venerdì 12 settembre 2014

Gianni Oliva "Fra i dannati della terra. Storia della Legione straniera" (Mondadori)




Sono stato un bambino allevato a colpi di libri, di storie di guerra e Resistenza, di tentativi di fuga abortiti, di sogni oltreoceano spezzati da tragici incidenti e mesi di convalescenza in ospedale, di povertà assoluta, di ideali traditi, di soldatini di piombo, di fortini del West edificati sulla moquette azzurra della stanza, di dune di sabbia adriatica tramutate in deserto del Sahara, di storie della Legione Straniera mormorati in fondo a qualche tavolo fra un bicchiere di vino, una partita a scala quaranta e pacchetti di sigarette. Sono cresciuto divorando fumetti e film d’avventura in bianco e nero che parlavano della Legione Straniera, mi sono immedesimato in Jean Gabin, nel legionario Gary Cooper del film di Wellman del ’39 “Beau Geste” tratto dal libro omonimo di Percival Christopher Wren pubblicato nel 1924 e crescendo non ho mai mancato all’appuntamento di qualche fumetto, film o libro dedicato alla Legione Straniera ("Legionario" di Simon Murray (Mursia))e anche per questo mi sono sorbito il film gabinianoLa bandera. Marcia o muori” con Gene Hackman, Terence Hill e la bellissima Catherine Deneuve, “The Legionary” con Van Damme, il modesto fumetto Bonelli “Il legionario” e via dicendo, senta dimenticare il libro di Gian Carlo Fusco "La Legione straniera" (Sellerio).

Ho sognato spesso di vivere una vita come quella dell'uomo dannato e detestato che é stato il mercenario (sia chiaro, legionari e mercenari non sono la stessa cosa) Jean Schramme e immortalato in “Battaglione Leopard. Ricordi di un africano bianco” (Edizioni Il Maglio). Ho perso l’occasione di interrogare il padre di un mio ex compagno delle medie che nella Legione Straniera aveva militato per sfuggire a una possibile incarcerazione. Un intrico di ferocia e sogni, di sangue e oppressione, di libertà e morte che mi accompagna insomma fin dall’infanzia. E mentre crescevo e le difficoltà e le delusioni della vita si accumulavano la vicinanza a questo tipo di mondo si era fatta sempre più concreta anche a causa di un immaginario sicuramente intriso di romanticismo tipico della prima fase della storia della Legione Straniera.  Un immaginario costruito ad arte su storie di uomini che cercavano avventure, che fuggivano dall’angoscia, dalla noia, dalle gabbie del presente, dal carcere vero e proprie, da situazioni avare di conflitto, di possibilità di sovvertire l’ordine costituito e che andavano alla ricerca di una nuova genesi, di un processo di purificazione, di un luogo dove difendere o realizzare ideali dimenticati, vilipesi, messi al bando. E mi sono concretamente avvicinato all’arruolamento nella Legione Straniera. Accadde nel febbraio del 1999, a vent’anni. La mia vita a brandelli. Una fase in cui mi era impossibile trovare un’alternativa alla morte. Mi sarei volentieri spogliato della mia identità. Avrei volentieri cambiato nome, cognome. Persino mia madre mi disse “Perché non ti arruoli nella Legione Straniera? Lo preferisco a quello che ti stai facendo”. Poi non se ne fece nulla. Ma il fascino é rimasto intatto dentro di me. Fascino malsano? Infantile? Dimostrazione evidente della mia ferocia recondita? Della mia idiozia? Del mio spirito romantico ormai fuori dal tempo?



Ovvio che appena sono venuto a conoscenza del saggio di Gianni Oliva “Fra i dannati della terra - storia della Legione straniera” (Mondadori) sono corso a comprarlo e l'ho divorato in una giornata. Si tratta di un saggio di godibilissima lettura, perfetto nell'equilibrio fra spirito divulgativo e ricerca storica, che ripercorre la storia della Legione Straniera dall’anno della fondazione, 9 marzo 1831 ad opera del re Luigi Filippo di Francia, in occasione della guerra d’Algeria, fino ai giorni nostri, che la vedono, notevolmente ridimensionata nell’organico, impegnata nelle cosiddette “guerre umanitarie” e nelle zone di conflitto che vedono coinvolte in maniera più o meno diretta gli interessi francesi (Libia, Ciad, Repubblica Centafricana…). Oliva inanella fatti, personaggi, inquadramenti storici e narrazioni di combattimenti che donano quel gustosissimo sapore d’avventura indispensabile per qualsivoglia narrazione che coinvolga la Legione. Si attraversano tutti i fronti di guerra e di espansione/difesa colonialista dove la Legione é stata impiegata: Algeria, Guinea, Gabon, Marocco, Messico (con la tragedia fondativa di Camerone del 1863, battaglia di poco conto se non fosse stata coinvolta la Legione), Madagascar, contro l’Armata Rossa, sullo scacchiere delle due guerre mondiali, in Indocina con l’altro mito di Dien Bien Phu del 1954 e in tanti altri luoghi dimenticati, pagando sempre un elevato numero di vittime. Sempre e comunque a svolgere il lavoro sporco, di cui solo i figli di nessuno possono farsi carico. Rappresaglie, scontri all’arma bianca, torture, efferatezze, fedeltà, onore, infinite sofferenze, obbedienza agli ordini, rappresentazione astorica delle proprie gesta. Questa é la Legione. Un mondo che va accettato o rifiutato. I legionari non sono certo stinchi di santo e nemmeno lo vogliono essere. Ma lascio agli illuminati la ricerca di santi su questo mondo.

La Legione vive di uomini di ogni genere e classe sociale: protagonisti del Risorgimento italiano come Raffaele Poerio, Carlo Pisacane, Andrea Ferrari, Ottaviano Vimercati, Francesco Zola (padre del grande romanziere francese), il capitano Danjou caduto a Camerone il cui arto di legno é una delle reliquie della legione conservata prima a Sidi-bel-Abbès in Ageria e poi in madrepatria a Aubagne e ladri, ex aristocratici zaristi, tedeschi, scandinavi, statunitensi, repubblicani spagnoli, anarchici, nazisti, assassini, fascisti di primo rango come Giuseppe Bottai, esuli fuggiti dai paesi finiti sotto la dittatura comunista, uomini traditi dalle proprie mogli, sommersi dai debiti, avventurieri di ogni risma, nullafacenti in cerca di denaro, uomini dei quali si scoprono o si immaginano storie passate solo al momento della loro morte. Tutti uomini che si devono sottoporre ad esercitazioni massacranti, a privazioni quotidiane volte a comporre uno spirito di gruppo che li faccia combattere senza esitazioni perché:

 “La Legione straniera deve fondare la propria identità su valori interni alla logica del combattentismo. Non importa “per che cosa” si combatte: importa “come” si combatte, perché é il modello di guerriero a fare da cemento ideale tra i reparti. L’ardimento, la baldanza, il sangue freddo, l’intrepidezza diventano altrettanti valori assoluti, attraverso i quali si misura l’eccellenza della Legione e la sua superiorità rispetto agli altri corpi dell’esercito. Le vicende della Terza Compagnia a Camerone rappresentano l’esempio storico al quale ancora la rappresentazione: i legionari che si fanno massacrare sino all’ultimo uomo piuttosto che accettare la resa non si pongono il problema di quale sia lo scopo militare del loro sacrificio, perché é il sacrificio stesso a proporsi come scopo. (…) Nessuno si pone il problema di giustificare la resistenza a oltranza con la necessità di salvare il convoglio: i carri con il loro carico prezioso di armi e di denaro si riducono a semplice pretesto. Ciò che conta è il modello di combattente, su cui si costruisce la mistica legionaria: gettarsi nella mischia per primo ed essere l’ultimo a uscire; non mollare mai di fronte al nemico, quali che siano i rapporti di forza; non abbandonare mai un compagno ferito sul terreno; battersi sino alla morte piuttosto che arrendersi.” (pp. 73-74)

Parole che appariranno a molti come fasciste, reazionarie, assassine nel midollo e pur sapendo degli orrori perpetrati dai legionari sui fronti di guerra (basti pensare ai fatti che li videro protagonisti in Algeria) non posso fare a meno di ribadire che nel mio animo lo spirito del legionario non si spegnerà mai e che quello spirito, sorprendentemente, l’ho ritrovato nelle pagine dedicate alla vicenda di Bottai che si arruola nella Legione nel 1944:



“Chi lascerà l’Italia (o la Germania) dopo la sconfitta dei totalitarismi, sotto il képi bianco troverà la riproposizione di un sistema valoriale in parte almeno condiviso, anche se decontestualizzato dalle sue implicazioni politiche e storiche. E troverà le garanzie del silenzio. il romanticismo legionario non consiste nella smania incontenibile di “raccontarsi” ma, all’opposto, in un silenzio pacata, a volte geloso, mai accondiscende. “Vengono da lontano questi uomini,” osserva ancora Bottai “vengono tutti da un tempo immemorabile e i loro ricordi sono rimasti nella polvere della strada perché hanno tracciato un confine nella loro biografia.” Prima ancora che un esilio dalla loro terra, i legionari scelgono un esilino dalla loro vita precedente, trovando nel “non ricordare” un modo per lenire le amarezze e i rimpianti: é il contesto ideale per chi vuole dimenticare e far dimenticare il proprio passato, soprattutto quando questo é naufragato nella condanna della storia. Il clima africano, con il vento che leviga le pietre e i ricordi, sembra fatto apposta per assecondare la rimozione:” Nei nostri Paesi d’Europa, luci e ombre, nel giro di una giornata o di una stagione, si accordano ai nostri umori: il tempo meteorologico dà un senso drammatico alla nostra vita quotidiana, riempiendola di brividi, di languori, di sussulti, di ribellioni improvvise. Ma qui in Nordafrica, nell’aria lucida e tesa che non muta tra i due crepuscoli, siamo soffiati in un vetro, che la luce attraversa senza resistenze”. Il silenzio dell’ambiente diventa il silenzio dei ricordi, “messi in fondo al sacco perché non venga mai la tentazione di rimestarli”. E quando Bottai, recluta ancora inesperta della Legione, chiede inopportunamente a un commilitone dallo sguardo cupo: ”Qualcosa non va? Qualcosa da dimenticare?” si sente rispondere:”Dimenticare? Sì, devo aver qualcosa da dimenticare, solo che non mi ricordo che cosa”. (pag. 162)

"Fra i dannati della terra" é un libro godibilissimo e appassionante che accende l'animo di passione ma che certamente non consiglio alle anime belle e a coloro che si vantano di avere la verità in tasca e la coscienza sempre pulita

("Secondo alcune testimonianze, all'atto dello scioglimento i legionari una celebre canzone di Edith Piaf, "No, je ne regrette rien", poco marziale nella musica, ma sin troppo allusiva nelle parole: e così con fierezza, essi passano dall'ammutinamento all'esilio." pp. 222-223)




Gianni Oliva, "Fra i dannati della terra. Storia della Legione straniera" (Mondadori, 2014, 264 pagine)




(Questa recensione viene ripubblicata per gentile concessione della rivista cartacea d'oltreoceano "Brigade Formentino", numero 03)




1 commento:

  1. http://www.liberoquotidiano.it/news/11691010/-Fra-i-dannati-della-terra.html

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