lunedì 22 settembre 2014

Michael Chabon, "Il sindacato dei poliziotti yiddish" (Rizzoli)




"Ba'al Shem Tov, sia benedetto il suo ricordo, ci ha insegnato che in ogni generazione nasce un uomo con il potenziale per diventare il Messia" dice. "Il cosiddetto Tzaddik Ha-Dor. Ma Mendel...Mendel, Mendele..."
I suoi occhi si chiudono. Forse sta ricordando. Forse sta ricacciando indietro le lacrime. Li riapre. Sono asciutti, e ricorda.
"Da bambino Mendel manifestò una natura straordinaria. Non parlo di miracoli. I miracoli per lo Tzaddik sono un fardello, e non la riprova che lui sia tale. I miracoli non provano nulla, se non agli occhi di coloro la cui fede si compra a buon mercato. Mendele aveva qualcosa dentro. Un fuoco. viviamo in un luogo freddo e buio, detective. Un luogo grigio e umido. Mendele emanava luce e calore. Veniva voglia di stargli vicino. Per scaldarsi le mani, sciogliere il ghiaccio sulla propria barba. Scacciare l'oscurità per un minuto o due. Ma anche quando ci si allontanava da Mendele, quella sensazione di calore rimaneva, e dava la sensazione che al mondo vi fosse ancora un po' di luce, anche solo quella di una candela. In quel momento uno si rendeva conto che il fuoco era anche dentro di lui, e che c'era sempre stato. Era quello il miracolo. Soltanto quello." (pag. 144)


La rilettura completata in questi giorni dello straordinario romanzo di Michael Chabon "Il sindacato dei poliziotti yiddish" (Rizzoli, traduzione di Matteo Colombo) mi ha restituito la stessa sensazione angosciosa della rilettura numero due. Questa è stata la rilettura numero tre. Mia madre diceva che quando mi chiedeva cosa stessi leggendo io ci mettevo almeno trenta secondi prima di darle retta, come se stessi risalendo da abissi profondissimi, per poi risponderle senza mai guardarla negli occhi che stavo rileggendo un libro che mi era piaciuto. Quando mi vedeva seduto sulla moquette di camera mia a leggere Moby Dick storceva il naso. Significava che qualcosa non stava andando per il verso giusto e cercavo consolazione in Melville. Fra le mille emozioni, scoperte, domande che mi donano la rilettura c'è anche la sensazione di poter rievocare i morti. Sensazione sfumata ma presente intorno a me. E mi piace continuare a pensare che ci sia qualcosa davvero capace di rievocarli, di parlarci. Le sedute spiritiche mi hanno sempre affascinato pur le mie esperienze passate si sono sempre risolte in serate demenziali. 

Non so perché sono finito a pensare e scrivere di morti e sedute spiritiche ma questo romanzo di Chabon é una narrazione d'amore dove i morti sono presenti ovunque. Morti reali. Morti immaginari. Morti che appartengono a un altro corso della storia. Morti che continuano a bruciare. Quello di Chabon è un what if, un'ucronia, che riscrive la storia del popolo ebraico  prima, dopo e durante la Seconda Guerra mondiale. Qualsiasi what if che si rispetti si interroga su problemi reali, si confronta con passaggi fondamentali della storia, portatori di stravolgimenti, di immensi carichi di dolore. Lo ha fatto Philip K. Dick con "La svastica sul sole", lo ha fatto Philip Roth con "Il complotto contro l'America" (dove si ipotizza che a diventare presidente sia Charles Lindbergh, aviatore antisemita, e che si scatenino pogrom contro gli ebrei statunitensi), lo ha fatto in chiave fumettistica Alan Moore con "Watchmen" e lo ha fatto Chabon. 

Il dato reale da cui trae spunto Chabon é il "Rapporto Slattery -Il problema dello sviluppo dell'Alaska" redatto dal Dipartimento degli interni degli Stati Uniti nel 1939-40 e che prevedeva il trasferimento degli esuli europei e degli ebrei che vivevano sotto il giogo nazista nei territori dell'Alaska. L'autore statunitense immagina invece che questo piano abbia funzionato e che in Alaska, a Sitka, città nel Distretto federale istituito dagli Stati Uniti siano arrivati gli ebrei scampati all'Olocausto (che in questa ucronia conta due milioni di morti) e al fallimento dello Stato d'Israele che nel 1948 viene spazzato via dagli arabi. Senza dimenticare una bomba nucleare su Berlino e pipì in generale un assetto del mondo diverso da quello in cui noi siamo cresciuti. Una città mondo dove convivono tutte le sfumature del mondo ebraico, dove si parlano yiddish e inglese, dove l'autorità é gestita da una polizia autonoma ma che deve in pratica dialogare continuamente con il potere religioso e malavitoso gestito dai rabbini. Una città decadente, di traffici illeciti, droga, prostituzione. Ma a sessant'anni dalla sua fondazione l'esperienza di Sitka sta per giungere al termine, gli Stati Uniti hanno deciso di riprendersi la città, di normalizzarla. Fra gli ebrei serpeggia la paura, ci si prepara a un nuovo esodo. Ci si interroga su chi avrà i requisiti necessari per poter rimanere in Alaska e chi invece dovrà andarsene. In questa città fumosa e glaciale Chabon orchestra un noir dai contorni chandleriani e alla Jerome Charyn, ingarbugliato, scacchistico (le ossessioni scacchistiche di questo romanzo fanno coppia con quelle de "La regina degli scacchi" di Walter Tevis), con frequenti momenti di umorismo ebraico e non solo, con sparatorie e inseguimenti e soprattutto con con un protagonista incredibile, il detective della polizia Sam Landsmam, un uomo distrutto, lasciato dalla moglie (Bina, anche lei detective e alla Sam si troverà a ubbidire), alcolizzato, che vive in un albergo fatiscente simile a un Chelsea Hotel dei derelitti. Un uomo che vive di dolore, di un aborto mai completamente accettato. Che vive con gli incubi del padre suicida e straordinario giocatore di scacchi. Nipote di uno degli uomini un tempo più influenti di Sitka, Hertz Shemetz, che da una relazione con un'indiana Tlingit (discendente del capo che sconfisse i Russi nel '800), ebbe un figlio gigantesco, Berko, cugino e migliore amico e collega poliziotto di Sam. Un uomo che pensa spesso al suicidio:

"Landsman, figlio e pronipote di suicidi da parte di padre, ha visto esseri umani uccidersi in tutti i modi possibili, dal maldestro all'efficace. Sa come bisogna e non bisogna fare. Gettarsi da ponti e finestre d'albero: pittoresco ma dai dubbi risultati. Buttarsi giù per le scale: del tutto inaffidabile, frutto di decisione impulsiva, troppo simile a una morte accidentale. Tagliarsi le vene, con o senza la variante popolare ma non indispensabile della vasca da bagno: più difficile di quanto sembri, e con un  tocco melodrammatico un po' da ragazzina. Sventramento rituale con la spada da samurai: difficile, richiede la presenza di un'altra persona, e a gli occhi di un ebreo risulta un po' troppo manierato. Landsman non ha mai visto nessuno che si fosse suicidato in quel modo, però uno sbirro di sua conoscenza sì. Il nonno di Landsman si è buttato sotto un tram a Lodz, dando prova di un grado di determinazione che Landsman gli ha sempre ammirato. Suo padre ha usato trenta capsule di Nembutal, annaffiate con un bicchiere di vodka al cumino, un metodo assai raccomandabile. Aggiungeteci un sacchetto di plastica in testa, capiente e senza buchi, e otterrete un lavoro pulito, silenzioso e affidabile. 
Ma quando immagina di togliersi la vita, Landsman ama farlo con una pistola, come il campione del mondo Melekh Gaystick. La sua scalcagnata Smith & Wesson modello 39 è una sholem più che adeguata allo scopo. Se sai dove puntare la canna (appena sotto l'angolo del mento) e che inclinazione dare al colpo (un angolo di 20 gradi rispetto alla verticale, verso il centro del cervello) è rapido e sicuro. Sporca un po', ma Landsman, chissà perché, non si fa scrupoli a lasciarsi dietro un po' di casino." (pp. 155-156)

In quel cesso di hotel dove vive viene trovato il cadavere di un tossico, giocatore di scacchi, ucciso con un colpo alla testa. Una vera esecuzione. Un uomo che nasconde qualcosa nel presente e nel passato. Landsman se ne fa carico perché quell'uomo è uno come lui che ha sceso tutti i gradini della vita, che è andato alla deriva. Un uomo che è un tempo era un rabbino. Un uomo che si chiamava  Mendel Shpilman. Lui e Sam uomini distrutti dalla vita che si preparano alla morte. Di questa difficile indagine Se ne fa carico insieme al cugino e all'ex moglie, scoperchiando trame occulte, penetrando in luoghi inviolabili, affrontando ciò che si nasconde nel passato. E se questo romanzo pullula di mille riferimenti alla storia, alla religione, alla contemporaneità fatta di guerre per l'esportazione della libertà, di guerre religiose, del conflitto in Palestina, la sua vera forza risiede nel  fiume di dolore a cui Chabon dà forma, colore, profumi, odori, fetore, luce. Ogni pagina è pagina di fallimenti, di paure, di morte, di attese, di speranze, di salvezze, di puro noir come ormai se ne scrive davvero poco.

Da tutto questo fiume questo dolore emerge la delicata fragilità di Mendel, il presunto messia, che   sulla soglia del matrimonio, si ribella alla gabbia dentro cui lo vogliono rinchiudere e dice basta e se ne va dalla propria casa. Lui, figlio del rabbino ortodosso che comanda a Sitka. Lui il figlio del dio in terra a Sitka. Mendel vorrebbe vivere la vita a modo suo, vorrebbe poter amare come desidera, vorrebbe poter donare le sue parole alle persone senza ricevere nulla in cambio. Ma quando te ne vai poi non sei più niente, il dolore esplode nel cuore. Si affonda. E il Messia affonda, si buca per ritrovare la pace perduta, vende il proprio talento scacchistico per comprarsi droga. Ma la gente peggiore non l'ha dimenticato e vuole servirsi di lui. Vuole usarlo per architettare i propri sporchi piani di guerra. E qualcuno, alla fine, come un gesto d'amore/odio/ignoranza/paura/incapacità di rispondere a una domanda, lo ucciderà per impedire (inutilmente) la realizzazione di questi scopi. Sam, la nuovamente amata Bina e Berko vengono così trasformati da Chabon in una specie di incarnazione di angeli giustizieri e apostoli di questo messia. Uomini normali che cercare di ristabilire la giustizia in un mondo alla deriva, corrotto, fetido e di restituire così la pace e una giusta sepoltura a quell'uomo morto in una stanza d'albergo. Un uomo che si faceva eroina. E che potrebbe essere quell'uomo che abbiamo appena scansato per strada. Il ragazzo che ingobbito aspetta l'arrivo del bis. E forse è proprio per questo che non riconosciamo il Messia anche quando ci passiamo accanto. Non lo riconosciamo perché è un uomo come noi. Problematico come noi. Morto come noi.


(foto tratta dal sito Dagospia)



Michael Chabon, "Il sindacato dei poliziotti yiddish" (Rizzoli, 2007, traduzione di Matteo Colombo)



(Questa recensione è comparsa su "Giona, 2014 ed é dedicata agli ebrei ortodossi che camminano nella mia città)

2 commenti:

  1. Solo per girarti il titolo di una raccolta di racconti che ho letto negli ultimi tempi: Quando parlavamo con i morti, di Mariana Enriquez, scrittrice argentina, uscita per Caravan edizioni. Questa cosa dei morti, del parlare, di tutto quanto, non lo so, è anche qui, me, più forte negli ultimi tempi di quanto sia a cose normali. E niente. Grazie And.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ciao andrea, me lo segno volentieri.
      sorrido al pensiero che oggi vorrei dire a mia madre "Ho visto la puntata di The Mentalist dove svelano chi è John Il rosso)

      Elimina