martedì 11 novembre 2014

Céline Minard, "Per poco non ci lascio le penne" (66thand2nd)


"Oltre ai suoi effetti personali, nel fuoco aveva gettato la venerazione per i padri e il ricordo di quanto gli avevano inculcato. I suoi titoli di studio e la sua nascente fama di luminare. Acqua-che-scorre-nella-pianura lo aveva liberato dei suoi orpelli e del veleno assorbito dentro le loro reti. C'erano notti in cui nelle sue orecchie riecheggiava il rumore delle quarantotto fialette di vetro che aveva rotto per vaccinare, nello spazio di una mattina, gli abitanti dell'unico villaggio arikara risparmiati dall'epidemia di vaiolo. L'unico. Li contava, quei quarantotto scricchiolii secchi, il rumore prodotto dalle quarantotto vite che aveva spezzato col sorriso sulle labbra. Li contava e li ricontava per sfuggire alle stanza della memoria dove continuavano a sfilargli avanti col braccio destro teso, quei quarantotto sconosciuti dalla lella color bronzo che non gli avevano fatto niente di male. Lo sguardo di Piuma-d'aquila, il primo a mettersi nelle sue mani. Lo sguardo di Corvo-lucente, convinto che la medicina dei bianchi non fosse capace né di guarire né di uccidere. Quello di Erba-bruciata, così nero, così dolce, e quello del bambino che era con lei, davanti a cui si era accovacciato per iniettargli la morte. Gifford contava. Contava le fialette difettose dove il bacillo si era riscaldato e aveva ritrovato tutta la sua virulenza. Poi contava di nuovo, i quarantotto corpi che aveva dovuto portare e trascinare fino al rogo che aveva innalzato da solo, perché la malattia di cui era l'unico responsabile e l'unico superstite aveva ucciso tutti nel giro di quarantotto ore. Tutti." (pp. 86-87)


"Per poco non ci lascio le penne" della scrittrice francese Céline Minard (66thand2nd, traduzione dal francese di Elena Sacchini) l'ho acquistato appena uscito. Avevo ricevuto il lancio via mail e volevo  leggerlo per farmi sorprendere, per vincere la paura che fosse l'ennesimo romanzetto western in chiave politicamente corretta. E sono stati 18 euro spesi davvero bene. Sono un fanatico del West, della cinematografia western, delle vecchie e foto in bianco e nero di indiani, cow-boy, diligenze, avamposti, un po' meno della letteratura western. Zane Grey e L'Amour mi hanno sempre deluso e solo in pochi mi hanno convinto e conquistato e penso a Fenimore Cooper, Cormac McCarthy, ai racconti di Elmore Leonard, a "Venga il tuo regno" di Vollmann, a "Chipayuk" di Ronald Lavallèe, a "La storia di Shorty" di Guy Van der Haeghe a "Li lingua di Canaan" di John Wray. Letture che ho mescolato a quelle di saggi e fumetti, su tutti "La storia del West" e "Magico Vento". Insomma io sono uno di quelli che come Lethem ha sviluppato negli anni una vera e propria ossessione per "Sentieri Selvaggi" di John Ford ( anche "Guerre Stellari"). E aspetto sempre con impazienza nuovi stimoli da un genere che negli ultimi anni sembra aver ritrovato entusiasmo ma che non siano opere in chiava politically correct o rifacimenti di classici inarrivabili. 
E proprio per questo sono contento di essere stato sorpreso, irretito, divertito e commosso dall'opera della scrittrice francese che rivaluta e ribalta i paradigmi del genere senza però stravolgerlo e mantenendo intatto tutto il fascino del West americano.


Partiamo dalla storia, che è una narrazione collettiva intreccia tanti personaggi e le loro grandi e piccole storie: una monocellulare carovana composta dai fratelli Brad e Jeffrey, archetipi dei pionieri, che avanza nella pianura deserta con il loro carro pieno di mercanzia e provviste, con l'anziana madre ammalata che ulula come un coyote, Josh, figlio di Brad, impaziente, ribelle e dalla misteriosa ragazza cinese Xiao Niù, la sola capace di quietare la morente anziana; una coppia che si odia, si consola, si parla, si insegue, si distanzia composta da Gifford, ex dottore portatore di morte alla disperata ricerca di salvezza e di pace interiore, e Acqua-che-scorre-nella-pianura, una misteriosa indiana che vaga da tribù a tribù, da animale ad animale, da spirito a spirito per portare conforto, guarigione, morte, visioni;  di un terzetto legato da un cavallo: Zébulon, un fuggitivo destinato in passato a grandi successi e che è entrato in una banca pistola in pugno e ha rivoluto indietro i soldi che gli spettavano, Elie Coulter che ha promesso a una musicista di restituirle il suo archetto rubato durante una rapina alla diligenza sulla quale stava viaggiando e Bird Boisverd, un cowboy errante che diventerà un pastore; e poi banditi, vigilantes e indiani Pawnee e Dakota e poi la città, dove tutti quanti sono diretti e dove li aspetta, dietro al bancone di un saloon, Sally, donna alla quale nessuno può mettere i piedi in testa e poi Silas, il barbiere della città, Nils, con le sue splendide figlie, pastore, gestore di un albergo/tendopoli e poi prostitute, commercianti, ubriaconi, un gruppo di cinesi (date un'occhiata alla miniserie "Broken Trail") e molti altri. Tutti questi personaggi si ritroveranno in città e qui instaureranno nuove relazioni, daranno vita a progetti economici, si innamoreranno, scoperanno, si prenderanno a cazzotti, si sfideranno a duello, uccideranno e rischieranno la propria vita. 


Céline Minard diverte, appassiona e non si fa mancare nulla delle caratteristiche di un buon western e quindi sparatorie, inseguimenti, indiani ma tutto ciò è solo il contorno superficiale perché quello che emerge da questo romanzo dallo stile immaginifico, con pochissimi dialoghi, è una storia collettiva di riscatto sociale, di incontro e confronto fra culture diverse, di bizzarria mai condannata, di uomini che incontrano gli indiani non solo per ucciderli ma anche per parlarci, di uomini bianchi che si innamorano di cinesi, di uomini che vengono perdonati. 
E' un romanzo contro i pregiudizi, contro la discriminazione e diametralmente opposto all'idea dell'eroe solitario che arriva e risolve tutto da solo.  No, in questo romanzo non ci sono giustizieri che uccidono tutti o trombe che squillano all'alba, ci sono emarginati, viandanti sfiniti dal lungo viaggio e dalla fatiche vissute, sconfitti, strambi, donne protagoniste, tutti e tutte che dopo un primo momento di scontro, di incomunicabilità si tendono la mano, si uniscono, si accettano nelle diversità, rispettano la presunta follia altrui, le visioni, la fantasia, l'irrazionalità, l'amore.


"Per poco non ci lascio le penne" è la storia esilarante e appassionante di coloro che senza troppi proclami tentano di edificare una società che non sia basata sul denaro ma sulla giustizia sociale, sull'amore reciproco, sul rispetto, sulla solidarietà, sul sorriso, sul lavoro senza sfruttamento, sulla fantasia, su una nuova possibilità. 
Una storia molto diversa da quelle che abitualmente ci vengono raccontate nei western e non solo ed è per questo che vi consiglio di leggere.
Ed è per lo stesso motivo che adoro "Sentieri Selvaggi": Ethan Edwards dopo anni di ricerche accecato dall'odio raccoglie Debbie in un abbraccio e la riporta a casa, qualunque cosa le sia successa, qualunque deserto di dolore abbiano dovuto attraversare.

(Lugano, 11 novembre 2014)




Nota conclusiva. A proposito di ribaltamenti western, qui e qui c'è una canzone che viene cantata nel film del 1962 "How the West Was Won" e qui c'è la stessa canzone rifatta in altro modo dai The World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die. La canzone è sulla melodia di "Greensleeves".  Una delle canzoni quella del film con cui sono cresciuto.

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