domenica 8 settembre 2013

Night Drops

- Un libro tosto, lungo, molto interessante: "L'ecologia della libertà" di Murray Bookchin (Elèuthera)


- Fra qualche giorno arriverà su Lankelot la recensione di "Condannati preventivi - Le manette facili di uno stato fuorilegge" (Rubbettino) con intervista all'autrice, Annalisa Chirico, giornalista di Panorama e Il Giornale, dirigente del Partito Radicale, intanto vi lascio l'introduzione:

"Il carcere italiano è tortura legalizzata. Congenitamente afflittiva, totalizzante, la detenzione non è redenzione, né rieducazione. Soltanto abbruttimento, dolore, morte. Il carcere italiano è un mondo parallelo, posto al di fuori dell'alveo della legalità. Estraneo a qualunque barlume di civiltà, pietà, dignità umana. L'inferno carcerario è il quadro vivente del collasso del sistema giustizia. Ne è una propaggine: la più odiosa, la più intollerabile. Soltanto nel campo penale si contano cinque milioni e duecentomila procedimenti pendenti. Centottantamila sono quelli che cadono ogni anno in prescrizione: è questa l'amnistia strisciante, di classe, di cui nessuno parla e per la quale nessuno si indigna. Il nostro  è il Paese dove non esiste la pena di morte, ma si muore di pena. Il panpenalismo del legislatore, giustificato sovente dalla logica emergenziale, ha alimentato la furia carcerogena. Una lunghissima serie di reati: oltre settecento quelli del codice penale, cui si aggiungono le centinaia di fattispecie criminose disseminata nella legislazione "speciale". L'uso demagogico del carcere come prova di intransigenza securitaria, di severità draconiana contro l'emergenza contingente che di volta in volta cambia nome (il terrorismo, la mafia, la corruzione, le violenze sessuali, la diffusione della droga). Siamo sempre lì. La stranezza è che nel 1989 il Codice è cambiato e in Italia è stato introdotto il rito cosiddetto accusatorio. Lo spirito originario di quel Codice è stato completamente stravolto dalle innumerevoli riforme che ha subito e che lo rendono oggi un Codice contenente un rito sostanzialmente amorto e poco amato. Quel che più conta è che, pur cambiando lo strumento, la mentalità degli operatori è rimasta la stessa, o meglio sembra aver subito un adattamento genetico di una cultura inquisitoria e giustizialista pietrificata a degli istituti nuovi e apparentemente garantisti. L'istituo della carcerazione preventiva ne è un mirabile esempio. Col Codice Rocco di procedura penale la carcerazione preventiva diventava il possibile esito dell'istruttoria formale e si condiderava il carcere come un passaggio possibile in un rito al quale la presunzione di non colpevolezza era sostanzialmente estranea (ricordiamo che quel Codice era di epoca fascista e ampiamente anteriore alla Costituzione repubblicana), il moderno strumento della custodia cautelare vista come extrema ratio resta invece una variabile tutt'altro che eventuale e si trasforma in una gogna mediatica (perché gli atti vengono tutti resi pubblici proprio con la custodia cautelare), in una espiazione anticipata della pena e in un mezzo di ricerca della prova confessoria attraverso lo strumento del carcere. Il carcere è la cartina di tornasole della cultura del divieto. Ci ritroviamo così a fare i conti con la matassa aggrovigliata di divieti e proibizioni. Il bandolo è andato eprduto, perché è lo Stato a essere in flagranza di reato. E' lo stato che viola le leggi che si è dato. A denunciarlo non sono soltanto i giudici nazionali e sovranazionali. Parlano i numeri: quasi sessantasettemila detenuti stipati nelle galere italiane, che potrebbero ospitarne tutt'al più quarantacinquemila. Un tasso di sovraffollamento che supera il 150%. Peggio di noi soltanto la Bulgaria, e per un soffio. Il carcere, che dovrebbe essere una extrama ratio, è diventato il viatico di ogni male. Ecco a vpi, signore e signori, la discarica sociale. Il non luogo dove nascondere, ammassare, schiacciare, intrappolare. Nella quasi metà dei casi in assenza di un giduzio definitivo. Dietro le sbarre da presunti innocenti. Di libri sul tracollo della giustizia italiana ne sono stati scritti molti. In queste pagine punteremo i riflettori su un'anomalia italian, che finora non ha fatto parlare granché di sé. Un po' per assuefazione, un po' per impotenza. L'inflazione carceraria colpisce innanzitutto l'indagato, poi l'imputato, in ultimo il condannato. Si va in galera prima del processo, sebbene, stando alla Costituzione, ognuno sia da considerarsi non colpevole fino a sentenza definitiva. I nostri solerti magistrati però non sono d'accordo. Il magistrato si pone al di sopra della Costituzione, rasenta il tetto celeste, sfiora le nuvole. Il legislatore non è da meno. Risultato? il 40% dei detenuti sono in attesa di giudizio. La media europea è del 25%. Quasi ventisettemila persone, la metà della quali attendono un giudizio di primo grado. Bene, signore e signori, questo è il "Caso Italia". L'esercito dei presunti innocenti con i ferri ai polsi.".


- E un disco che continuo ad ascoltare e avevo recensito qualche tempo fa:

Nessun commento:

Posta un commento