venerdì 3 ottobre 2014

Simone Buttazzi, Tutti a Berlino, Gabriella di Cagno, Carlo D'Amicis, goldoni, Mark King, Quando eravamo prede, Aids, sesso, porno




Il 15 ottobre esce, sempre per Quodlibet, l'edizione aggiornata e ampliata di "Tutti a Berlino. Guida pratica per italiani in fuga" di Simone Buttazzi e Gabriella di Cagno, con la prefazione di Angelo Bolaffi. Informazioni qui (anche se il link si riferisce alla prima edizione). Ma il Buttazzi, oltre che uno splendido barbuto della razza canina bologneseberlinese, è anche un virgulto di traduttore. Ultimamente ha tradotto sul sito  di Plus-Onlus una serie di articoli di Mark King, "autore del sito My Fabulous Disease, all’avanguardia nella lotta allo stigma verso le persone sieropositive":


E l'articolo conclusivo di Simone:


E se questi argomenti non vi interessano o vi innervosiscono allora siete come quella suora e quel prete che in collegio ripetevano sempre che quando ti metti il preservativo uccidi Gesù, la Madonna, il bue, l'asinello e Giuseppe.





"Quando eravamo prede" di Carlo D'Amicis (Minimum Fax) è uno splendido romanzo che sarebbe ingiusto e sbagliato ridurre a un citazionismo continuo di McCarthy, Orwell, Golding, il film The Village, cronache postapocalittiche, rielaborazioni del mito del buona selvaggio, eccetera, eccetera. E' un romanzo che va vissuto mentre lo si legge. Una metafora lancinante, una riflessione totalizzante sull'essere umano, sulle relazioni sociali, sui sistemi chiusi, sulla Natura e il rapporto che l'uomo intreccia con essa, sulla democrazia, sulle pulsioni che covano dentro di noi, sul Nemico, sull'amicizia, sul concetto di famiglia, su cosa significa essere preda, sull'attesa della Fine, sul crescere. Un romanzo denso, soffocante, struggente, bellissimo,  dove ogni singola frase e parola richiede tempo di assimilazione. Imperfetto e per questo ancora più vivo. Uno dei miei migliori romanzi italiani in assoluto. Da leggere e rileggere.

Una recensione di Filippo La Porta qui e sotto alcuni passaggi che vi riporto:

"In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte. Avvolti in pellicce un tempo appartenute alle prede, arrivavano all'alba con i fucili a tracolla e si salutavano con un colpo di mento, strofinandosi le mani. Tacere era la più diffuse tra le tecniche con cui miravano a imitare l'unica autorità che riconoscevano sopra le proprie teste: la natura e le sue leggi. Nemmeno uccidere, in quelle leggi, richiedeva un dubbio, un approfondimento: le leggi della natura non avevano un perché. Una volta stabilito, questo bastava a legittimiate l'imperturbabilità dei volti, la certezza del passo, l'inesorabilità della mira. I cacciatori avevano mani di fango e nomi da bestia. Le proprie generalità le avevano sepolte venendo al mondo, e da quel giorno si facevano chiamare come l'animale a cui, per indole e fisionomia, sentivano di assomigliare. Leone. Bisonte. Formica. E poi vipera, Falco, Ramarro,Volpe, Lince, Sciacallo. Erano nomi che non potevi maneggiare senza avvertirne il peso. Per me quei nomi equivalevano a orazioni, ma, prima che trovassi la forza di pronunciarle, i cacciatori mi avevano già voltato le spalle." (pp. 7-8)

"Il bosco, sostenevano i cacciatori, era troppo pericoloso per le donne. E siccome le donne erano troppo pericolose per gli uomini, le tenevano nei pascoli più alti assieme agli animali, nutrendole a latte e mandando ogni tanto il Toro a trovarle. Soltanto la Cagna si era ribellata a quell'esilio, e prima ancora di raggiungere la malga aveva già tentato la fuga due volte. Per scongiurare la terza (sarebbe stata fatale, viste le ferite che si era procurata lanciandosi tra i rovi), Alce le aveva messo una catena al collo e l'aveva riportata a valle in cambio della promessa di non mettere mai più piede fuori di casa. (Eppure, a distanza di anni, la Cagna sapeva ancora catturare la scia degli odori che transitavano nella sua camera da letto. Quando le chiedevo come facesse a distinguere il profumo della ginestra da quello della genziana, i suoi occhi s'accendevano dietro le tendine e incendiavano il bosco.) (pp. 72-73)

"Sbadigliarono. Si stiracchiarono. Non parlarono. Richiamato dall'odore della carne, anche Toro venne giù dalla soffitta. Entrato in cucina, ne uscì con un coltello e i tratti più spianati. Tagliò la salsiccia e la distribuì. Mentre masticava, qualche cacciatore s'arrischiò a svolgersi le bende e a sfilarsi i tappi di cera. Altri si avvicinarono alle finestre e scostarono cautamente gli scuri. Un raggio di sole penetrò ad altezza d'uomo e si andò a conficcare in mezzo alla parete, colpendo tutti e nessuno in particolare. Mezzi accecati, i cacciatori cominciarono a rendersi conto che gli era stato restituito il silenzio, e con esso l'udito. In effetti, quel poco che c'era da sentire, ci parve di sentirlo per la prima volta. I nostri respiri leggermente affannati. Le fronde del bosco che stormivano. Il crepitio dell'ultimo ceppo che inceneriva nel camino. Tutto riecheggiava come in una scatola vuota. Allora mi alzai, mi affacciai alla finestra e domandai al bosco cos'era successo. Nessuna risposta fu mai più chiara di quella assoluta, impietosa, raggelante mancanza di risposta." (pp. 66-67)










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