lunedì 10 novembre 2014

Paolo Cognetti, "A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti" (Minimum Fax) + Jincy Willett + Sarah Jaffe


Meditazione sull'arte di scrivere racconti. Un viaggio attraverso scrittori, racconti, stili, vite, storie, avventure, dolori. Un modo per mettersi a nudo. Cognetti realizza con "A pesca nelle pozze più profonde" (Minimum Fax, 2014) il suo libro migliore. Non mi avevano convinto le sue raccolte (i 4 racconti "omaggio" posti in coda mi hanno nuovamente deluso) e nemmeno il suo romanzo mentre in questo libro è come se scrivendo d'altri Cognetti abbia maturato il suo stile, raggiungendo un impasto quasi perfetto fra emozione privata e rigore stilistico, fra insegnamento e paesaggio naturale che si fondono e esplodono in mille rivolti rendendo la lettura un'esperienza memorabile, quasi commovente. Gli autori di cui parla sono in gran parte scrittori che piacciono anche al sottoscritto, autori nordamericani: Carver, Hemingway, Dubus, Flannery O'Connor, Cheever, Peter Orner, Grace Paley, Salinger, Charles D'Ambrosio, Poe, Alice Munro, Melville, Sherwood Anderson, Wallace. E' un libro che insegna, che offre ottimi spunti per scrivere racconti e avvicinarsi agli scrittori di racconti. Poi se questo libro possa davvero essere utile per scrivere racconti non lo so (lo dirà il tempo) ma di sicuro, almeno nel mio caso, mi ha rimesso voglia di rileggere raccolte di racconti che non sfogliavo da tempo e di cercare in biblioteca e libreria nuove raccolte e nuovi autori di racconti. Di seguito lascio quattro estratti:

"Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione incompleta. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos'altro deve ancora accadere: lascia fuori un bel pezzo della storia, e certe volte quello che resta è perfino più importante di quello che c'è dentro. Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda. Il romanzo ha l'ambizione di rispondere, di contenere tutto - se non proprio tutto il mondo almeno tutto un mondo - costruendo per noi una casa in cui abitare: alla fine chiuderemo la porta su un luogo che ci ha accolti per un po' di tempo, e che conosciamo bene. Il racconto è piuttosto una finestra sulla casa di qualcun altro (o come in un poesia di Carver, "Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare", è una finestra su casa nostra quando abbiamo dimenticato le chiavi). Da fuori possiamo solo indovinare che cosa c'è dentro, farci un'idea della vita di chi ci abita, riflettere su quante cose non sappiamo. Confessare che non ne sappiamo quasi niente: il racconto è insieme una resa (non provo neanche a scrivere questa storia per intero, perché sarebbe un fallimento) e una sfida (ma ne scrivo un pezzo: tu sei capace di immaginare il resto?). (pp. 17-18)

"Gli scrittori di racconti adorano i momenti in cui la luce cambia. Passa una nuvola a gettarsi un'ombra addosso, e sussultando ci chiediamo cos'è stato; il sole torna dopo il temporale e di colpo il mondo è come nuovo. Una luce che rende il mondo diverso da come era prima: quando succede ci fermiamo a osservare il paesaggio di tutti i giorni e scopriamo, o crediamo di scoprire, qualcosa di noi che prima non sapevamo. Ecco il cuore di alcuni dei miei racconti preferiti, che tra me e me chiamo i racconti dell'illuminazione. Mi sembra quasi di vederli, tutti quei personaggi con gli occhi al cielo ai quattro angoli d'America: al tramonto, un vecchio contadino d'Ohio solleva lo sguardo dal suo lavoro, osserva le colline all'orizzonte e per la prima volta le trova bellissime, perfino troppe belle per la vita misera che ha fatto (Sherwood Anderson, "La bugia non detta"). Giù in California si alza nella notte, si affaccia alla finestra e si accorge della luna piena, che le mostra il giardino di casa come non l'ha mai visto. Gli altri dormono e lei è sveglia e in quel momento le loro vite le appaiono insensate e meschine, vite di lumache striscianti sotto la luna (Raymond Carver, "Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio"). In una roulotte scassata, da qualche parte tra Chicago e Detroit, un uomo e una ragazza discutono dopo il temporale. E' uno di quei litigi da fine dell'amore: l'uomo è geloso e si sente molto vecchio, la ragazza parla poco ed è come assente. Quando il sole esce dalle nuvole lei guarda dalla finestrella e le se sembra che fuori sia tutto verde e nuovo, dentro un posto in cui non è proprio più possibile restare (David Foster Wallace, "E' tutto verde"). Quella rivelazione è il "momento cechoviano" che Carver amava tanto: e all'improvviso tutto gli fu chiaro." (pp. 26-27)

"Da scrittori dovremmo continuare a chiederci: che così che sto davvero vedendo?" E subito dopo: che cosa sto ricordando? Alice Munro ne ha fatto la sua regola: mai smettere di interrogarsi su ciò che vediamo e registriamo, mai pensare di averlo capito del tutto. Non che sia per forza diverso da quello che sembra, ma è di più di quello che sembra, come un'immagine a due dimensioni di cui scopriamo la profondità. Per questo nei suoi racconti il paesaggio è così importante. E i suoi personaggi-geografi si ostinano a misurarlo: perché si sono persi e hanno bisogno di capire dove sono finiti, perché tornano al loro paese senza riconoscerlo e vogliono sapere che cos'è accaduto. Sono due luoghi simili, il paesaggio e la memoria. Ciascuno utile a capire l'altro. Insieme compongono uno spazio-tempo privato che è il vero oggetto d'indagine della scrittura della Munro" (pp. 41-42)

"Dubus scriveva storia senza colpi di scena ma piene di attenzione, come se dovesse prendere per mano i suoi ammalati e assisterli nella fatica, negli esercizi, nei riti di ogni giorno. E ho la sensazione che il racconto non sia solo la cronaca di una cura, ma in qualche mondo ne faccia parte; che consolare gli afflitti delle sue storie fosse la cura che Dubus aveva trovato per sé. Il finale del "Padre d'inverno" in cui Peter si sdraia sulla sabbia tra i suoi figli e si addormenta, a noi lettori di racconti ricorda Salinger più che Hemingway, e un altro uomo ferito che non chiudeva occhio da giorni. Poi la lettera di una ragazzina, la sua inaspettata dolcezza, gli faceva venire un gran sonno come per incanto. E il Sergente X lo accoglieva pensando: prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé, e avrai un uomo che ha ancora la possibilità di guarire. Così si addormentano gli insonni di Dubus, come deponendo le armi con cui non smettono di torturarsi, chiudendo gli occhi sul male commesso e affidandosi alla vita che deve ancora arrivare." (pp. 83-84)



E a proposito di racconti che non ho mai letto mi sono andato a cercare "Jenny e altri imprevisti" della scrittrice Jincy Willett e pubblicato da Cartacanta Editore.



Uscito nel 2010 "Suburban Nature" di Sarah Jaffe è un signor album. Due pezzi: "Clementine" e  poi "Before You Go" anche in versione dal vivo.

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