domenica 28 settembre 2014

Zbignbiew Herbert, "Rovigo" (Il Ponte del Sale)


Ho letto la raccolta di poesie del polacco scomparso nel 1998 a 75 anni, Zbigniwe Herbert, "Rovigo", edito da Il Ponte del Sale e tradotto da Andrea Ceccherelli e Alessandro Niero (prefazione di Jaroslaw Mikolajewski e postfazione di Andrea Ceccherelli).

Vi lascio un paio di sue poesie che mi sono segnato.


UNA BIOGRAFIA

Ero un ragazzo taciturno un po' sonnolento - e cosa sorprendente - 
a differenza dei miei coetanei - appassionati di avventure - 
non aspettavo nulla - non guardavo fuori dalla finestra

A scuola - più diligente che bravo ubbidiente senza problemi

Poi una vita normale con la qualifica di capoufficio
le levate mattutine la strada il tram l'ufficio di nuovo il tram la casa il sonno

Non so davvero non lo so perché tanta stanchezza inquietudine tormento
sempre e persino adesso - quand'ho il diritto di riposare

Lo so non ho fatto molta strada - non ho realizzato nulla
collezionavo francobolli erbe medicinali giocavo benino a scacchi

Una volta sono stato all'esergo - in vacanza - sul Mar Nero
nella foto il cappello di paglia la faccia abbronzata - quasi felice

Leggevo quel che avevo sottomano: socialismo scientifico
voli spaziali macchine pesanti
e ciò che più mi piaceva: libri sulla vita delle api

Come gli altri volevo sapere cosa ne sarà di me dopo la morte
se mi davano l'appartamento nuovo e se la vita ha un senso

E soprattutto come distinguere il bene da ciò che è male 
sapere con certezza cosa è bianco e cosa totalmente nero

Qualcuno mi raccomandò l'opera di un classico - a quel che diceva -
aveva cambiato la sua vita e quella di milioni di persone
Lo lessi - non cambiai - mi vergogno a confessarlo -
dimenticai completamente il nome di quel classico

Forse non sono vissuto - sopravvivevo soltanto - gettato senza il mio volere
in un qualcosa - difficile da dominare e impossibile da capire
come un'ombra sul muro
perciò non era vita
non era vita vera

Come potevo spiegare a mia moglie e anche agli altri
che tutte le mie forze
erano tese a non commettere sciocchezze a non cedere alle istigazioni
a non fraternizzare col più forte

E' vero - ero perennemente scialbo. Mediocre. A scuola sotto le armi
in ufficio a casa e alle serate danzanti.

Ora sono in un letto d'ospedale e muoio di vecchiaia.
Anche qui la stessa inquietudine lo stesso tormento.
Se rinascessi forse sarai migliore.

Mi sveglio di notte sudato. Fisso il soffitto. Silenzio.
e ancora - una volta di più - con la mano stremata
scaccio i cattivi spiriti e invoco i buoni.



ROVIGO

STAZIONE DI ROVIGO. Vaghe associazioni. Un dramma di Goethe
o qualcosa di Byron. Sono passato da Rovigo
n volte e per l'ennesima volta ho capito
che nella mia geografia intima è un luogo
singolare anche se certo non uguaglia
Firenze. Non ci ho mai messo piede
ogni volta Rovigo s'approssimava o fuggiva all'indietro

Vivevo allora d'amore per l'Altichiero
dell'Oratorio di San Giorgio a Padova e per Ferrara
che mi era cara poiché ricordava 
la rapita città dei miei padri. Vivevo inchiodato
tra il passato e l'attimo presente
crocifisso molte volte dal luogo e dal tempo

Eppure felice molto fiducioso
che il sacrificio non sarebbe stato vano

Rovigo non si distingueva per nulla di particolare era
un capolavoro di mediocrità strade dritte case non belle
soltanto prima o dopo la città (secondo la direzione del treno)
spuntava all'improvviso dalla piana un monte - solcato da una cava rossa
simile a un prosciutto della festa guarnito di cavolo crespo
oltre a ciò nulla che allietasse attristasse attirasse lo sguardo

Eppure era una città in carne e pietra - come tante
una città dove qualcuno ieri è morto qualcuno è impazzito
qualcuno disperatamente per tutta la notte ha tossito


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