giovedì 2 ottobre 2014

Lydia Davis, "Pezzo a pezzo" (Minimum Fax)



"La ragazza scrisse un racconto. "Ma quanto più bello sarebbe se scrivessi un romanzo", disse la madre. La bambina costruì una casa per le bambole. "Ma quanto più bello sarebbe se fosse una casa vera", la madre disse. La bambina fece un piccolo cuscino per suo padre. "Ma non sarebbe più utile una trapunta", disse la madre. La bambina scavò una piccola buca in giardino. "Ma quanto più bello sarebbe se scavassi una buca più grande", la madre disse. La bambina scavò una buca più grande e ci si addormentò dentro. "Ma quanto più bello sarebbe se dormissi per sempre", disse la madre." ("La madre", pag. 100)

Riletto in una notte insomma, a quasi dieci anni di distanza dalla prima lettura, della raccolta di racconti "Pezzo a pezzo" della scrittrice statunitense Lydia Davis (Minimum Fax, 2004, traduzione di Adeilade Cioni) ha conservato ancora intatta la sua bellezza, anzi, questa lettura meno affrettata e accompagnata da una bottiglia di vino bianco romando, ha sprigionato nuove essenze, nuovi umori, riflessioni, ripensamenti, appunti, da confrontare con i vecchi appunti, le vecchie sottolineature. Ed è anche per questo che ho letto negli anni gli altri suoi libri "Creature nel giardino" e "Inventario dei desideri".
Una sovrapposizione quasi totale, tranne alcune lievi variazioni di giudizio, qualche racconto riscoperto che in precedenza avevo messo in secondo piano e la consapevolezza di essere invecchiato e di leggere alcuni racconti con maggiore partecipazione di dieci anni fa. La bellezza di una rilettura sta in questo riscoprire un libro anche in seguito al trascorrere dell'esistenza. "Pezzo a pezzo" in poco meno di 140 pagine conta ben 33 racconti/aforismi/flash letterari, la cui lunghezza varia da pochissime righe a qualche pagina. Mai racconti lunghi. Lydia Davis ha un dono incredibile nell'indagare ogni più minuscola imperfezione dell'animo umano, spesso quello femminile. L'autrice americana ritrae con poche parole i drammi dell'esistenza, i lutti, le dipendenze, la noia, le liti familiari, gli abbandoni, le storie d'amore andate a a male, i divorzi, la depressione, le sedute psichiatriche, le famiglie a pezzi. Aleggia sopra ogni racconto un'atmosfera plumbea di fallimento. Di morte. Di angoscia che ti prende allo stomaco. Il paesaggio della lettura è insieme raggelante e commovente per la vividezza dello sguardo dell'autrice che sa coniugare melodramma e surrealismo, realismo e poesia che non si concede mai una parola o una frase fuori posto. Si va dalla donna di "Storia" che cerca di ricostruire la storia di un possibile o reale tradimento, alla signora Orlando che "Se ne sta seduta dentro casa con la paura dei ladri, pronta a qualsiasi evenienza. Mentre sta seduta, specie la sera, sente rumori strani, tanto frequenti che è sicura ci siano dei malintenzionati nascosti sotto i davanzali. Allora deve uscire e guardare la casa dall'esterno. Fa il giro della casa al buio ma non vede malintenzionati e torna dentro. Dopo essere rimasta seduta dentro per mezz'ora sente, però, sente di dover uscire di nuovo a controllare la casa dall'esterno. Fa avanti e indietro, e anche il giorno dopo fa avanti e indietro. Poi resta dentro e l'unica cosa che fa è parlare al telefono, con gli occhi puntati alle porte e alle finestre, stando attenta alle ombre strane, e poi per un po' si rifiuta di uscire, eccetto la mattina presto, quando va a esaminare il terreno in cerca di impronte." (pp.- 14-15),  o la storia d'amore "Pezzo a a pezzo" fra una probabile prostituta e un uomo che fa calcoli e si ritrova con una camicia o i segreti di "Quello che sapeva lei" o il lancinante "I progetti per la casa" di un uomo che dovrà faticare molto per capire cos'è la pace di una nuova casa in campagna o lo sguardo sempre lancinante verso le madri, le sorelle, i fratelli o il surrealismo spietato di "Impiegati del comune" o la storia, bellissima, di terapia psichiatrica "Terapia" che solo chi è stato in terapia può comprendere o gli scarafaggi che si muovono per casa e dentro la nostra testa in "Scarafaggi in autunno", un racconto che è il riassunto di come si muovono i racconti di Lydia Davis: li leggi e le parole ti prendono in testa, cominciano a camminarti per tutto il corpo, te le senti risalire dalle gambe, te le ritrovi fra i capelli, in bocca, fra le gambe, nell'ano, in bocca. Ovunque. Sensazione di oppressione, di fastidio ma di un benessere assoluto nel momento in cui capisci come riuscire a comunicare con loro.

"Ho pensato che visto che stavo meglio, la psicoterapia sarebbe presto finita. Ero impaziente, e mi domandavo: Com'è che si finisce la psicoterapia? Avevo altre domande: per esempio: Per quinto tempo ancora avrei avuto bisogno di tutta la mia forza solo per portarmi da un giorno all'altro? A questo non c'era risposta. Non ci sarebbe nemmeno stata alcuna fine della terapia, o comunque non sarai stata io a scegliere di farla finire." (pag. 106)


Lydia Davis, "Pezzo a pezzo" (Minimum Fax, 2004, traduzione di Adelaide Cioni, titolo originale "Break It Down")

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