su Rockit. Scrivi solo di ciò che ti piace oppure anche no? 

No, scrivo di quello che mi viene assegnato. A volte sono belle robe, altre volte no. I dischi che non mi piacciono sono sempre difficili da affrontare. Cerco di dire la mia verità senza scopi distruttivi ma senza neanche essere consolatorio. Non è facile.

- Ma quando leggi di musica preferisci riviste o siti? E quali sono le tue fonti di ricerca e lettura preferite?

Oltre a Rockit - che credo abbia meriti enormi che spesso non vengono riconosciuti - leggo molti siti. Credo che in generale la qualità delle recensioni sia buona. Leggo anche qualche rivista di musica ma in modo saltuario. 

- Però non scrivi solo di musica. Com’è in generale il mondo del giornalismo? E personalmente saresti favorevole oppure no all’abolizione dell’ordine dei giornalisti? E quali sono i giornalisti su cui ti sei formato e quelli che attualmente rispetti di più?

Il mondo del giornalismo è in una crisi gigantesca. Nelle redazioni la situazione dei precari è drammatica. Non credo che l'abolizione dell'ordine possa migliorare la situazione ma se succedesse la cosa non mi turberebbe. Un giornalista che mi ha ispirato e che secondo me scrive divinamente è Enrico Sisti di Repubblica. Ha uno stile superiore.

-Sei siciliano e milanese. Quali sono gli aspetti più belli di queste due regioni e soprattutto quanto incide questo sulla tua musica? (Perché di quelle brutte non se ne può più)

Milano è una città così disprezzata dal resto d'Italia (eh, Milano è brutta, dicono sempre) che sin dall'inizio mi ha suscitato simpatia.  È una città che ti permette di trovare il tuo angolino dove stare bene. Peccato per il costo degli affitti... Palermo è una città che ha un sacco di bellezza nascosta. Sono nato lì, ci sono cresciuto. È una città sorprendente. Musicalmente non so se hanno avuto un'influenza sulla mia musica. Forse è qualcosa che emerge tra le note dei brani.

- Dei talent cosa ne pensi?

Credo che ognuno abbia il diritto di fare ciò che vuole, non ho patenti per giudicare. Mi piacerebbe che, nel caso dei talent musicali, i partecipanti fossero incoraggiati di più a cantare roba propria. Un po' meno tecnica e un po' più di emozione.

- Facciamo la triplice domanda per ogni genere. Tre titoli per libro, film e disco. 

Giochetto difficile ma ci provo. La strada di Cormac McCarthy, Le correzioni di Jonathan Franzen, Black Hole di Charles Burns; Memento di Christopher Nolan, Old boy di Park Chan-Wook, Ratatouille della Pixar; Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, Rollercoaster dei Red House Painters, Drowning in a sea of love di Nathan Fake.

- E se arriva una che apprezza  Arisa o Emma e ama il tuo disco e dice “Manfredi fammi un autografo sul seno” che fai?

Sarei felicissimo se succedesse.


Il video di "Windows" lo trovate qui: http://vimeo.com/107179858

Pianos Become The Teeth - "Houses We Die In"


Da spaccare il cuore.

giovedì 25 settembre 2014

Jenn Ghetto - Losers



Jenn Ghetto é una grande. Questi ultimi mesi sono in parte anche Jenn Ghetto/S. "Losers" è il primo video del nuovo disco "Cool Choices" che recensirò prossimamente sul blog.

Simone Cattaneo, "Peace & Love" (Il Ponte del Sale)............un amico che non ho mai conosciuto......


Quando seppi della morte di Simone Cattaneo rimasi letteralmente di ghiaccio. Mi scrissero che si era  gettato dal balcone di un palazzo. Aveva deciso di farla finita e ci era riuscito. Non conoscevo personalmente Simone ma avrei voluto incontrarlo solo per dirgli grazie. Grazie. Nient'altro. Magari berci qualcosa insieme. Ma non sono una persona di grande compagnia. Non amo uscire, stare in pubblico. Probabilmente non sarei nemmeno stato in grado di salutarlo.

Quando avevo letto "Made in Italy", pubblicato da Atelier nel 2008 ero rimasto letteralmente annichilito. Quando leggo le sue poesie scivolo dentro me stesso. E' come se Simone avesse il dono di mettere in versi, in racconti in forma di poesia, tutto il mio malessere, la mia vita di provincia lecchese, il Nord Italia dove sono nato e cresciuto, le disgrazie, le periferie degradate, il sesso, le prostitute, i transessuali, i parcheggi, gli incubi, l'insonnia, lo stomaco rotto, i campi abbandonati, le stazioni ferroviarie, i barboni, lavoro precario, disoccupazione, le fabbriche, la droga, le sofferenze, Milano, la morte. Le giornate autodistruttive. Le paranoie. La depressione. L'alcolismo. La vita che si consuma in una continua ansia di vivere. Gli eccessi che ti segnano il volto, la carne, il fegato, il cuore. L'autodevastazione collettiva di un Paese alla deriva.

Era una voce amica che saliva dalle pagine come una stagnola imperdibile. Mi aveva spronato coi suoi versi, odiati e disprezzati da molti, a continuare a scrivere, a non piangere soltanto. Ma soprattutto mi aveva fatto capire che non ero solo. Solo per come cercavo e cerco ancora oggi di muovermi nel mondo. Per come mi relaziono a quella discarica vivente che è il sistema editoriale. Per la voglia di scrivere che mi è rimasta dentro. Impressa come un cancro, come l'amore, come la droga, come l'alcool, come il sesso. Non ne riesco a fare a meno. Seppure mi muovo fra fallimenti, tromboni, leccaculi, imbucati, giornate/settimane/mesi immobili nella depressione. Seppur è sempre più difficile far capire che i giri non mi interessano, che non voglio stringere amicizie per arrivare da qualche parte, che non voglio fare quel genere di piacere che poi magari....o scrivere la recensione giusta o andare alla festa giusta o votare il partito giusto, far parte del movimento giusto. Niente di tutto ciò.

Simone Cattaneo era un poeta vero. Un amico che ho perso. Un amico che continua a indicarmi la via. Che mi aiuta a scansare, almeno per ora, la voglia di farla finita.

Cercate questo "Peace & Love" edito grazie alla meritoria opera de Il Ponte del Sale di Rovigo. Raccoglie i suoi due libri pubblicati "Nome e soprannome" (Atelier, 2001) e "Made in Italy" (Atelier, 2008) e le poesie che non videro mai la luce di "Peace & Love". Fatevi questo viaggio. 

Vi lascio intanto un commovente ed esaustivo articolo di Davide Brullo uscito su Il Giornale nell'ottobre 2012: "Per essere notati dalla critica bisogna buttarsi dalla finestra".  Vi lascio sotto qualche sua poesia, quasi a caso, perché davvero fatico a scegliere.

"E in fondo le parole non hanno peso
sono solo un compromesso fra pietre e nubi,
un vapore brillante che ti lega a sé
come un torrente d'acciaio in fonderia 
che gli occhi non devono vedere
per non lasciarsi consumare 
dalla rabbia del rame" (2001)


"Non aveva lavoro e non aveva una moglie,
così i ragazzi delle giostre gli hanno infilato 
una pistola nel culo e l'hanno costretto a 
raccogliere tanti mozziconi da fare almeno cinque sigarette.
Una per ognuno e tutti per nessuno.
I ragazzi che confidano nel mondo hanno tramutato
quelle fini ossa da ricchione in un paracadute di cartone
e alla sera sono tornati senza farsi male nelle loro case" (2001)


"Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute, soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati i bastardi che vivono in un polmone d'acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché. (2008)


"Accendo il televisore cercando qualche telepromozione di film porno.
Vedo tante giovani fighe che leccano e si fanno cavalcare e poi si
leccano ancora fra loro, con decisione e parsimonia.
Sveglio mia moglie e le biascico che deve farmi qualcosa,
deve dimagrire, deve tingersi i capelli e poi tagliarli, si deve rassodare il seno
perle ai porci. Lei mi manda a quel paese e dice di andare a letto che fra poco mi
tocca correre in cantiere. Qualche pastiglia strana,
quelle per dormire e quelle per dimenticare, perché le danno
solo ai fottuti tossici che non valgono niente,
a noi le dovrebbero dare, noi che lavoriamo sodo e 
non pensiamo mai a rubare." (2008)


"Non è importante ciò che resta o si è fatto,
sono le cicatrici suppergiù visibili
disegnate sul corpo come una mappa di punti interrogativi
che mi piombano addosso e mi inchiodano qui davanti a te,
frontiere avide di dubbi latitanti
che non puoi risanare né ingabbiare
nemmeno se ti plasmi una religione su misura
colma d'amore per i sudari e le leggi marziali." (2008)


"Arrivano cani con occhi come monete cucite nella notte
pronti a divorarti le dita, donne stuprate e uomini castrati
troppo deboli per godere, giovani ragazze a cui scarti umani
mangiano il seno e il bambino che portano in grembo,
vecchie torturate per il loro presente agiato, ragazzi buoni solo 
per cucinare i loro coglioni, stringi il delfino gemello che ruota
nei miei pantaloni, sono pronto a farmi saltare carico di esplosivo in una chiesa,
in una moschea o in qualsiasi luogo di culto, supermercati compresi.
Vorrei essere una rugiada di sangue." (2012)


"Una medaglia al valore portano sul petto tutti quei bastardi
che dormono in strada a Milano, lontano dal centro del piacere,
ubriachi di vino scadente ma esenti da psicofarmaci e cocaina:
hanno l'aria da scimpanzé, potrebbero finire allo zoo comunale.
Non mi fermo mai ad ascoltare le loro storie, preferisco guardarli
mentre nel primo mattino vengono picchiati e derubati da immigrati,
viziati e transessuali. E' luna di miele per me.
Guardo una donna dalle orrende tette e mi rifilo
una raffica di pugni in pancia. Non sono stato tradito." (2012)


Ho suonato al campanello di casa e mi ha aperto una vecchia baldracca
che si pisciava addosso e beveva Fernet, diceva che era tutta colpa mia.
Aveva tempia affossate, lobi delle orecchie tagliati come cubetti di ghiaccio e
un naso consumato, biscotti di cane erano sparsi dappertutto.
Ero mancato per molto tempo questa volta - chissà dove ero stato -
casa dolce casa stai sicura, la morta sistema ogni cosa." (2012)










La morte sistema ogni cosa.

Fra due giorni, il 27 settembre, esce "Best-Selling Dreams" di Novanta. Non dimenticatevelo!



Andate qui sotto e potete ascoltare un pezzo:

http://seashellrecords.bandcamp.com

mercoledì 24 settembre 2014

Film (zoro, guzzanti, ladra di libri, belluscone, si alza il vento, lav diaz, la trattativa, the look of silence, under the skin)

Ho visto dei film per soddisfare parenti e colleghi. Di quelli italiani salvo solo con una stiracchiatissima sufficienza "Belluscone", il resto é una vera schifezza. Mai sopportati Zoro e Sabina Guzzanti, molto meglio Francesca Pascale e Nicole Minetti. "Storia di una ladra di libri" è inguardabile così come pessimo é il romanzo. Quello di Oppenheimer, "The look of silence" é veramente bello. Quello di Miyazaki non é il suo migliore, tutt'altro, ma ha sempre il suo fascino. "Under the skin" mi ha emozionato. Il vincitore di Locarno, Lav Diaz, mi ha lasciato dentro una ferita gigante e non l'ho visto per soddisfare qualcuno. 













La ferita più grande è aver scoperto prima di mia madre chi è John Il Rosso.

lunedì 22 settembre 2014

Léon Degrelle - Militia (Edizioni Ar), recensione di Federico Magi



Ho riletto anche io (dopo averlo letto tanto tempo fa) questo libro, "Militia", ma piuttosto che scriverci io intorno io un pezzo preferisco lasciare il link della recensione che pubblicò tempo fa il mio amico Federico Magi sul sito di Lankelot, che tra l'altro verrà prossimamente intervistato proprio su questo blog.. 

Degrelle é un uomo distantissimo da me, basta leggere la sua biografia, ma in maniera provocatoria potrei dire che se togliessero quel nome (ma quanti di voi sanno chi è Degrelle?), cambiassero logo della casa editrice, questo libro piacerebbe a moltissima gente. E tanti passaggi, vi confesso, hanno colpito e segnato indissolubilmente anche me. 

La recensione comincia in questo modo:


"Agire puro non significa agire cieco. E la norma di non guardare alle conseguenze concerne i moventi affettivi individualistici, non già la necessaria conoscenza di quelle condizioni oggettive di cui l’azione deve tener conto per essere, per quanto è possibile, un’azione perfetta, anzi per non essere un’azione destinata già in partenza a fallire”. Julius Evola, “Cavalcare la tigre”.  

ETSI MORTUUS URIT 

Possano queste pagine, ultimo fuoco di quel che io fui, ardere ancora un momento, riscaldare ancora un istante le anime possedute dalla passione di donarsi e di credere: di credere malgrado tutto, malgrado la disinvoltura dei corrotti e dei cinici, malgrado il triste gusto amaro che ci lasciano nell’anima il ricordo delle nostre colpe, la coscienza della nostra miseria e l’immenso campo di rovine morali di un mondo che, sicuro di non avere più bisogno di salvezza, da questo trae motivi di gloria, ma deve lo stesso essere salvato. Deve più che mai essere salvato”. Il fuoco e le ceneri
Le parole raccolte in questo volume sono parole perdute, scovate per caso e ritrovate da uno dei maggiori scrittori spagnoli del Novecento:Gregorio Maranon. Esse appartengono al cielo, dal cielo sono venute per ispirare il generale Léon Degrelle, per regalare l’ultimo soffio di speranza e forza agli spiriti dei giovani d’Europa. L’Europa, sogno, mito, idea del fondatore di Rex, il vallone in forzato esilio spagnolo che dopo la Seconda Guerra Mondiale non vide più i tramonti della sua terra. Troppo di più è inutile dirvi dell’uomo Degrelle, inutile giudicare le sue gesta, da ovunque le si guardi; ciò che conta, ciò che resta, sono le parole: un canto assoluto, impervio, oltre, per gli uomini e per l’infinito, per chiunque ne sappia riconoscere il valore più puro."

Michael Chabon, "Il sindacato dei poliziotti yiddish" (Rizzoli)




"Ba'al Shem Tov, sia benedetto il suo ricordo, ci ha insegnato che in ogni generazione nasce un uomo con il potenziale per diventare il Messia" dice. "Il cosiddetto Tzaddik Ha-Dor. Ma Mendel...Mendel, Mendele..."
I suoi occhi si chiudono. Forse sta ricordando. Forse sta ricacciando indietro le lacrime. Li riapre. Sono asciutti, e ricorda.
"Da bambino Mendel manifestò una natura straordinaria. Non parlo di miracoli. I miracoli per lo Tzaddik sono un fardello, e non la riprova che lui sia tale. I miracoli non provano nulla, se non agli occhi di coloro la cui fede si compra a buon mercato. Mendele aveva qualcosa dentro. Un fuoco. viviamo in un luogo freddo e buio, detective. Un luogo grigio e umido. Mendele emanava luce e calore. Veniva voglia di stargli vicino. Per scaldarsi le mani, sciogliere il ghiaccio sulla propria barba. Scacciare l'oscurità per un minuto o due. Ma anche quando ci si allontanava da Mendele, quella sensazione di calore rimaneva, e dava la sensazione che al mondo vi fosse ancora un po' di luce, anche solo quella di una candela. In quel momento uno si rendeva conto che il fuoco era anche dentro di lui, e che c'era sempre stato. Era quello il miracolo. Soltanto quello." (pag. 144)


La rilettura completata in questi giorni dello straordinario romanzo di Michael Chabon "Il sindacato dei poliziotti yiddish" (Rizzoli, traduzione di Matteo Colombo) mi ha restituito la stessa sensazione angosciosa della rilettura numero due. Questa è stata la rilettura numero tre. Mia madre diceva che quando mi chiedeva cosa stessi leggendo io ci mettevo almeno trenta secondi prima di darle retta, come se stessi risalendo da abissi profondissimi, per poi risponderle senza mai guardarla negli occhi che stavo rileggendo un libro che mi era piaciuto. Quando mi vedeva seduto sulla moquette di camera mia a leggere Moby Dick storceva il naso. Significava che qualcosa non stava andando per il verso giusto e cercavo consolazione in Melville. Fra le mille emozioni, scoperte, domande che mi donano la rilettura c'è anche la sensazione di poter rievocare i morti. Sensazione sfumata ma presente intorno a me. E mi piace continuare a pensare che ci sia qualcosa davvero capace di rievocarli, di parlarci. Le sedute spiritiche mi hanno sempre affascinato pur le mie esperienze passate si sono sempre risolte in serate demenziali. 

Non so perché sono finito a pensare e scrivere di morti e sedute spiritiche ma questo romanzo di Chabon é una narrazione d'amore dove i morti sono presenti ovunque. Morti reali. Morti immaginari. Morti che appartengono a un altro corso della storia. Morti che continuano a bruciare. Quello di Chabon è un what if, un'ucronia, che riscrive la storia del popolo ebraico  prima, dopo e durante la Seconda Guerra mondiale. Qualsiasi what if che si rispetti si interroga su problemi reali, si confronta con passaggi fondamentali della storia, portatori di stravolgimenti, di immensi carichi di dolore. Lo ha fatto Philip K. Dick con "La svastica sul sole", lo ha fatto Philip Roth con "Il complotto contro l'America" (dove si ipotizza che a diventare presidente sia Charles Lindbergh, aviatore antisemita, e che si scatenino pogrom contro gli ebrei statunitensi), lo ha fatto in chiave fumettistica Alan Moore con "Watchmen" e lo ha fatto Chabon. 

Il dato reale da cui trae spunto Chabon é il "Rapporto Slattery -Il problema dello sviluppo dell'Alaska" redatto dal Dipartimento degli interni degli Stati Uniti nel 1939-40 e che prevedeva il trasferimento degli esuli europei e degli ebrei che vivevano sotto il giogo nazista nei territori dell'Alaska. L'autore statunitense immagina invece che questo piano abbia funzionato e che in Alaska, a Sitka, città nel Distretto federale istituito dagli Stati Uniti siano arrivati gli ebrei scampati all'Olocausto (che in questa ucronia conta due milioni di morti) e al fallimento dello Stato d'Israele che nel 1948 viene spazzato via dagli arabi. Senza dimenticare una bomba nucleare su Berlino e pipì in generale un assetto del mondo diverso da quello in cui noi siamo cresciuti. Una città mondo dove convivono tutte le sfumature del mondo ebraico, dove si parlano yiddish e inglese, dove l'autorità é gestita da una polizia autonoma ma che deve in pratica dialogare continuamente con il potere religioso e malavitoso gestito dai rabbini. Una città decadente, di traffici illeciti, droga, prostituzione. Ma a sessant'anni dalla sua fondazione l'esperienza di Sitka sta per giungere al termine, gli Stati Uniti hanno deciso di riprendersi la città, di normalizzarla. Fra gli ebrei serpeggia la paura, ci si prepara a un nuovo esodo. Ci si interroga su chi avrà i requisiti necessari per poter rimanere in Alaska e chi invece dovrà andarsene. In questa città fumosa e glaciale Chabon orchestra un noir dai contorni chandleriani e alla Jerome Charyn, ingarbugliato, scacchistico (le ossessioni scacchistiche di questo romanzo fanno coppia con quelle de "La regina degli scacchi" di Walter Tevis), con frequenti momenti di umorismo ebraico e non solo, con sparatorie e inseguimenti e soprattutto con con un protagonista incredibile, il detective della polizia Sam Landsmam, un uomo distrutto, lasciato dalla moglie (Bina, anche lei detective e alla Sam si troverà a ubbidire), alcolizzato, che vive in un albergo fatiscente simile a un Chelsea Hotel dei derelitti. Un uomo che vive di dolore, di un aborto mai completamente accettato. Che vive con gli incubi del padre suicida e straordinario giocatore di scacchi. Nipote di uno degli uomini un tempo più influenti di Sitka, Hertz Shemetz, che da una relazione con un'indiana Tlingit (discendente del capo che sconfisse i Russi nel '800), ebbe un figlio gigantesco, Berko, cugino e migliore amico e collega poliziotto di Sam. Un uomo che pensa spesso al suicidio:

"Landsman, figlio e pronipote di suicidi da parte di padre, ha visto esseri umani uccidersi in tutti i modi possibili, dal maldestro all'efficace. Sa come bisogna e non bisogna fare. Gettarsi da ponti e finestre d'albero: pittoresco ma dai dubbi risultati. Buttarsi giù per le scale: del tutto inaffidabile, frutto di decisione impulsiva, troppo simile a una morte accidentale. Tagliarsi le vene, con o senza la variante popolare ma non indispensabile della vasca da bagno: più difficile di quanto sembri, e con un  tocco melodrammatico un po' da ragazzina. Sventramento rituale con la spada da samurai: difficile, richiede la presenza di un'altra persona, e a gli occhi di un ebreo risulta un po' troppo manierato. Landsman non ha mai visto nessuno che si fosse suicidato in quel modo, però uno sbirro di sua conoscenza sì. Il nonno di Landsman si è buttato sotto un tram a Lodz, dando prova di un grado di determinazione che Landsman gli ha sempre ammirato. Suo padre ha usato trenta capsule di Nembutal, annaffiate con un bicchiere di vodka al cumino, un metodo assai raccomandabile. Aggiungeteci un sacchetto di plastica in testa, capiente e senza buchi, e otterrete un lavoro pulito, silenzioso e affidabile. 
Ma quando immagina di togliersi la vita, Landsman ama farlo con una pistola, come il campione del mondo Melekh Gaystick. La sua scalcagnata Smith & Wesson modello 39 è una sholem più che adeguata allo scopo. Se sai dove puntare la canna (appena sotto l'angolo del mento) e che inclinazione dare al colpo (un angolo di 20 gradi rispetto alla verticale, verso il centro del cervello) è rapido e sicuro. Sporca un po', ma Landsman, chissà perché, non si fa scrupoli a lasciarsi dietro un po' di casino." (pp. 155-156)

In quel cesso di hotel dove vive viene trovato il cadavere di un tossico, giocatore di scacchi, ucciso con un colpo alla testa. Una vera esecuzione. Un uomo che nasconde qualcosa nel presente e nel passato. Landsman se ne fa carico perché quell'uomo è uno come lui che ha sceso tutti i gradini della vita, che è andato alla deriva. Un uomo che è un tempo era un rabbino. Un uomo che si chiamava  Mendel Shpilman. Lui e Sam uomini distrutti dalla vita che si preparano alla morte. Di questa difficile indagine Se ne fa carico insieme al cugino e all'ex moglie, scoperchiando trame occulte, penetrando in luoghi inviolabili, affrontando ciò che si nasconde nel passato. E se questo romanzo pullula di mille riferimenti alla storia, alla religione, alla contemporaneità fatta di guerre per l'esportazione della libertà, di guerre religiose, del conflitto in Palestina, la sua vera forza risiede nel  fiume di dolore a cui Chabon dà forma, colore, profumi, odori, fetore, luce. Ogni pagina è pagina di fallimenti, di paure, di morte, di attese, di speranze, di salvezze, di puro noir come ormai se ne scrive davvero poco.

Da tutto questo fiume questo dolore emerge la delicata fragilità di Mendel, il presunto messia, che   sulla soglia del matrimonio, si ribella alla gabbia dentro cui lo vogliono rinchiudere e dice basta e se ne va dalla propria casa. Lui, figlio del rabbino ortodosso che comanda a Sitka. Lui il figlio del dio in terra a Sitka. Mendel vorrebbe vivere la vita a modo suo, vorrebbe poter amare come desidera, vorrebbe poter donare le sue parole alle persone senza ricevere nulla in cambio. Ma quando te ne vai poi non sei più niente, il dolore esplode nel cuore. Si affonda. E il Messia affonda, si buca per ritrovare la pace perduta, vende il proprio talento scacchistico per comprarsi droga. Ma la gente peggiore non l'ha dimenticato e vuole servirsi di lui. Vuole usarlo per architettare i propri sporchi piani di guerra. E qualcuno, alla fine, come un gesto d'amore/odio/ignoranza/paura/incapacità di rispondere a una domanda, lo ucciderà per impedire (inutilmente) la realizzazione di questi scopi. Sam, la nuovamente amata Bina e Berko vengono così trasformati da Chabon in una specie di incarnazione di angeli giustizieri e apostoli di questo messia. Uomini normali che cercare di ristabilire la giustizia in un mondo alla deriva, corrotto, fetido e di restituire così la pace e una giusta sepoltura a quell'uomo morto in una stanza d'albergo. Un uomo che si faceva eroina. E che potrebbe essere quell'uomo che abbiamo appena scansato per strada. Il ragazzo che ingobbito aspetta l'arrivo del bis. E forse è proprio per questo che non riconosciamo il Messia anche quando ci passiamo accanto. Non lo riconosciamo perché è un uomo come noi. Problematico come noi. Morto come noi.


(foto tratta dal sito Dagospia)



Michael Chabon, "Il sindacato dei poliziotti yiddish" (Rizzoli, 2007, traduzione di Matteo Colombo)



(Questa recensione è comparsa su "Giona, 2014 ed é dedicata agli ebrei ortodossi che camminano nella mia città)

sabato 20 settembre 2014

Nelle mie mani



Perché T. P. è uno dei miei scrittori preferiti. Sono già a pagina 60.




Un regalo da parte di un anziano parente. Perché devo discutere con lui di alcuni argomenti. 


(Se continuo a scrivere, a pensare libri, a leggere., lo devo soprattutto a persone come la ragazza, tossica, che oggi, mentre tornavo a casa, mi ha chiesto moneta o qualcosa da mangiare. La sua mano aperta verso di me accompagnata da un sorriso cristallino aveva lo stesso identico suono del mio dolore)

venerdì 19 settembre 2014

"Monte Verità. Ascona e il genio del luogo" di Kaj Noschis (Edizioni Casagrande)



E' di una decina di giorni fa la mozione di Sergio Savoia, coordinatore dei Verdi del Ticino, che sollecita il Canton Ticino e la Confederazione Svizzera a: "creare un parco dedicato a Herman Hesse. In particolare il coordinatore dei Verdi chiede l'acquisto della Casa Rossa di Montagnola, in cui lo scrittore tedesco visse tra il '31 e il '62, realizzando un "Parco letterario" da unire al Museo e alla Casa Camuzzi. L'iniziativa, per i promotori, valorizzerebbe una realtà poco sfruttata, che attirerebbe molti turisti tedeschi, vista l'enorme fama di Hesse. Per il parco potrebbe poi essere richiesta l'iscrizione al Patrimonio dell'UNESCO." (cit. Rsi). Una mozione volta a proteggere quel luogo dall'edificazione di palazzine signorili da dove si potrebbe godere di un panorama di tutto rispetto. A salvare dalla distruzione un luogo/mondo di idee, riflessioni, solitudine, spirituali. Un mondo sul viale del tramonto, letteralmente attaccato alla canna del gas. Vilipeso, ignorato, deriso, svenduto. Ma in fin dei conti si tratta di una casa. Di un luogo dove ha vissuto uno scrittore. E per salvare quello spicchio di verde il solo modo che rimane é quello di trasformarlo in un parco pomposamente decorato dal termine letterario, di trasformarlo in un salvadanaio, in un luogo da frequentare, dove magari organizzare simposi, incontri, festival, presentazioni, buffet, aperitivi, mostre. Non c'è scampo in questo mondo: o ti trasformi in qualcosa di appetibile turisticamente, spendibile, inquadrabile, stampabile in qualche depliant, catalogo, sito internet oppure sei destinato alla rovina, al dimenticatoio. O diventi un sito patrimonio di chissà quale umanità culturalmente eletta o è meglio che ti fai da parte. Sembra che la sola scelta sia fra rovine o museo. Quasi come se l'uomo contemporaneo (un certo tipo di uomo contemporaneo), in un'atmosfera nemmeno troppo velatamente cimiteriale, sia ben disposto a trasformarsi in un custode del passato, di intoccabili e "bellissimi" luoghi, siti, opere d'arte. Stretto fra la possibile perdita del passato e la mummificazione del presente talvolta mi sembra di impazzire. E il senso di abbandono si amplifica al pensiero dell'esistente: piano regolatori folli dagli incastri banali/volgari/inspiegabili, frutto della mente illuminata di qualche politico, architetto, palazzinaro, banchiere, artista. Il tutto all'insegna della logica del denaro, del fare, dell'immortalità pubblicitaria che se ne infischia di qualsiasi progettualità, di sguardi sul presente e sul futuro. Quanta tristezza. Davvero quanta tristezza questa situazione in cui anche chi si oppone mette tristezza. La tristezza che mi mette l'idea di andare ad ammirare lo studio di uno scrittore, i suoi scritti sotto teca, le sue penne, i suoi colori, i suoi quaderni, i suoi occhiali. Magari anche le caccole che si toglieva dal naso mentre scriveva. 



Nel Canton Ticino c'è un altro luogo che si erse delicato e sensibile più di un secolo fa e le cui pallide spoglie sopravvivono oggi assediate dalla modernità e dall'edificazione selvaggia. Un luogo singolare situato ad Ascona, sul Lago Maggiore, a pochi minuti da Locarno. Quel luogo é il Monte Verità. A cui è dedicata l'appassionante saggio di Kaj Noschis "Monte Verità. Ascona e il genio del luogo" (Edizioni Casagrande, traduzione di Elisabetta Basso) che ne ripercorre la storia dagli albori sino ai giorni nostri. Più che un monte é una dolce collina baciata dai riflessi luminosi e caldi che salgono dal bacino lacustre. Una collina che a guardarla quasi non parrebbe essere quello spazio terreno e mentale dove agli inizi del Novecento sorse per volere dell'agiato olandese Henri Oedenkoven, Ida Hoffman, insegnante di pianoforte, Lotte Hattener, una giovane di idee libertarie, Karla Kraser, ufficiale austriaco, e il fratello Gustavo, una comunità dove sperimentare uno stile di vita più sano, aperto al vegetarianismo, al nudismo, alla spiritualità e che raggiunge il suo apice prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, fino ad essere poi consegnata nel 1964 al Canton Ticino. Una comunità dove in breve tempo confluirono uomo e donne in aperta ribellione (e spesso in fuga) contro l'industrializzazione, il capitalismo borghese, l'autoritarismo, i dogmi religiosi. Dove poter assaporare l'ebbrezza di una Natura travolta dalla furia della tecnica, dove poter ricercare il vigore fisico, e l'equilibrio fra mente e corpo. Dove poter riflettere, discutere, creare. Dove porre le basi o dare nuova linfa a percorsi artistici che spesso saranno rivoluzionari. Monte Verità nel volgere di pochi anni divenne un luogo fecondo fatto di incontri, scontri, contaminazioni, rotture, sogni. A questa straordinaria esperienza parteciparono uomini come Bakunin, Herman Hesse, Otto Gross, Rudolf Laban, Mary Wigman, Jung, Mircea Eliade, James Hillmann e tanti tanti altri. Pensiero politico, filosofia, psichiatria, spiritualità, danza. La danza. La danza che proprio grazie a Laban e alla Wigman prese nuove strade proprio grazie alle sperimentazioni vissute a Monte Verità. Certo, anche questo luogo ha i suoi lati contraddittori, così come contraddittoria è stata tutto il Novecento. Coi fantasmi dell'eugenetica, le fascinazioni fasciste/naziste/comuniste/totalitarie/dinamitarde, le morti misteriose/suicidi, le droghe, i problematici rapporto uomo donna, la snobberia milionaria convissero con il pacifismo, la spiritualità orientale, l'anarchismo, le correnti artistiche d'avanguardia, l'ugualitarismo, le ricerche in campo psichiatrico, la danza, la musica, il teatro. La potenza di quel luogo era tale da mescolare antichi riti pagani, cristianesimo dell'origini, spiriti nordici e quello strano fascino fatto che emanano le genti e le terre ticinesi e svizzere.

Oggi cos'è diventata Monte Verità? E' diventata una collina museo, una collina vetrina, una collina congresso, dove resistono alcune splendide strutture di quegli anni e poco altro. Un luogo che appare freddo, distante, immobile. Questo libro di Noschis ha allora il pregio di restituire calore a questa collina, di far respirare una storia in parte dimenticata o edulcorata, un'avventura di passioni che tramortiscono, un cammino dell'anima entusiasmante e commovente per la sua voglia di sovvertire l'ordine del mondo con la forza delle parole, dei corpi nudi, delle pietanze che sconfiggono la morte, della danza, della pittura, dell'indagine della mente. Quello di Noschis è un libro che spinge, per fortuna senza mai costringere all'obbedienza, i lettori a prendere esempio dalle personalità che animarono Monte Verità, le spinge a studiarle, a leggere, a cercare le loro opere piuttosto confidare nei solini che pontificano da giornali, social network o tribune televisive. E' un invito a sperimentare, a percorrere strane inesplorate, a non avere paura di pensare, di immaginare l'impossibile. Per far sì che Monte Verità prenda vita altrove. Come una ballerina che dopo secoli di prigionia libera il proprio corpo dalle corde che le stringevano le membra. Finalmente libera di dare ossigeno alla propria libertà.



"Nella memoria collettiva Monte Verità resta il paradigma di una vita diversa - Lebensfreform! - in rottura con le norme dell'epoca. E' difficile, oggi, ritrovare le tracce di tutto questo nelle strade di Ascona e dintorni. Tra mura insonorizzate, barriere che delimitano le proprietà e parcheggi, assistiamo all'invasione dei ricchi, l'ammassarsi delle ville, l'impennata dei prezzi al metro-quadro. Di Monte Verità rimane comunque il bel giardino dell'Hotel nel quale le piante disposte da von der Heydt continuano a crescere. Si può ancora scorgere qualche casetta di legno. Una vasca o una doccia dell'epoca ci ricordano la vita quotidiana di allora. La collina possiede anche un museo, Casa Anatta, che ripercorre le tappe di tutta la saga. In un manifesto di Fidus, l'illustratore tedesco, risalente all'inizio del secolo scorso, si vede un uomo nudo, di spalle, nel fiore dell'età, che leva le braccia verso il sole nascente. E' l'aurora di un mondo nuovo. Fu questa la speranza che mise in moto verso il Sud giovani e meno giovani, ingenui o già disillusi, alla ricerca di una vita che potesse riscoprire tutti i suoi significati. Ascona e Monte Verità hanno permesso a molti di questi pellegrini di ritrovare la natura, l'ispirazione e una forma di esistenza che alimentò idee, amicizie e progetti. Perché allora non immaginare che il genius loco possa manifestarsi di nuovo oggi a coloro che sono ancora sensibili abbastanza da avvertirne la presenza?" (pp. 183-184)




Kaj Noschis, "Monte Verità. Ascona e il genio del luogo" (Edizioni Casagrande, 2013, traduzione di Elisabetta Basso).

Kaj Noschis, nato in Filandia nel 1950, dopo il liceo in Italia ha studiato psicologia alle università di Ginevra e Losanna e all'istituto C.G.Jung di Yurico. Dal 1984 è titolare di uno studio di psicoterapia a Losanna, dove insegna all'università all'università e al politecnico. Nel 2011 è apparsa in traduzione italiana la sua monografia "Carl Gustav Jung. L'ascolto del mondo interiore" (Armando Dadò editore)




(Questa recensione è comparsa sui "Quaderni asconesi, 1902" ed è dedicata a Otto Gross (1877-1919), esempio di vita, presenza fissa nei miei momenti di sconforto. Grazie a V.V.)

giovedì 18 settembre 2014

TRITHA ELECTRIC_SUNDAY MORNING_21 SETTEMBRE_BERGAMO










TRITHA Electric
[India / Francia]
- Live -

DOMENICA MATTINA
21 Settembre 2014 h.10:30 a.m.
Libreria INCROCIO QUARENGHI
Via Quarenghi 32 - BERGAMO
COLAZIONE IN LIBRERIA
 
Se l'obiettivo della musica è la mimesi dello stato emotivo, nulla può seguire la mutevolezza del sentire umano quanto la voce. Thrita, erede della musica vocalica dell'India del nord, ingloba gli elementi più onirici, trip e psichedelici, della musica contemporanea occidentale.

Libreria INCROCIO QUARENGHI


 
a cura di INVISIBLE°SHOW
in collaborazione con CTRL Magazine
 

martedì 16 settembre 2014

"Peter Kernel - Your Party Sucks" & "Handmade Jewel 2014" by Miriam Vile


Nuovo singolo e video dei Peter Kernel "Your Party Sucks" (On The Camper Records)





Un video di Niccolò Castelli delle creazioni di Miriam Vile con Anahi Traversi come modella:

http://vimeo.com/103589709