mercoledì 5 novembre 2014

James C. Scott, "Elogio dell'anarchismo" (Elèuthera)


"Elogio dell'anarchismo" di James C. Scott (Elèuthera, traduzione dall'inglese di Alberto Prunetti), insegnante di Scienze politiche e Antropologia all'Università di Yale. è un agilissimo libro che procede per suggestioni, invitando il lettore a mutare prospettiva a riflettere su ciò che sembra impossibile, a liberarsi dalle gabbie del pensiero istituzionale, del condizionamento statale, dalle gerarchie, dall'obbedienza. Lo fa in maniera semplice, con un linguaggio colloquiale, evitando tirate teoriche o filosofiche (e in questo magari risultando un po' troppo semplicistico) ma scendendo nel pratico di un anarchismo da vivere a piccoli, piccolissimi passi, nella pratica quotidiana che portino all'insubordinazione, alla disobbedienza, a un radicale cambiamento. Lo fa parlando, per esempio, come se fosse un racconto, dell'obbedienza cieca a semafori pedonali rossi quando non c'è nessuno all'orizzonte, di vernacolo, di parchi giochi, di monumenti, di organizzazione delle città, di agricoltura (bellissimo il frammento che racconta cosa fosse l'agricoltura nel resto del mondo prima dell'arrivo dei colonizzatori), di lavoro, di piccoli proprietari, di ribellione, di quell'orrore che sono le "foreste scientifiche" e molto altro. Numerosi sono gli spunti per riflettere su un mondo radicalmente diverso da quello attuale e sulle innumerevoli possibilità insite nella cooperazione umana che rispetta ogni individualità e che mi ha fatto ricordare i libri di Rebecca Solnit, "Un paradiso all'inferno" e "Speranza nel buio" (Tutti e due pubblicati da Fandango) e anche "Storia del camminare" (Bruno Mondadori), animati dalla medesima speranza nell'essere umano.






Propongo un passaggio de: "Frammento sette. La resistenza del vernacolo" (p. 63-65):

"E' perfettamente evidente che gli schemi modernisti su grande scale basati sulla coordinazione imperativa possono, per certi scopi, rappresentare la soluzione più efficiente, giusta e soddisfacente. L'esplorazione dello spazio, la progettazione di vaste reti di trasporto, la produzione di aerei e altre imprese necessariamente su grande scale richiedono la presenza di grandi organizzazioni coordinate fin nei dettagli da pochi esperti. Il controllo delle epidemie o dell'inquinamento richiede un centro gestito da esperti che ricevono ed elaborano informazioni standardizzate in arrivo da centinai di unità periferiche. 
Tuttavia questi schemi vanno spesso in tilt, talvolta in maniera catastrofica, quando devono confrontarsi con una natura recalcitrante o ancor più con una natura umana recalcitrante, delle quali faticano a comprendere la complessità.
Un buon esempio di tutto ciò è rappresentato dall'insuccesso che ha caratterizzato la "foresta scientifica" ideata in Germania alla fine del XVIII secolo, così come alcuni modelli di sviluppo agricolo. Nel tentativo di massimizzare le entrate della vendita di legna da ardere e da costruzione, gli ideatori di questa riforestazione basata su criteri scientifici arrivarono alla conclusione che, a seconda del terreno, sia il pino scozzese che l'abete norvegese avrebbero fornito la miglior resa per ettaro in metri cubi di legname. A questo scopo vennero abbattute le foreste naturali, composte da specie miste, per impiantare simultaneamente solo queste due specie arboree in file dritte e parallele come nelle colture a filare. L'idea era di creare una foresta che si potesse ispezionare con facilità, che fosse agevole da abbattere nel momento opportuno e che producesse un tronco uniforme grazie a un albero standardizzato, il cosiddetto Normalbaum. Questa idea ha funzionato alla perfezione per quasi un secolo. Poi ha cominciato a vacillare. Si è a quel punto capito che la prima rotazione aveva goduto del ricco suolo accumulato dalla foresta mista, senza però rialimentarlo. Anzi, la foresta monoculturale si era rivelata una vera pacchia per muffe, parassiti e infestanti vari, che si erano specializzati ad attaccare il pino scozzese o l'abete norvegese. Non solo, ma una foresta di alberi tutti della stessa età era più esposta alle tempeste devastanti e ai danni prodotti dal vento. Nel tentativo di semplificare la foresta per farla diventare una macchina atta a produrre una sola merce, la riforestazione scientifica ne ha radicalmente ridotto la biodiversità. Infatti, l'assenza di diversità nelle specie arboree si riproduceva a ogni livello, provocando una riduzione delle specie presenti di insetti, uccelli, mammiferi, licheni, muschi, funghi e flora in generale. I pianificatori avevano creato un deserto verde e la natura aveva restituito il colpo. In poco più di un secolo, i successori di coloro che avevano resto famosa l'espressione "foresta scientifica" furono costretti a coniare nuove espressioni come "foresta morente" (Waldsterben) e "ripristino forestale."



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