lunedì 24 novembre 2014

"Microracconto su Carlo e il porno" + Giuseppe Genna "Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano"








(Sofia Gucci)

Quando stavo alle medie avevo un compagno di classe coi capelli a spazzola, Carlo, coi denti bianchissimi e la faccia piena di brufoli gialli, che mi pagava con monete da 500 lire, sigarette, numeri vecchi di Zagor, Mister No e Spiderman ogni volta che gli procuravo riviste e videocassette porno. Non ero il suo unico spacciatore ma io, e anche Vittoria, eravamo quelli che lo rifornivano della roba migliore, in ottime o discrete condizioni, non troppo macchiati e senza pagine mancanti. Non era roba mia e per soddisfare le sue richieste dovevo sbattermi parecchio: mi toccava rubacchiare in un paio di bar seppelliti sotto strati di fumo con un angolo destinato a giornali e riviste oppure sottrarre alcuni esemplari dalla spaventosa collezione di un paio di cugini o rovistare nei cumuli di cartoni e immondizia che ai tempi sorgevano ai tempi in tutto il circondario o, rischiosissimo, esplorare le cascine abbandonate stando ben attento a non calpestare siringhe, bottiglie di vetro, merda e pozze di sangue. Non ricordo come avessi dato vita a quel commercio ma so che nel volgere di poche transazioni non ne potei più fare a meno. Quei soldi mi servivano parecchio e anche delle sigarette non potevo farne a meno. Fumavo in un vicolo sotto casa insieme ad altri sbandati che ci davano dentro anche con gli alcolici. Fumavo con la faccia rivolta contro il muro dietro cui si allungavano i capannoni di un acciaieria. Come tutti gli affari loschi anche quel mio commercio comportava una sua buona dose di rischio. Bisognava stare attenti ai genitori, ai fratelli e alle sorelle, agli insegnanti, agli spioni. Una volta mi capitò di prendere un sacco di calci nel culo dai miei cugini che mi perdonarono solo a patto di tacere su quello che combinavano la sera e di consegnargli ogni sabato un pacchetto di sigarette. Un giorno fui inseguito per i campi da tre ragazzi che facevano parte di una banda che scorrazzava in Vespa per il paese e che mi accusavano di avergli rubato il fumo. Ad intercedere per me fu mia sorella che dava ripetizioni a uno dei boss e pure mia sorella chiese la sua tangente. Le presi anche da mio padre che a quei tempi era disoccupato e non avendo niente da fare pensò bene di rovistarmi nello zaino. Forse stava cercando delle sigarette visto che mia madre gli permetteva di fumare solo un pacchetto al giorno. In fin dei conti però mi ero dato a quei traffici perché volevo bene a Carlo. Viveva una vita d'inferno. La sua era una famiglia ultracattolica, bigotta, reazionaria, tendenzialmente fascista. Era costretto a vestirsi come un vecchio, ad andare a messa tutti i giorni alle sette di mattina, pure i Vespri si doveva sorbire. Aveva due sorelle, Maria e Elena, bellissime ma sempre vestite castigate. Due ragazze severe che facevano le animatrici all'oratorio e le catechiste. Carlo era un'anima ribelle, gli piaceva il punk, si sentiva un nazista e spesso era in punizione. Aveva una paura folle di suo padre che aveva una tessitura con quindici dipendenti e che in paese veniva trattato come una specie di principe. La madre usciva di casa solo per andare a messa, al cimitero, a fare la spesa e a rompere le scatole nei consigli di classe. Carlo era un vero e proprio fanatico del porno. Su un quaderno segnava tutti i film che aveva visto, li commentava e gli dava un voto. Su un altro stilava una classifica delle pornostar. Il primo vero critico in carne e ossa che io abbia incontrato. Non riuscì mai a capire tutta la mia insofferenza per il genere e solo in quei frangenti, quando io mi lamentavo e mettevo su una cassetta dei Dead Kennedys, si permetteva di prendermi in giro. Non smetteva mai di sognare il giorno che avrebbe potuto vedersi in tutta libertà quelle videocassette, di andare nei sexy shop, di conoscere una pornostar, di sedersi in un privé. Solo negli spogliatoi del campo sportivo poteva sfoggiare pubblicamente tutta la sua enciclopedica cultura pornografica incantando il resto della squadra. Durante la partita, lui, stopper, attuava la tecnica, vincente, di distrazione dell'avversario mettendosi a parlare da solo di pompini, Moana, Cicciolina. Alla fine delle medie ci siamo persi di vista per almeno dieci anni. Ci incrociavamo ma niente di più. Ma non dimenticavamo mai di sorriderci.  Se avessi voluto continuare i miei traffici avrei dovuto rifornirlo di qualcosa di più pesante. La tessitura è fallita a fine anni '90. I suoi genitori si sono trasferiti altrove insieme a Elena, sempre devota alla Madonna, per aprire una nuova attività. In paese sono rimasti Maria e Carlo. Maria si laureò alla Cattolica di Milano ma la sua vocazione entrò in crisi e decise di andare a lavorare in un villaggio turistico come animatrice. Da allora non ha mai smesso di far divertire i vacanzieri. Nei periodi di riposo torna in paese dove vive sempre nella villa di famiglia. L'ha ristrutturata, ha sistemato il giardino e sul retro, che si affaccia sulle montagne, ha fatto costruire una piscina. Lei abita al piano terra. Al primo piano sta invece Carlo. Se mi capita di ritornare in paese verso l'ora dell'aperitivo serale lo trovo sempre fuori dal solito bar con l'aperitivo in mano, la faccia abbronzata e la bocca piena di tartine e patatine. Si tiene in forma a colpi di cocaina, Campari, palestre, lavoro e sciate. Nella vita non ho mai capito bene cosa faccia ma cambia spesso sia modello di macchina di lusso che quello di fidanzate che vengono dai Caraibi o dall'Estremo Oriente. Relazioni che durano pochi mesi. E via un'altra. La passione per il porno gli è rimasta. Adesso le sue star sono Michelle Ferrari e Sofia Gucci e quando le nomina gli si illuminano gli occhi. Mi capita di incontrare anche sua sorella. Quando mi vede lei sorride di fronte al mio imbarazzo ma lei per me è rimasta quella stronza che mi dava gli schiaffi in testa quando facevo casino durante la messa anche se adesso si trucca, si è rifatta il seno e porta sempre i tacchi alti. Mentre mi parla Carlo mi tiene sempre una mano sul braccio e io lo lascio parlare a raffica, perché mi fanno stare bene le sue cazzate, le sue avventure vere o immaginarie. Rimarrei lì per ore, un giro dietro l'altro col Campari col bianco, a sentirlo raccontare le sue storie, come di quella volta che a 12 anni scrisse un tema dedicato a Cicciolina, la donna della sua vita, e di come suo padre gli distrusse letteralmente la bicicletta quando venne a saperlo. Restiamo lì, io, lui, sua sorella a guardare le macchine che passano dalla strada principale e che rallentano quando riconoscono. Vedo braccia, mani, visi di persone seppellite in un tempo lontano vent'anni spuntare dal finestrino. Qualcuno si ferma. Si siede insieme a noi. Persone semplici. Gente che lavora. Che cerca di arrivare alla fine del mese. Gente che impazzisce. Che sta male. Gente che cerca la fortuna alle macchinette. Che fa gli straordinari. Gente che cresce figli. Che non supera quasi mai i confini del circondario. Gente come me.





L'articolo di Giuseppe Genna su Milano pubblicato su Internazionale:

"Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano"






"But woman, is it easy to forget
And woman, is it easy to forget
Woman you're a whore"

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