lunedì 6 ottobre 2014

Intervista a Annalisa Terranova, giornalista al Secolo d'Italia, autrice di "Vittoria. Una storia degli anni Settanta" e "Camicette nere"

Che poi che significava essere fascisti? Un argomento che a scuola non osava affrontare, e nel quale si imbatte a causa di una lezione di storia. Mussolini veniva presentato come il mazziere degli agrari, fondatore di un movimento violento finalizzato alla sopraffazione e ovviamente allo sfruttamento della povera gente. Per non dare un dispiacere al padre, non gli disse nulla e affrontò a casa l’argomento con la madre. Lei rispose che sui libri ci scrivevano quello che volevano perché Mussolini aveva perso la guerra, che l’Italiano era così, che quando Mussolini comandava erano tutti fascisti e che quando l’avevano appeso per i piedi a piazzale  Loreto di colpo si erano svegliati tutti antifascisti. E Vittoria volle vedere quelle immagini, quelle di piazzale Loreto, fotografie che all’epoca si trovavano solo nelle case dei missini. Osservava i volti sfatti e pesti del Duce e della sua amante Claretta Petacci, carne battuta, carne umiliata. E pensò con un lieve senso di  nausea al trattamento che il macellaio riservava ai tocchi di manzo sanguinanti, sbattuti sul tavolaccio di marmo del banco, e poi infilzati, trafitti e quindi tagliati a pezzi. Compresi che quando finiscono le guerre non solo l’onore, come diceva suo padre, andava perduto, ma anche la pietà. “E tu mamma - chiese - che facevi quando c’era il fascismo?”.  “Io - rispose lei - ero una piccola italiana”. Da quella conservazione apprese che a Rieti la madre si era caratterizzata per episodi di italica fierezza. Quando erano arrivati i tedeschi e tutti erano scappati la mamma era andata con la nonna chiamata appunto “la tedesca” a convincere un graduato delle SS a non requisire la vecchia dimora dove abitava una coppia di anziani che non voleva saperne di abbandonare la propria abitazione. La nonna spiegò all’ufficiale che i due erano molto vecchi e non uscivano mai, e che era il caso di risparmiarli dalle requisizioni perché, giunti ormai quasi alla fine dei loro giorni, nulla avevano mai fatto di male e che non era giusto che anche loro patissero le angherie che la guerra porta con sé. E il tedesco, colpito dalla bellezza della nonna e dal suo ardire, fece un inchino, un baciamano e girò sui tacchi, lasciando perdere i due vecchi. La madre di Vittoria era ancora estasiata al ricordo di quella galanteria: “Me lo ricordo come se fosse adesso, che signorilità, che stile, nonna lo ha saputo mettere in riga, al tedesco, mentre tutti gli altri erano terrorizzati, il classico modo di fare degli italiani, debole con i forti, sempre a fare l’inchino ai potenti, invece fu quello, in quel caso, a fare l’inchino a noi due…”. E quando invece arrivarono gli americani che distribuivano pane e burro la mamma rifiutò categoricamente i doni dei “liberatori” e quando suo fratello invece accettò del pane lei costrinse a gettarlo via, dicendogli che non avevano bisogno della carità degli stranieri, che gli italiani che prendevano pane dagli eserciti invasori facevano schifo. lui obiettò: “Ma è pane bianco, buono, perché non dovrei prenderlo?”. E lei: “Se lo prendi ti ammazzo”.  (“Vittoria”, pp. 60-61)







Confesso che sapevo poco o nulla di Annalisa Terranova, scrittrice e giornalista al Secolo d’Italia, prima dell’uscita del suo romanzo “Vittoria. Una storia degli anni Settanta” (Giubilei Regnani, prefazione di Antonio Pennacchi) e averne letto la recensione di Federico Magi su Lankelot. Sono state proprio le parole di Federico a spingermi a cercare questo romanzo perché fra righe della recensione avevo intravisto possibili motivi d’interesse e incontro (Federico ha uno stile recensivo empatico/malinconico in grado di toccare le corde più sensibili di un letto). Sono andato così a leggere “Vittoria” senza l'obbligo di rispondere a qualche redazione o a ufficio stampa e mi sono trovato di fronte a una vera scrittrice, dotata di un grande talento. Successivamente sono andato a leggermi anche “Camicette nere. Donne di lotte e di governo da Salò” (Mursia) e ne ho tratto la stessa conclusione: Annalisa Terranova non è una scribacchina e nemmeno l’ennesima giornalista che sfodera un libro inutile. No, è una scrittrice e anche una giornalista come pochissime in circolazione. Punto. Basta avvicinarsi al suo “Vittoria” per precipitare letteralmente in un romanzo appassionante che prende alla gola e al cuore. Decisiva la scelta della terza persona che rende ancora più vivida, presente, plasticamente statuaria la figura di Vittoria, una ragazza nata e cresciuta in una famiglia fascista di quelle da cui uscivano bambini e bambine con nomi come Vittoria, Benito, Luce, Fiamma, Rachele, Roma, Italia, Italo (in onore di Italo Balbo, come accadde a mio cugino). Una ragazzina che vive gli anni ’70 dalla parte considerata sbagliata, quella post-fascista, dei Neri, di destra, del MSI, del Fronte della Gioventù. Grazie a tanti spunti autobiografici l'autrice dà vita a un personaggio indimenticabile nella sua vitalità, nella sua passione ribelle, nel suo porsi fuori dagli schemi, nel suo vivere la giovinezza dalla parte sbagliata, nel suo cuore che esplode di sentimenti inconciliabili, nei suoi dubbi lancinanti, nei suoi conflitti scolastici, contro un sistema che impone una sola verità. Un romanzo, “Vittoria”, che rifiuta lo schematismo rituale e si fa carne e tentazione, sogni e desideri, scontri e amori, fughe e dignità. Che racconta di una ragazzina che vive una vita “tostissima” correndo su un sentiero che è quello della ricerca della propria libertà, vivendo esperienze tragiche (attentati, scontri in piazza, pestaggi, censure), scontrandosi con il dolore e la morte ma non facendosi mai travolgere dall’odio purificatore.



Ho intervistato Annalisa Terranova a proposito del suo romanzo e del mondo della destra.


Nei tuoi due libri che ho letto, “Camicette nere. Donne di lotta e di governo da Salò ad Alleanza Nazionale” (Mursia) e “Vittoria. Una storia degli anni Settanta” (Giubilei Regnani), delinei una sorta di autobiografia femminile della Destra italiana, almeno di quella che è figlia del Ventennio, delle squadriste, delle ausiliarie della Rsi, delle iscritte al MSI, fino ad arrivare ai giorni nostri. Che differenza c’era fra una donna di destra e una di sinistra? E oggi che differenze ci sono, sempre se esistono? Delle quote rosa cosa ne pensi? E quali sono le possibili battaglie di una donna oggi?

“Camicette nere” era il tentativo di abbozzare una storia della destra al femminile, tra contraddizioni e ambizioni. Vittoria è un'altra cosa. La protagonista è esistita davvero ma nello stesso tempo è una "finzione letteraria". Posso solo dire che le donne a destra cercavano di imitare i camerati militanti per essere accettate in un mondo prevalentemente maschile e maschilista. Un limite, sicuramente. Dall'altra parte invece si separavano troppo dai maschi per seguire le loro rivendicazioni di genere. Un altro errore. Oggi credo che non vi sia alcuna differenza ideologica tra donne politicamente impegnate. Forse ci sono sfumature culturali che accrescono le diversità reciproche. Credo che una battaglia sensata possa essere quella contro l'ideologia gender, che annulla le specificità e rende gli individui ancora più fragili abbandonandoli ai capricci e alla tirannia del mercato. 

Oggi come oggi, nel 2014, quali sono o dovrebbero essere i valori e le battaglie della Destra? Una Destra nazionalista o europea? E oggi ha ancora senso, e se sì quale, definirsi fascisti?

Mi dispiace, ma non do consigli a nessuna destra, di nessun tipo.

Leggendo i tuoi libri si entra in contatto con brandelli di storia poco conosciuta, insegnata, volutamente censurata. Storie tragiche ma anche delicate. Basti pensare che le “Camicette nere” sono ancora considerate oggi come nient’altro che delle puttane. Esistono delle responsabilità della Destra nel non riuscire a raccontare quella storia o è solo tutta colpa delle censure, dei divieti, del conformismo democratico?

Le colpe sono equamente distribuite. Le stesse donne di destra dovrebbero smetterla di cercarsi un tutor che protegge le loro carriere politiche.

Vittoria, figlia di fascista, attivista del MSI, si muove come un’appestata. A scuola deve guardarsi le spalle. Ma è “anche” una ragazza come tutte le altre, perché qualcuno potrebbe pensare che una come te vivesse in una specie di campo di educazione. Come si viveva in quel modo? Come viveva Annalisa? E ne esce anche un certo disagio per il partito, per i nomi tutelari, per la violenza. 

Ho pensato di descrivere quell'ambiente nelle pagine di Vittoria. Senza censurare i disagi. In ogni caso è un'avventura di cui non sono pentita, in parte inevitabile visto il contesto di allora. Ma detesto chi si propone come reduce con l'aureola. Sono solo cattivi maestri. Pericolosi. 



Cosa ti aveva colpito allora del fascismo? Cosa invece, eventualmente, critichi? Non era anche il desiderio di schierarsi dalla parte cosiddetta sbagliata? 

Noi del fascismo non sapevamo nulla, ma ne facevamo un altrove romantico, incontaminato, idealizzato. I dibattiti sulla storia li deve fare la storia. Molti di noi dicevano che sotto una dittatura non avrebbero potuto vivere. Sia rossa che nera. 

Una grossa fetta del MSI è confluito a Fiuggi in Alleanza Nazionale, per poi scivolare nel Popolo delle Libertà con tutte le conseguenze che ci sono state. Come valuti questo passaggio politico e la figura di Fini? Berlusconi ha fatto più male o più bene alla Destra?

Berlusconi è stato il vero killer della destra italiana. Fini lo ha lasciato fare. Quando ha cercato di opporsi era troppo tardi, ma ciò non mi ha impedito di riconoscere quale parte fosse doveroso seguire. E cioè quella dove non si pensava che Mangano fosse un eroe e Nicole Minetti una grande statista e la Gelmini un ministro fondamentale per la scuola italiana.

Matteo Salvini, leghista, viene alcune volte identificato come il possibile vero leader della Destra capace di creare in Italia un partito simile al partito di Marine Le Pen. Vaneggiamenti o in realtà qualcosa di vero c’è? E di Giorgia Meloni cosa ne pensi?

Non mi interessano né Salvini né Marine Le Pen. Sono lontana da ogni forma di razzismo. Trovo frutto di profonda ignoranza confondere l'Islam con il terrorismo. Mi auguro che Giorgia Meloni non si metta a rincorrere un politico mediocre come Salvini. 


Come è nato questo libro e la voglia di romanzare quel tuo vissuto? Tra l’altro sei uscita per una piccola casa editrice.

I libri non nascono per un motivo. Vengono fuori quando c'è un motivo scatenante. Nel mio caso, un lutto molto doloroso. La casa editrice è piccola ma fa titoli interessanti e in ogni caso è stata l'unica che non ha rifiutato. Alcune non hanno neanche risposto. Forse perché gli anni Settanta ormai non interessano più o forse perché l'argomento è molto complesso e suscita risentimenti o semplicemente perché il libro era stato giudicato non valido. Francesco Giubilei è stato coraggioso e attento, in questo senso. 

Hai difficoltà nel farlo circolare e nel trovare luoghi dove discuterne? Saresti disposta a presentarlo anche in luoghi di estrema sinistra se invitata?

Io vado ovunque mi invitino a parlare di Vittoria e degli anni Settanta. 

Qual è stata la tua formazione culturale? "In Vittoria" si legge dell'amore per "Via col vento" e dell'insofferenza per testi filosofici e più prettamente politici.

La mia formazione ha poco di speciale. Le letture canoniche della destra acculturata. Evola e la rivoluzione conservatrice. Laurea in lettere e poi laurea in filosofia. In mezzo, una passione per la storiografia medievale.

Secondo te come vengono in generale raccontati gli anni Settanta?

Degli anni Settanta trovo disdicevole chi li idealizza, trovo schifoso chi li strumentalizza a fini elettorali e non amo le ritualità e le commemorazioni sui morti di allora. Non vorrei che questa memoria degli anni Settanta finisse per fare da collante a un mondo minoritario e chiuso al presente, come avvenne con il fascismo per i ragazzi di destra negli anni Settanta.

Cosa diresti a un ragazzo di sinistra che appena viene a sapere che scrivi sul Secolo decide di non leggere il tuo romanzo?

Se un ragazzo trova disdicevole il Secolo non avrei nulla da dirgli. Solo amerei essere giudicata per ciò che scrivo io, non per la testata da cui dipendo.

E oggi qual è lo stato di salute della cultura di destra? Ho provato a leggere "Il Borghese" ma non mi è sembrato un granché.

Culturalmente la destra è messa male, come sempre. E' un vizio antico, inemendabile. Un tempo ci si affidava a Plebe, oggi agli editoriali di Sallusti e Belpietro. E poi, un gradino più sotto, ci sono i soliti intellettuali cosiddetti di destra. Sempre loro. I quali ormai risultano noiosi anche a se stessi.

E per chiudere: come sta Roma?

Roma è sempre molto bella, con una classe politica inadeguata e incline alla corruzione e residenti ormai lontanissimi dalla politica. Come darle torto?

Grazie.


(Una breve considerazione finale: qualcuno storcerà il naso di fronte allo spazio che ho concesso ad Annalisa Terranova e ai suoi libri e commenterà che non avrei dovuto e non dovrei mai dare spazio a fascisti, post/ex fascisti, uomini e donne di destra, eccetera. Rispetto il vostro punto di vista ma il mio modo di vivere è tutt'altro. Punto. Personalmente sono solo contento di aver potuto dialogare con Annalisa)



QUALCHE INFORMAZIONE SULL'AUTRICE

Annalisa Terranova (Roma, 1962), giornalista al Secolo d'Italia, ha collaborato alle riviste culturali della destra "Area", "Pagine Libere", "Quaderni di Avalon". Ha pubblicato un saggio sul movimento giovanile del MSI "Planando sopra boschi di braccia tese" (Settimo Sigillo, 1996), uno sulla svolta di Fiuggi "Aspetta e spera che già l'ora si avvicina" (Settimo Sigillo, 2002), "Camicette nere. Donne di lotta e di governo da Salò ad Alleanza Nazionale" (Mursia, 2007), un saggio su Ildegarda di Bingen, "Ildegarda di Bingen: Mistica, visionaria, filosofa" (Il Cerchio, 2011) e infine "Vittoria. Una storia degli anni Settanta" (Giubilei Regnani, 2014)



Vi lascio due articoli di Annalisa Terranova pubblicati sul Secolo:




(Andrea Consonni, Lugano, 6 ottobre 2014)

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