mercoledì 12 marzo 2014

Il cardellino


Finalmente e' uscito. Monumentale come al solito. Vi sapro' dire fra qualche tempo. E io tutte le volte che guardo una foto di Donna Tartt penso che somigli tantissimo a un'altra straordinaria scrittrice, diversissima nello stile, Fleur Jaeggy. Questione di sguardi forse.



Un disco di cui ho letto oggi la recensione su Ondarock e che mi sembra molto interessante:



Su cio' che sta accadendo in Parlamento non me ne frega assolutamente nulla e se proprio devo esprimere un pensiero sull'attualita' mi viene solo da ridere al pensiero della Lista Tsipras e scuotere il capo di fronte allo sconforto delle deputate del PD verso le quali non provo nessuna vicinanza. Preferisco sapere che finalmente si sta facendo luce sul caso Uva, sempre chiarendo che non mi interessano minimamente le sentenze di condanna o assoluzione emesse nei tribunali.

"Gli immigrati, lungi dall'essere carne sociale passiva, materia nuda da contrabbandare, sono soggetti che decidono di prendere atto della "non collocazione" a cui li destina l'Europa. Si inventano un ulteriore paese in cui emigrare, quello della marginalita' o della delinquenza, del sottobosco urbano e se possibile della latitanza. Pensiamo a questa situazione su larga scale, a cio' che comporta a livello di destabilizzazione delle societa', e poi chiediamoci se non sarebbe molto piu' intelligente ampliare lo spazio della cittadinanza europea. A meno che, ovviamente, in una visione negriana e delle sorti progressive degli sfruttati non si veda nella marginalita' e nelle tragedie umane che ne conseguono la strada per la coscienza politica di un nuovo soggetto rivoluzionario Tutte analisi magnifiche, che non tengono pero' in conto i costi umani che comportano ne' il fatto che i protagonisti di questa storia non vogliono essere eroi della nuova rivoluzione, ma pensano di avere semplicemente diritto a una vita decente. Leggendo le pagine di questo libro viene spesso da pensare al dibattito che proviene a noi da Hanna Arendt sulla cittadinanza e alle intuizioni di Giorgio Agamben sulla "nuda vita". E' vero, questi nuovi "non cittadini" sono gettati nello spaio indifferenziato del corpo nudo di chi non rappresenta che se stesso. E' un corpo dolorante, affogato, riemerso a volte, un corpo che si mutila, che fugge, che cerca uno spazio dove nascondersi e proteggersi. Ma insistere sulla "nuda vita", come osserva Lila Abu-Lughod (lo fa nell'ultimo libro, "Do Muslim Women Need Saving?"), porta anche a degli equivoci. Perche' questi protagonisti e protagoniste dell'emigrazione non sono totalmente "tabula rasa", portano con se' una storia e una dignita', una identita' che non e' solo "d'origine". Le loro strategie di sopravvivenza, la loro tattica di re-insediamento e di nascondimento, il loro scegliere lo spazio della marginalita', avviene dentro a una appartenenza culturale e a un orizzonte di rapporti. Lo loro stessa possibilita' di fuga dai centri lager e' legata alla capacita' di fare rete e di avere reti di solidarieta' Credo che il valore de "I dannati della metropoli" stia proprio in questo, nel mostrare molte di queste storie di vita, nel raccontare talmente da vicino il presente non aver bisogno di un'ideologia di lettura; e avere la possibilita', invece, di tentare di capire entrando nella carne del mondo, nel suo essere cosi' com'e' e non come vorremmo che fosse. E' la vocazione dell'antropologia, quella di privilegiare il "capire il mondo" sulla pretesa veloce di "cambiare il mondo", o meglio, di mettere l'accento sui troppi errori di un transfert che operiamo "politicamente" sulle vite degli altri come materiale per il nostro desiderio di rivoluzione." (dalla prefazione di Franco La Cecla a "I dannati della metropoli" di Andrea Staid)

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