venerdì 8 febbraio 2013

Ebrei ortodossi a passeggio

M. è un ebreo ortodosso che conosco da un paio d'anni. Il nostro primo incontro fu alquanto turbolento. Ero in una giornata storta che cercavo di superare leggendo dei racconti spericolati a due passi dal lago quand'ecco che dall'alto mi cade un cono gelato (con relativa bava) sui pantaloni e sul libro sporcandoli. Stizzito mi voltai di scatto per esclamare: "Ma vaffanculo testa di cazzo!" al bambinetto esangue che mi sorrideva coi denti storti. Quel bambino era il figlio maggiore di M. I suoi genitori comparvero da dietro un albero che sembravano due becchini con poche macchie di colore e si profusero in una serie di scuse e maledizioni rivolte al figlio. Mi offrirono persino dei soldi per lavare i pantaloni e alla fine fui costretto ad accettare un buono acquisto in un negozio di un loro parente. Da quel giorno se ci incontriamo scambiamo sempre due chiacchiere. Il miracolo è che lui mi parli ancora. Ha 39 anni ma ne dimostra 60, è sposato con E., donna dagli occhi grigio inox che parla poco ma che ha coniato per me il soprannome: "Il Diavolo lettore" e oltre a M. (simpatico, curioso, folle), ha altri 3 figli (due femmine e un maschio). Ieri pomeriggio ci siamo rivisti e dopo i consueti saluti lui ha voluto subito dirmi che durante un viaggio aveva vinto le sue barriere mentali e letto il romanzo (sempre di Auslander) che gli avevo consigliato mesi prima e che gli era piaciuto tanto e che solo un ebreo poteva capire la "fantasia" di un'Anna Frank ancora viva ai giorni nostri chiusa in una soffitta"...Un ebreo o una persona intelligente che ogni tanto lascia da parte Dio?" gli ho risposto e lui ha sorriso compiaciuto rispondendomi "Ebreo strano..." e allora gliene ho consigliati degli altri di romanzi, ad esempio quello di Michael Chabon: "Il sindacato dei poliziotti Yiddish" (sempre di Chabon è uscito per Indiana "Mappe e leggende. Avventure ai confini della lettura" ) e al prossimo giro scoprirò se M. ha avuto il coraggio di leggerlo. Lui ama prendermi in giro, dice che i miei pantaloni strappati fanno schifo, che o mi faccio crescere la barba o me la taglio, che devo pregare perché dentro di me c'è un perfetto ebreo (hei, te lo dicono tutti che dentro di te c'è un perfetto stronzo religioso, vero o no?), che dovrei fare un viaggio a Gerusalemme. Io sto zitto, lo faccio sfogare e poi contrattacco. Quando c'è sua moglie, lui si fa più serio, severo, misura le parole e il volume della voce. Sorrido quando vedo L. che per trattenere un sorriso che il marito potrebbe trovare sconveniente s'inventa colpi di tosse o improvvisi nasi dei bambini da soffiare. Ieri io e lui eravamo seduti su una panchina. Io ancora sporco di lavoro, lui con la sua uniforme da perfetto ebreo ortodosso che sembra sempre uscito da un carnevale dark e qualche passante secondo me l'ha pensato visto il gran numero di bambini mascherati. Seduti a parlare e scuotere il capo. Credo che alle due ragazze che stavano nella panchina affianco siano venuti i conati di vomito per tutte le cagate pseudofilosofiche che abbiamo sparato. Sembravamo un incrocio fra un profeta di serie Z, Marzullo e il dottor Morelli di Rizamelo psicosomaticamente.

E questa volta stavo rileggendo "Via verso la notte" di Edward Allen, romanzo del 1989, pubblicato da il Saggiatore nel 1998 e purtroppo dimenticato, perché è un vero gioiello. Da questo romanzo trascrivo un passaggio e lo so, sono in vena di post lunghetti:

"Shlomo era un giovane emigrato israeliano, proprietario della stazione di servizio Texaco, e quasi tutti i suoi clienti erano ortodossi di Monsey e della vicina New Square. Dovunque si vedevano station wagon marroni, tutte con sopra adesivi di Colman e Stanger. Operai con tute nere stavano esaminando il fondo di vecchie berline a quattro porte issate sul ponte elevatore. Nell'officina tutti parlavano con un accento pesante, sia gli uomini barbuti che facevano domande ai meccanici altrettanto barbuti, sia Shlomo, che discuteva al telefono nei veloci e morbidi suoni gutturali dell'ebraico.
Monsey non è una tipica cittadina americana. Tutti gli uomini indossano lunghi pastrani neri, anche nei giorni più caldi d'estate, niente viene mai spazzato o lavato, le case non vengono mai dipinte, non si vede in giro nulla di luminoso, pulito, rassettato, piacevole o allegro. Un forestiero potrebbe pensare che Monsey è una cittadina priva di gioia, ma non è così. La gioia della religione ha sostituito tutto il resto, è penetrata all'interno delle cineree shule, nei villini ammassati tra loro con rivoli di ruggine sulle pareti bianche d'asbesto, dentro i pastrani neri degli uomini e gli abiti a fiori stampati delle donne che portano calze incolori e trasportano i bambini su scricchiolanti carrozzelle nella polvere dell'estate e tra i mucchi di foglie putrescenti sui marciapiedi di Monsey Boulevard, dal mobilificio Braun all'ortolano Weisberg, dal mercato del pesce a quello della carne kasher Twersky. Tutte le donne sposate portano parrucche da poco prezzo sulle teste rasate. Ragazzini con spessi occhiali, lo yarmulke in testa e lunghi riccioli sulle guance che simboleggiano la barba barcollano per le strae su biciclette più vecchie di loro. L'autobus della comunità, che per sei giorni alla settimana li porta nel quartiere dei gioiellieri a Manhattan, è diviso al suo interno da lenzuoli appesi che separano gli uomini dalle donne.
Quelli erano i chassidici, i più santi dei santi, troppo santi anche per fare spese alla Glatt Mart. I clienti di Howie erano infatti ebrei ortodossi semiassimilati, che indossavano abiti comuni, ma sempre con lo yarmulke in testa, e pur rispettando scrupolosamente il divieto di guidare la macchina, cucinare e trattare denaro durante lo shabbes, nonostante le regole alimentari e le preghiere mattutine, differivano dai chassidici vestiti di nero in quanto potevano permettersi di radersi, di guardare la televisione, di frequentare il college, e le loro donne potevano guidare.
Uno dei due gabinetti nella stazione di rifornimento Texaco di Monsey era spaccato, e i cocci di porcellano erano stati spazzati in un angolo. Notai anche che i buchi in fondo agli orinatoi erano disposti a caso, in modo asimmetrico, senza la minima considerazione estetica. Palline di naftalina galleggiavano nell'acqua dello sciacquone, piena di cicche di sigarette. Ma ripensandoci, quell'incuria, quella sciatteria avevano una ragione: per un'anima religiosa che importanza potevano avere l'eleganza e l'estetica? Come avrebbe detto Howie: "Che senso ha?". Soltanto D...o era perfetto, solo la Sua bellezza era degna della considerazione e del fervore religioso che faceva piangere e cantare gli uomini in nero nelle cinereee sinagoghe, unica fonte di gioia per la cittadina.
Finalmente Lou, il socio di Howie, e sua moglie Terry arrivarono alla stazione di servizio per riportarmi al lavoro. Erano una coppia con capelli scuri e sguardi seri, tutti e due così profumati che avrei voluto aprire il finestrino mentre viaggiavano nella loro macchina, immerso in un bagno di acqua di colonia, ma non sarebbe stato educato. Mi sforzavo di respirare solo con la bocca, ma sentivo quelle essenza che si depositavano sulla mia lingua.
Quando arrivai in macelleria, la situazione era un po' migliorata. Howie stava raschiando catarro e lo sputava più o meno in direzione del bidone degli avanzi di grasso. Potevo sentire il peculiare odore del fumo della sua Marlboro che saliva a spirale tra le sue dita unte di grasso mentre teneva la punta della sigaretta sotto la mano.
Lo aiutai a salare la carne della giornata. Mentre lavoravamo mi spiegò i particolari delle leggi alimentari ebraiche. Non possono esistere hamburger kasher al formaggio, mi spiegò, perché la carne e i prodotti caseari non possono essere mangiati insieme e nemmeno tagliati con lo stesso coltello. Quarti posteriori dopo la penultima costola non possono essere kasher, e quindi le regole kasher non ammettono né le bistecche con l'osso né il filetto, tranne in Israele, dove per particolare dispensa rabbinica i quarti posteriori possono essere kasher se sono accuratamente svenati. Mi faceva piacere che fosse ancora disposto a insegnarmi queste regole, nonostante quella mia stupida domanda sul cibo per cani. Ero ancora deciso a fare un buon lavoro e a considerare la Glatt Mart la mia porta d'ingresso a una vita normale.
Mi spiegò anche il significato del termine pareve, che si riferisce agli alimenti considerati neutri, che non contengono carne né prodotti caseari e possono essere mangiati sia con la carne sia con il formaggio, e sono per esempio le verdure, i cereali, le uova e i pesci. Sapevo già che il pesce era pareve, perché un giorno, riponendo in frigorifero vasetti di aringa in salamoia di salsa bianca, avevo chiesto spiegazioni a Howie, e lui mi aveva spiegato che il pesce era pareve.
"In altre parole" avevo chiesto ancora "il pesce non è considerato carne, è così?"
"No, il pesce è considerato pesce" aveva risposto." (pp. 187-189)


Tim Hecker : Utropics / Paragon Point


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