martedì 4 novembre 2014

Pierre Lemaitre, "Ci rivediamo lassù" (Mondadori)



C'è qualcosa di incredibilmente folle nella festa del 4 novembre che celebra l'unità nazionale e le forze armate e qualsiasi altra cosa vogliano festeggiare.
Una festa posta a suggello di una catastrofe che causò milioni di morti.
Bisognerebbe cancellarla questa festa o quantomeno ribaltarne il senso e festeggiare un'ipotesi di pace che pace non fu allora e non che può esistere nemmeno oggi.
Quanto imbarazzo mi hanno sempre causato queste sterili celebrazioni perpetuate davanti a militi ignoti, monumenti, mausolei, cimiteri con in prima fila, belli schierati, i soldati, le autorità, i reduci,  i giornalisti, i fotografi, i politici, le associazioni varie, i pensionati e purtroppo anche molte, troppe, scolaresche.
Riconosco la commozione che scuote il cuore passeggiando per i cimiteri di guerra, rimbalzando davanti ai sacrari, poggiando i piedi nelle trincee.
Conservo il massimo rispetto per quei morti e proprio perché ne ho rispetto ho sempre evitato e contestato questo genere di commemorazioni.
Mi commuovo quando mi rigiro fra le mani screpolate la medaglietta appartenuta a mio nonno materno, Paolo, che combatté come fante nella Prima Guerra Mondiale.
Nato nel 1897 morì nel '59 quando mia madre di anni ne aveva 13, mio zio Ezio 29 e mia nonna 47.
Da ragazzino conobbi un amico di mio nonno partito insieme a lui per il fronte. Era quasi completamente cieco e sordo ma ci tenne a dirmi che mio nonno tornò dalla guerra prostrato nel fisico e nell'animo e svuotato di parole. Se non aveva mai avuto spirito patriottico mio nonno lo maledisse del tutto nelle trincee quello spirito patrio.
Se già era un tizio silenzioso, lo divenne ancora di più.
Così come accadde all'altro nonno, che quando tornò in Italia nel maggio del '45 aveva perso quasi del tutto gioia e spensieratezza e le riacquistava solo quando stava coi bambini, i cani o beveva un bicchiere di vino (mio nonno era un vero guascone e mio zio mi racconta che quando era piccolo andò con suo padre e i suoi amici nella Bassa e quando tornarono erano tutti ubriachi e in macchina c'era pure una pecora, vinta a qualche partita di carte).
Mio nonno Paolo, che aveva il mio stesso volto e quello di mio cugino Paolo, partì poverissimo e tornò ancora più povero dalla guerra, così povero che fu difficile per lui trovarsi una moglie e solo perché mia nonna Dina lo amava follemente che loro due riuscirono a sposarsi. Lui e mia nonna vissero una vita da sottoproletari, poverissimi, vivendo in una casa a pezzi di proprietà di un industriale che quando morì a fu glorificato in chiesa facendo scatenare l'ira di mia madre. Lavorò in Germania, perse un figlio nel '44, morì giovanissimo. Tutti mi raccontano che fosse un uomo buonissimo, che amasse la musica classica e che si augurava che i propri figli potessero studiare, vivere una vita migliore ma purtroppo non fu così. Mia madre dovette andare a lavorare da ragazzina per sostenere la famiglia. Mio zio Ezio visse pure lui una vita difficile, dentro e fuori gli ospedali, con poca fortuna, pochi soldi e un tumore che se lo portò via in pochi giorni.
Proclami, terre da conquistare, da liberare, una nuova italia, la vera italia, quante stronzate...
E quanta vicinanza ho sempre provato per chi si rifiutò di combattere, per chi non ce la fece, per chi si rifiutò di obbedire.
Quale codardia?
Tutto il mio rispetto per i disertori, per i fucilati e anche per tutti quei poveri cristi che combatterono in guerra. 
Un giorno un ex soldato della Wermacht mi mostrò i volti dei suoi commilitoni prima di partire per il fronte orientale.
Sono volti di ragazzi come sono stato io e voi.
Volti. 
E vediamo quasi sempre i volti di chi parte, un po' meno di quelli che tornano. 
La sorella di mio nonno disse che quando Paolo tornò non li riconoscevano più. Uno scheletro.
Volti. Corpi.
C'è una scena bellissima nel film "Rambo", una delle prime, quando John riceve la notizia che un suo caro amico è morto per tutte le schifezze che ha respirato laggiù fra le risaie. Immaginatevi il corpo di quell'amico che aggredisce il volto di Stallone....immaginatevelo...
Corpi come quelli dei soldati che tornano mutilati, distrutti. Inguardabili. Nascosti. Meglio morti che mutilati.
Volti straziati che squarciano il velo di romanticismo che circonda la guerra.
Anche solo guardare le foto dei mutilati dovrebbe cancellare qualsiasi attrazione per la guerra.
Ma non è così.
Diventa una professione, un rifugio per disperati, per corpi che si prestano alla guerra.


(Paolo Conti, mio nonno)

Volti come quello totalmente distrutto e irriconoscibile di Eduard (se volete farvi un'idea e avete coraggio cercate: "gueules cassees"che, insieme ad Albert, è uno dei due protagonisti del torrenziale, maestoso, trascinante (e in alcuni punti anche faticoso) romanzo di Pierre Lemaitre "Ci rivediamo lassù" (Mondadori, traduzione di Stefania Ricciardi). Eduard e Albert sono due soldati francesi partiti per il fronte nel '14 come tanti altri ragazzi, per sfuggire al presente, per rincorrere un futuro tutto da costruire, per scappare dalle gabbie della famiglia, per vivere un'avventura. E molto poco per combattere per la patria. Eduard proviene da una famiglia ricchissima, è un talento del disegno, inquieto, irrefrenabile con un padre padrone che gli contesta l'omosessualità, le passioni, la voglia di dare scandalo. Albert è un impiegatuccio di basso rango, con una madre ossessionante, con una fidanzata che spera di sposare, atteso di ritorno a casa col petto pieno di medaglie che non vedrà mai. Sono due soldati in attesa dentro a una trincea. In attesa della fine. Ma c'è chi invece, come il tenente Pradelle, nobile decaduto, vuole cogliere l'ultimo successo e sfruttare l'occasione per diventare un eroe e così sfruttarne i vantaggi e che lancerà, con uno schifoso stratagemma (mandare due soldati in avanscoperta, sparargli e far ricadere la colpa sui tedeschi) una carica suicida per conquistare pochi metri di terreno. E' Albert a scoprire durante la carica l'inganno e essere così scaraventato in una buca da Pradelle e destinato a morire soffocato se non fosse per l'intervento miracoloso di Eduard che però, durante il salvataggio, viene investito da una bomba. Da quel momento fra i due uomini si stringe un legame indissolubile: Albert dona a Eduard, che non vuole più a che fare col mondo, una nuova identità e riescono a fuggire dalle grinfie di Pradelle. Tornati a casa il destino dei due è quello della sopravvivenza: Eduard è diventato morfinomane, Albert vive di stenti e di incubi. Il loro destino è segnato se non che, Eduard trova il modo per vendicarsi, con l'aiuto del titubante Albert, darsi un'ultima possibilità di riscatto: truffare la Francia, truffare chi pensa che quanto di più importante ci sia questo mondo sia costruire memoriali per i caduti su cui poi costruire un'ideologia, un'idea di patria, di sacrificio, di eroi e ponendo le basi per le guerre del futuro. "Ci rivediamo lassù", titolo che rende omaggio a Jean Blanchard,  è un romanzo che costringe il lettore a percorre strade lastricate di sangue, corpi, fetore, ossa, droga, sofferenze, ad abbeverarsi dalla bocca di loschi intrighi per costruire cimiteri e soprattutto ad affidarsi a due uomini spezzati che se ne fregano ormai di tutto, che hanno superato il limite, che sono rimasti soli, col cuore spezzato, che vogliono dimenticare e non potranno mai. E' un libro che darà fastidio a coloro che credono alla patria, al sacrificio, al dovere, all'attenti. Eduard e Albert invece truffano, si prendono gioco della nazione che li ha scaraventati al massacro, non hanno nessun pietà nemmeno delle famiglie che hanno perso i figli e che giustamente li piangono. E' un mondo atroce quello descritto in questo libro. L'autore non ne fa una storia d'avventura scanzonata e risolutoria, non disegna personaggi all'americana per i quali parteggiare in maniera sentimentale: i suoi protagonisti sono due uomini normali, come me e come te, due uomini che se venissero beccati verrebbero sicuramente giustiziati dalla folla ed è per questo che sono due personaggi indimenticabili perché sfidano il senso comune, le adunate oceaniche, gli alzabandiera, i reparti schierati, le commemorazioni, le aspettative della famiglia. Vogliono vivere. Vogliono cercare la morte migliore. Vogliono vendicarsi costi quel che costi. Vogliono scappare e andarsene. Lontano.





(oggi, Lugano, 2014)

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