sabato 1 novembre 2014

Charles D'Ambrosio, "Il museo dei pesci morti" (Minimum Fax)

"Il suo vestito scivolò a terra e lei si sedette sul letto. I suoi slip erano una cosa nera a ragnatela: sembrava che un enorme ragno peloso le si fosse attaccato proprio lì. Accanto a lei c'erano un pacchetto di sigaretta, una candela e un ferro da calza verde che non mi faceva proprio impazzire. Prese la candela, ci si accese la sigaretta e si versò un po' di cera bollente sulla coscia. Nel frattempo non mi staccava gli occhi di dosso, e dopo qualche istante mi aveva incantato, ero ipnotizzato, ammaliato, ero sprofondato dentro quella pozza azzurra in cui i pesci aspettavano timidamente. Fece un tiro dalla sigaretta, espirò, poi la rigirò e si sfregò la punta accesa contro il capezzolo per far cadere la cenere. Un altro tiro, e passò all'altro capezzolo. Di lì a poco tutte e due le areole erano ridotte a macchie grigiastre di cenere. Aveva ancora gli occhi spalancati e, direi, fissi su di me, ma erano azzurri e sfocati, e il dolore era a chilometri e chilometri di distanza." (dal racconto "Sceneggiatore", pp. 85-85)



La prima volta che lessi gli otto racconti de "Il museo dei pesci morti" di Charles D'Ambrosio (Minimum Fax, traduzione di Martina Testa) il libro mi si aprì sul racconto "Sceneggiatore". Stavo tornando da Milano, ero sull'ultimo treno disponibile, la carrozza deserta e questo racconto mi lasciò senza fiato: la storia di uno sceneggiatore cinematografico finito per l'ennesima volta in un ospedale psichiatrico che stringe un legame con un'altra paziente, un'aspirante ballerina che si consuma bruciandosi, riempiendosi il corpo di ustioni, bruciature, che vorrebbe darsi fuoco e ridursi in cenere. Due esseri umani giunti alla fine della strada e prossimi ad affondare sempre di più, senza possibilità di guarigione, con la testa, le mani e la bocca piene di errori, di stronzate che non fanno che ripetersi. Ti strappa il cuore questo racconto, perché è selvaggio,  "Bruciami" dice questa ballerina con le cosce grosse a un uomo con la testa in blackout che la vuole solo scopare, perché è un racconto commovente come le bolle che ricoprono questi due "perdenti" chiusi in un bagno di un appartamento di Manhattan. 
Tutti i racconti di D'Ambrosio raccontano storie di falliti, di segreti dolorosi, di uomini e donne sconfitti, depressi, alla deriva, sull'orlo di un precipizio da cui non salteranno mai perché troppo sfiniti, trascinandosi da una casa all'altra, da una scelta sbagliata all'altra, soffrendo, anche amando ma sempre lasciandosi ricoprire da ferite, facendo del male a se stessi, agli altri, vivendo in silenzio o fianco a fianco con persone che detestano. 
Una scrittura quella dello scrittore statunitense che ricorda Thom Jones, Rick Moody, Carver, Hemingway, un muscolare Cechov e il mio amico Paolo Mascheri. 
Una scrittura disperata di storie disperate.  Minimali e quotidiane nella loro dose di insoddisfazione che D'Ambrosio gestisce senza mai sprecare una parola e rovistando con un cacciavite nello stomaco e nel cuore del lettore facendoli sanguinare. Storie come quella del ragazzino de "Lo spartiacque alto" che parte per una gita fuori porta con l'amico e il di lui padre alcolizzato in un'atmosfera agghiacciante, di dolore sospeso, di tensione che potrebbe esplodere da un momento all'altro o come quella di quel padre, riparatore di vecchie macchine da scrivere, che in "Drummond e figlio" si prende cura del figlio malato mentale, portandoselo con sé ogni giorno in negozio, cercando un modo per non perdere la speranza, sollevandolo quando si inginocchia per strada a pregare, amandolo più di ogni altra cosa al mondo: 

"Ti voglio bene", disse Drummond, aspettandosi che il ragazzo facesse una risata, ma lui appoggiò soltanto la testa contro il sedile e si mise a guardare la città grigia che scorreva fuori dal finestrino." (pag. 63) 

o l'uomo che in "Su al nord" non potrà che scivolare ancora più in basso nella sua solitudine, nella sua mancanza d'amore, sbattendo la testa contro segreti, schegge di passato, ansie, ritorsioni, battute di caccia farsa, alcolici o la straordinaria coppia di fuggitivi tossici e truffatori de "Lo schema generale delle cose" che si muove nel Midwest malickiano entrando e uscendo da case abitate da vecchi rimasti soli e senza figli, white trash che si fida di volantini fasulli, con la protagonista, Kirsten, che ha un dono, un dono grande e che vorrebbe fermarsi in una di quelle case, ricominciare una vera vita ma che può invece solo andarsene, correre via: 

"All'inizio del ricovero, un assistente sociale aveva detto a Kirsten che l'unica cosa più fica dell'eroina era avere un futuro, e quello era stato il dono di Lance, un'irrequietezza che sembrava sempre concentrata sul domani, un desiderio che gli faceva pensare di avere un'infinità di giornate ancora a disposizione. Ma lui era impaziente, e aveva una visione profana  e riduttiva del dono di Kirsten, secondo cui ogni mezzo pensiero e fantasticheria avrebbe dovuto tramutarsi in una miniera d'oro." (pag. 149) 

o le vite disastrate dei personaggi de "Il museo dei pesci morti": muratori clandestini, aspiranti attori porno, registi porno, attricette porno di terza categoria, tutti destinati a rimanere soli e a autodistruggersi o il tentativo di rifarsi una vita che caratterizza "Preghiera": chi cerca di scappare dalla città, andare a vivere in campagna, comprarsi una casa, chi sogna di rifarsi aprendo una ditta di pulizia, chi cerca di ricostruire una famiglia, chi può partecipare a una festa di compleanno rimanendo solo spettatore in disparte o il ragazzo che "Il gioco delle ossa" va in cerca del luogo giusto per disperdere le ceneri del nonno e che si scontra con la fine del sogno americano, con la povertà delle riserve indiane dell'estremo Ovest, con i pesci morti che vengono a galla, con la storia arrivata a un punto morto, immobile, sempre uguale a se stessa. 

E non si può scappare, ovunque vai la storia è e sarà sempre la stessa. 

"La stagione della pesca al salmone era finita, ma a parte questo nulla era cambiato." (pag. 285)







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