venerdì 17 ottobre 2014

Michael Chabon, "Telegraph Avenue" (Rizzoli) + Sharon Van Etten


"Telegraph Avenue" di Michael Chabon (Rizzoli, traduzione di Matteo Colombo e Massimo Birattari) è un romanzo debordante nelle sue quasi 600 pagine, eccessivo, prolisso, massimalista, romantico, intimista, fluviale (come quello splendido esemplare di libro fluviale che è "Nikawa" di William Least Heat-Moon), noioso, divertente, autocompiaciuto, decadente, deludente, tristissimo, avventuroso, enigmatico, musicale, anticapitalista, conformista,  suicidale, speranzoso, commovente, accecante, è una strada vera e propria a Oakland (che vi porta in quel di Berkelely), California. Chabon (come anche Jonathan Lehem) è fatto così, prendere o lasciare. Ci sono pagine che non girano proprio, altro che, cavolo, s'incendiano letteralmente. Relegare questo romanzo al riassunto della sua trama sarebbe come assassinarlo e allora "Telegraph Avenue" è la storia di un negozio di dischi jazz e tutto quello che gli gira intorno, il Brokeland Records, gestito da Archy e Gwen, che sta per chiudere perché il mondo della musica sta cambiando e quanta,q anta musica c'è in questo romanzo, è una storia d'amore e di tradimenti (Archy e Gwen, Aviva e Nat, Julie e Titus, Luther e Valletta), di un figlio (quello di Archy e Gwen) che sta per nascere, di figli che non vengono riconosciuti (Titus da Archy) o che non vogliono più saperne niente del proprio padre (Archy che evita costantemente suo padre Luther), di ostetriche che odiano gli ospedali (Gwen e Aviva), di vita che esplode in tutti i suoi rivoli, di ribellione, di razzismo evidente/strisciante/inesistente, di morte, di droga, di quartieri in trasformazione, di vecchie storie degli anni Sessanta quando ancora giravano le Black Panthers, di star della Black Exploitation (Luther e Valletta) che hanno già superato il viale del tramonto e si rifugiano nei ricatti, di politici opportunisti, di omosessualità (Julie che ama Titus) descritta in maniera spaziale e senza troppe remore di parlare di sesso adolescenziale, di un magnati nero con progetti faraonici pronti a spazzare via ogni tesoro del passato ma anche a portare benessere a una popolazione in sofferenza e che viaggia in Zeppelin, di musicisti jazz con costumi aztechi che vivono ai margini della società, della vita di quartiere, di un collezionista di figurine che si chiama Mister Nostalgia, di come si fa a ripartire, dell'amicizia, della possibilità del cambiamento e di come nel cambiamento ci possano anche essere dei lati positivi, positivi per non provare sempre e soltanto dolore e malessere, di una comparsata di Obama ancora quando era un senatore dell'Illinois, di un pappagallo canterino che trova la libertà e della capacità di chiedere scusa, di darsi la mano guardandosi negli occhi e andare avanti, con tanta malinconia dentro, nuove responsabilità, nuovi dolori da affrontare e da subire. E come ogni volta che arrivo all'ultima pagina di un romanzo di pagina ho bisogno di uscire e camminare e camminare e camminare per tenere a bada tutto quello che mi sta per esplodere dentro.

"Sollevò il piede dal freno, pensando, mentre si allontanavano, che in fin dei conti un giorno, di lì a qualche anno, forse sarebbe stato abbastanza guarito da sentirsi pronto a tornare. Salutare il proprietario, sganciargli addosso qualche aneddoto e un po' di storia del posto, raccontargli tutto di Angelo, e di Spencer, e degli Anni del Brokeland. Per vedere in che modo avrebbero rimesso insieme il mondo, questa volta." (pag. 591)




"Serpents in my mind,
I am searching for your crimes
Everything changes, in time you'll stay, frozen in time
Garaging girls, controlling minds
You hold the mirror, to everybody else

Serpents in my mind, trying to forgive
Your crimes
Everyone changes, in time
I hope he changes, this time."


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