mercoledì 22 ottobre 2014

Stefano Boni, "Homo comfort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze" (Eleuthera) + Black Cat - Best You Can Get!


"Homo comfort" di Stefano Boni (Eleuthera) è un saggio molto intenso, duro, annichilente. Mentre lo leggevo rovistavo nelle mie contraddizioni, nelle mie schiavitù quotidiane ma ci trovavo anche conforto per il tentativo di ribellarsi, di insorgere, di andare in un'altra direzione, di immaginare e praticare un mondo altro da questo. Il libro verrà presentato a Milano sabato 1 novembre:


Ripropongo il passaggio intitolato "Il successo politico della comodità":

"La storia del comfort si trova a doverne spiegare lo straordinario consenso sociale, espresso sia nei momenti elettorali che in quelli rivoluzionari, con governi di vari colori accomunati dalla fede nel progresso scientifico, nell'escalation tecnologica e nella produzione industriale. I comunisti sovietici, come i liberisti statunitensi, passando per l'intero arco parlamentare italiano a partire dal secondo dopoguerra a oggi, hanno difeso strenuamente il consumo e le vite comode degli elettori, e tutto ciò che era necessario per diffondere l'agio, senza farsi tante domande sugli effetti collaterali. La sedicente democrazia contemporanea non si è fondata tanto su un esercizio elettorale sempre più inutile, perché privato di alternative e appiattito su deleghe in bianco a politici auto-referenziali e corrotti, ma sulla diffusione dell'agio. Gli Stati che governano senza l'ingombro delle elezioni, quando sono stati incapaci di garantire un agio generalizzato, tendenzialmente sono stati annessi al modello dominante, come tutto il blocco sovietico, o si sono modernizzati nel consumo, come la Cina. La comodità è il programma politico consensuale che unisce, unanimi, governi e piccole imprese, banche e risparmiatori, media e cittadinanza. E' un programma totalizzante, nel senso che caratterizza ogni ambito culturale e sociale, e vincolante, nel senso che i consumi vanno comunque garantiti. Esiste un governo o un partito che abbia cercato, non diciamo di implementare, ma per lo meno di sostenere a parole una riduzione della produzione consumistica? 
L'intero arco dei poteri istituzionali alleati ha sponsorizzato e gestito la crescita tecnologica esponenziale. Lo Stato, nell'emanazione pervasiva, incessante, totalitaria di norme, decreti, circolari, standard, parametri sempre più complessi, implementati da burocrati e tecnici strutturati su più livelli, ha di fatto imposto legalmente l'escalation artificiale. I guardino stipendiati dell'ordine costituito hanno represso con manganelli e lacrimogeni chi si lamentava delle conseguenze più devastanti del dispiegamento tossico. La macchina produttiva, razionalizzata e disumanizzata, ha sviluppato capacità distruttive inarrestabili, saziandosi senza remore morali né, ahinoi, un'opposizione sociale efficace. I media - frutto dell'ipertecnologizzazione della comunicazione che ha rimpiazzato il confronto faccia a faccia - hanno ingigantito l'appetibilità del comfort e occultato i suoi effetti nefasti bombardando incessantemente il pubblico, con messaggi espliciti e subliminali. La voracità del capitale finanziario, ormai autorità prima tra i poteri allineati, ha utilizzato la commercializzazione dell'ipertecnologia per aumentare le sue rendite a un ritmo vertiginoso. 
Le analisi che attribuiscono gli eccessi patologici dell'ipertecnologizzazione ai poteri forti (Stato, capitale, media) stentano a spiegare l'anelito individuale, collettivamente elaborato, che ha spinto l'umanità a rendersi la vita comoda (de Graaf, Wann, Naylor 2001). E' indiscutibile la volontà delle istituzioni allineate di diffondere l'ipertecnologia confortevole, ma quello che sorprende del dispiegamento dei poteri nella diffusione del comfort è la sostanziale convergenza di intenti tra gli snodi principali del potere contemporaneo e tra questi e i consumatori, che aderiscono, nel complesso, in maniera entusiasta al progetto di crescita consumistica individualizzata. La diffusione dell'agio è una chiave imprescindibile, ma ignorata, per comprendere l'amplissima e incondizionata adesione sociale al modello tecno-produttivista-economico, che si afferma velocemente su scale globale: "Il processo di modernizzazione si manifesta prevalentemente come crescita qualitativa e quantitativa della prestazione di comfort. " (Maldonado 1987: 97). Nell'ideologia contemporanea, la comodità ha un'innegabile centralità sia implicita ( ciò che non si dice, ma che risulta evidente) che esplicita (ciò di cui si parla, anche se spesso con riferimenti indiretti). Ora si fa difficoltà a concepire - e a maggior ragione a proporre come progetto sociale - un mondo anche solo leggermente meno comodo dell'attuale. Se ha ragione Illich (1974: 227-229) a sostenere che l'industrializzazione e la sovrapproduzione generano una "controproduttività", sia perché sono dannose sia perché espropriano la società dalle gestione economica diretta di diversi campi, allora perché c'è stata, nel complesso, un'opposizione così tenue a tali fenomeni, un contrasto che solo in rari casi merita il nome di resistenza?
La diffusione ipertecnologica ha tuttavia incontrato qualche opposizione di cui vale la pena ricordare la sorte. Quando la resistenza si è espressa come azione diretta mirata a danneggiare le macchine, la repressione ha legalizzato l'atrocità. Il filone luddista britannico, forse il momento di resistenza collettiva anti-tecnologica più significativo nell'Europa contemporanea, si è espresso con sabotaggi individuali e sommosse collettive, finalizzate a fermare la meccanizzazione dell'industria tessile attraverso la devastazione delle fabbriche, ed è stato invariabilmente represso in un bagno di sangue. Significative due leggi passate nel 1812, Frame Breaking Act e Malicious Damage Act, che prevedevano la pena di morte per il danneggiamento "malizioso" delle macchine; nel momento in cui l'attività luddista in Inghilterra raggiungeva il suo apice, vennero applicate in decine di casi, mettendo velocemente fine a un movimento esteso e deciso che aveva messo in difficoltà Stato e capitale (Brooke 2013). Il drammaturgo Ernst Toller, in chiusura della sua rappresentazione I distruttori di macchine, fa dire a Ned Ludd, mitico fondatore del movimento: "Altri verranno dopo di noi con maggiore conoscenza, maggior fede, maggior coraggio di noi. Il vostro regno sta collassando! O potenti d'Inghilterra". E' rimasto un auspicio teatrale: la società si è mossa in tutt'altra direzione.
La critica della tecnologia ha assunto forme sostanzialmente innocue: si sono succeduti movimenti intellettuali, consapevolezza critica, denunce morali che hanno mantenuto una presa sociale significativa ma marginale, sebbene in progressiva estensione negli ultimi decenni. Nelle sue espressioni pratiche, la critica alla tecnologia vanta un filone di esperienza collettive rurali che comprendono il movimento naturista tra le due guerre, settori delle mobilitazioni del Sessantotto e recentemente azioni di sabotaggio, oltre a piccoli gruppi di affinità (Howes 2003; Boni 2006). La resistenza diventa pericolosa per l'assetto complessivo del potere quando si moltiplica, quando si radica in prassi sociali generalizzate, quando riesce a sottrarre sovranità ai poteri allineati; la lotta contro l'escalation tecnologica, come d'altronde quasi tutte quegli degli ultimi decenni in europa, non può vantare successi significativi.
Nel complesso, l'umanità ipertecnologica contemporanea, se confrontata con altri periodi storici, ha bassissimi livelli di conflittualità contro il potere istituzionale e i gestori dei processi produttivi. La violenza è quasi sempre del potere contro la popolazione: guerre, reclusioni, sgomberi, aggressioni delle cosiddette forze dell'ordine, mentre è praticamente scomparsa dalla nostra esperienza l'azione diretta politicamente efficace nella forma di rivolta popolare, sistematico danneggiamento di macchine, insurrezione, vendetta. Homo comfort si assoggetta docilmente. Si può così spiegare questa accondiscendenza con la potenza senza precedenti dei mass media; l'esasperata frammentazione sociale; l'efficacia e la capillarità della macchina repressiva; il progressivo restringersi degli spazi di cittadinanza. Infine, si deve aggiungere un fattore cruciale: la sensazione di comodità. Marcuse (1967: 176; cfr. Marcuse 1969) aveva già messo a fuoco l'adesione delle soggettività contemporanee al progetto modernista:

"Per quanto riguarda l'oggi e la nostra condizione in particolare, ritengo che ci troviamo innanzi a una situazione senza precedenti nella storia, quella cioè di dover essere liberati da una società relativamente ben funzionante, ricca, potente (...). Il problema che abbiamo dinanzi è l'urgenza di liberazione da una società che soddisfa in buona misura i bisogni materiali e anche culturali dell'uomo; una società che, per usare una frase fatta, dispensa i beni a una parte sempre più ampia della popolazione. E ciò significa che cerchiamo di liberarci da una società in cui la questione della liberazione è apparentemente priva di base di massa."

Non solo "apparentemente": le masse si sono preoccupate della loro liberazione prevalentemente in termini di consumo. Homo comfort è in effetti stato priv(at)o della volontà di riappropriarsi di un potere politico e ha accettato una sudditanza confortevole e volontaria. 
La tesi centrale di questo lavoro è che l'anelito di comodità ha generato una sistematica scissione tra gli esseri umani, e tra noi e l'ambiente, provocando la distruzione di sistemi sociali, ecologici, economici. Le forme di organizzazione ipotecnologiche garantivano la sopravvivenza del genere umano (che l'attuale sistema non assicura sul medio periodo) e l'autonomia tecnica della società (ormai espropriata dai potentati produttivi). Di fronte a disastri ambientali, disuguaglianze estreme di benessere e possibilità, disagi psicologici e sociali senza precedenti, la persistente passività della popolazione va spiegata anche con un sostanziale sostegno, generalizzato e prolungato, alla moltiplicazione del comfort, fino a un'assuefazione profonda che rende impensabili soluzioni alternative." (pp. 56-60)





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