lunedì 27 ottobre 2014

Igino Domanin, "Grand Hotel Abisso" (Bompiani)




Il giorno dopo aver letto "Grand Hotel Abisso" di Igino Domanin (Bompiani) sono stato da da mia sorella a Milano. Dal balcone del suo palazzo di cooperativa si gode di una vista a 220 gradi della metropoli lombarda. E c'è da stare male a quello che è sorto e sta sorgendo all'orizzonte. Il libro di Domanin che è una straordinario libro che unisce, con incredibile chiarezza stilistica,  filosofia e narrazione, si chiude proprio sulla vista della skyline milanese che ormai sono uno dei pochi a non apprezzare. Tempo fa colleghi e parenti mi hanno mostrato foto delle vacanze a Singapore e Dubai e mi sono sentito male. Questo libro è un grido di dolore e di ribellione insieme. 

"La credenza più superstiziosa è quella di aver supposto che tutta la realtà della condizione umana possa coincidere con l'attitudine artificiale strumentale della nostra specie. La più inaccettabile, idolatrica, menzogna che la modernità ci ha donato è quella della natura artificiale dell'uomo, del radicarsi della tecnica nell'essenza stessa di ciò che fonda la possibilità di esperire e, in fondo, di vivere nel nostro mondo. Però, nel sentire cieco e, perciò, non ancora dominato dalla sfera degli oggetti, nel sentimento atrocemente panico e spaventoso della vita c'è ancora una resistenza decisiva, una capacità d'intendere un rapporto con la natura non strumentale, bensì estetico.

Intorno alla stazione Garibaldi per diversi anni ho assistito a una enorme macchina teatrale semovente. Una illuminazione da palcoscenico che sfolgorava nella notte, rendeva visibile costantemente il progredire dei lavori che stavano disegnando la nuova skyline milanese. C'è un piccolo parcheggio, proprio alle spalle della stazione, l'unico approdo facile per le vetture, quando decidi di passare una serata all'Isola. Una sera, dopo aver mollato l'auto, vidi delle gru colossali trasportare lentissimamente grandi lastre di vetro e sistemarle sulle pareti di edifici ancora presenti solo in scheletro, ma che s'intuivano innalzarsi oltre tutti i limiti verticali consueti in città. Il dondolio, l'oscillazione, la sospensione nel vuoto del vetro erano una grande attrazione, un moto spettacolare, un impulso verso una esplosione prossima che avrebbe modificato tutti gli equilibri della nostra contemporaneità.

Questa pulsione tellurica che suggeriscono gli edifici ancora in costruzione rinviavano nella mia memoria, ai dipinti di Boccioni, specialmente a quello non ancora futurista, ma che ne era una sorta di enunciazione solo programmatica e contenutistica, non ancora espressa formalmente, quella dove campeggia l'autoritratto del pittore e, sullo sfondo, la devastante impresa costruttiva dei cantieri che stanno trasformando la zona intorno a Porta Romana. Una sorta di apologia entusiasta, estremistica, della modernità. Però, l'impressione stavolta non è questa, piuttosto l'immagine ipermoderna di Boccioni mi pare chiusa interamente nella prospettiva storica del secolo scorso.

Il Novecento e la sua illusione di essere il secolo della Fine della Storia, il secolo, cioè, del compimento e della chiusura effettuale, della realizzazione. Gli edifici erano ancora legati a una prospettiva di emancipazione, partecipavano della realizzazione di un senso o, quantomeno, lo promettevano. La cornice urbanistica definiva una progettazione, la speranza in un mondo armonico e organico, la nascita di un quartiere doveva rispondere a una esigenza di storicità. Pur segnata da evidenti fallimenti, da inadeguatezze e insufficienze, quest'aura è ancora leggibile, anche nello sfacelo. I resti dell'architettura brutalista del Marchiondi, l'acida perifericità del QT8, perfino la notte desertica e siderale che rende tutto incongruo nel quartiere della Bicocca, ancora mormorano, nella balbuzie, l'aspirazione a una materia solida e pesante che potrebbe un giorno trasformarsi nella leggerezza e nel soffio della parola che sarà in grado di dire tutto il proprio senso. 

Al contrario qui, la monumentalità iperbolica della Milano contemporanea, con i suoi grattacieli creativi e griffatissimi, non segna più alcun compimento: sembrano obelischi, gigantismi, una monumentalità ciclopica e autoreferenziale, forse babelica. Un mondo orfano e costitutuivamente in rovina, non più aperto alla promessa della trasparenza del senso, ma retrattile e claustrofobico. L'edificio è un'occupazione dello spazio che lo soverchia e lo ricopre, che artificializza tutto quello che accade e lo inscrive in una superficie e derealizzata. Me ne accorgo meglio quando, casualmente, dopo una cena in un ristorante etnico dell'Isola, faccio quattro passi. Mi dirigo verso una rampa leggera, aerea, che come un nastro sembra sollevare gli esseri umani verso una piattaforma, un'area attrezzata, un luogo che intuisci è fatto per stupirti, per spingerti a chiederti "ti sembra, forse, di stare a Milano qui?" Sei a Milano, infatti, ma potresti essere a Singapore, Dubai, Cape Town o Rio.

Finalmente anche qui è come là. 

L'emancipazione si è voltata in sdradicamento, il nomade cosmopolitano prefigurato da Spengler e raccontato da De Lillo, passeggia insieme a me dentro questa festa mobile in cui si celebra l'abdicazione dello Spirito. La disindentificazione radicale, la rottura con ogni tradizione e provenienza marca il ritorno estatico e idiota alla barbarie della natura come interruzione di opini processo storico. Piazza Gae Aulenti nasce già in stato di rovina, la sua finta opulenza è già la cancellazione del mondo e della sua abitabilità, prefigura un nuovo dispositivo della condizione umana.

Un piccolo gruppo di giovani si contende un calcio-balilla, l'attrazione vintage messa a disposizione gratuitamente per i city users che frequentano la piazza. Mi dirigo versa la libreria appena aperta. All'interno i libri sono esposti senza soluzione di continuità con le bottiglie del vino e altre prelibatezze alimentari. La gente del sabato sera consuma il suo pasto selezionato e intelligente. Sfoglio, quindi, un libro di ricette di Alain Ducasse, sposto un volume che racconta l'ultima stagione di MasterChef Usa.

Lo spettacolo si fa noioso.
Quanto manca alla fine?

E' proprio vero che invecchiando si diventa impazienti." (pp. 190-194)

Nessun commento:

Posta un commento