martedì 8 ottobre 2013

POSTNOVECENTO - Patrick Karlsen

Una libreria che crolla nella mia casa italiana. Mia madre che chiede a me e a mia sorella di sistemare i libri nelle altre libreria, di portarceli via, di regalarli. Spostando i miei libri mi sono ritrovato fra le mani un gioiello pubblicato nel 2005 dalla gloriosa Edizioni del Catalogo, splendida idea di Gianfranco Franchi. Il libro in questione è "POSTNOVECENTO" e l'autore è Patrick Karlsen. Triestino sanguemisto, classe 1978. Ricercatore, storico, poeta, consigliere comunale. Artista. E gran bella persona. Vi lascio copertina e prefazione di Franchi.




L’immortalità nel gesto minimo

Hope is a knave befools us evermore,

Which till I lost no happines was mine.

I strike from hell’s to grave on heavens’ door.

All hope abandon ye who enter in

(S. BECKETT, Pseudo-Chamfort)


Patrick Karlsen è un artista triestino, sanguemisto, classe 1978. Talentuoso ed eclettico figlio d’una città di splendida tradizione letteraria; ricade anche su di lui la responsabilità d’esserne prima e nuova espressione nel post-Novecento: con l’intelligenza, la profondità e la sensibilità d’un giovane storico, che canta in versi e in prose la condizione dell’intellettuale nel tempo nuovo. La poesia di Karlsen si fonda su tre colonne portanti: l’impegno e la satira civile e politica; l’intimismo e il sentimentalismo; l’insofferenza e lo spaesamento di fronte alle innovazioni tecnologiche. È l’artista che sogna di “agguantare le nuvole sulle rotaie”, per restituire ai suoi contemporanei la dolcezza e l’umanità di tempi e ritmi estranei alla frenesia e all’esasperazione della società odierna: è inquieto, ferito e rabbuiato nella consapevolezza dell’isolamento dell’intellettuale, basito e scosso dalla sensazione d’estraneità alla neo-lingua italiota propagandata dai media e imposta dalle innovazioni tecnologiche; s’è incarnato l’incubo vagheggiato e titillato dai futuristi, siamo nel tempo in cui leggiamo sui led e per scintillanti comandi ci ritroviamo a pensare per check, press, confirm. In “tempo reale”. Oh, abort. Karlsen vive in una nazione irriconoscibile, che pretende pacificazione e comunanza della memoria per via d’amnesie o d’oblio o di partigiana revisione: è un cittadino che sente la responsabilità di testimoniare l’alta lezione politica, vivile e democratica dei Padri della Repubblica, e rifiuta le logiche nuove che cercano nello “stivale accartocciato sconvolto”. “Nella veronica acerba d’un ballottaggio / postindustriale” (“Dieci di giugno”), infatti, “l’Italia è uno scoglio dove / si squaglia a banchi il cerone; contrada / dei trastulli, delle paraboliche in fiore, / delle banane illiberali in corteo. A te / consegnerò un astro nuovo, ove le foche / stenteranno in pace: e non ci sarà / più tracci di corrotte entità umane” (“Il regalo”). Corruzione, culto dell’immagine fine a se stesso, caducità e precarietà di tutto: flessibile s’è fatta non solo la condizione del lavoratore, ma l’esistenza e il senso della verità e della realtà. Sopraffatto dalle aberrazioni delle violazioni dell’etica, della morale, della democrazia e dell’intelligenza, asfissiato dalla de-umanizzazione nelle interazioni tra individui, lacerato dalla coscienza d’essere incapace d’esser servo d’un potere illiberale, l’artista e l’intellettuale può e deve gridare di rabbia e di dolore – e sussurrare e sorridere solo quando si rivolge al suo amore, alla coscienza d’un amico, al microcosmo della sua esistenza. Spegnendo lo stomacante “chiasso della televisione”, Karlsen si va allora guardando attorno cercando “l’immortalità nel gesto minimo”. È una corazziniana e gozzaniana poesia delle piccole cose: minimalista ed intimista, essenziale e postromantica. “Scrivo di quel niente di profilo ed è tutto, / il niente è la parola della poesia, tutto.” Nel nostro nebuloso e grigio panorama letterario si propone e si staglia la voce di uno storico che conosce e domina la poesia: e fondendo e ibridando l’essenza del suo ruolo di ricercatore e creatore di bellezza va costituendo un’opera nuova; è un libro che ripudia il disordine e la feroce indifferenza della contemporaneità, rinuncia alla volgare normalizzazione figlia della menzogna idolatra della società dell’immagine, e si lascia leggere e interiorizzare, nel tempo: padre di pensieri fertili e solari: nel regno e nel destino d’una rigenerazione d’un popolo, dettata dal dominio delle arti, e della letteratura.

What is that sound high in the air
Murmur of maternal lamentation
Who are those hooded hordes swarming
Over endless plains, stumbling in cracked earth
Ringed by the flat horizon only
What is the city over the mountains
Cracks and reforms and bursts in the violet air
Falling towers
Jerusalem Athens  Alexandria
Vienna London
Unrea
(T. S. ELIOT, The Waste Land)


e un estratto dell'intervista di Simone Buttazzi a Patrick:

"Certa tecnologia, certa politica, certe parole ti infastidiscono molto. Che valore dai alla manifestazione dello sdegno?"
"Io credo che l'intelligenza sia, in buona parte, la capacità di comprendere la sofferenza degli altri; l'amore è il tentativo di placarla. Lo sdegno è sempre l'espresione di una sofferenza: sollecita la nostra intelligenza e - potenzialmente - chiama in causa il nostro amore."

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