mercoledì 29 febbraio 2012

OPERAZIONE DIABOLICA





E un nuovo documentario sul Genocidio Culturale degli Indiani d'America. Se vi interessa sapere qualcosa, potete andare qui:

Il film della locandina è "Operazione diabolica" diretto da John Frankenheimer e uscito nel 1966.

martedì 28 febbraio 2012

Mi espongo pubblicamente come mai ho fatto in questi anni. Sarà controproducente, mi procurerà casini ma sinceramente non me ne frega nulla. Ci ho pensato e lo faccio. Volevo solo dire che da questi parti si è conosciuto personalmente Luca Abbà, l'attivista no tav. Da mangiarci insieme, parlare, berci, litigare, discutere, sorridere. Ma veramente però e non perché tutti adesso dicono di averlo conosciuto. Questa volta mi espongo perché ne ho lette di cotte e di crude e sono stanco. Davvero stanco di tutto. Siete liberi di fare quello che volete, di pensare quello che volete ma se questo posto e soprattutto il sottoscritto non fa per voi, statevene alla larga, nessun problema, mi dispiace, ma ci sono rotture necessarie. Ho scritto tante volte che il blog chiudeva, eccetera, ma in queste ore la motivazione per dirvi ciao e addio è seria. Sono qui su internet per motivi che non potete nemmeno capire e ne ho piene le scatole di tante cose. Compreso di questo mezzo merdoso in cui sono coinvolto nemmeno so perché o forse so anche perché. Tutto qua. Avete voglia di scrivermi, mettervi in contatto, offrirmi un lavoro anche semplice, parlare, quello che volete? Fatelo, in maniera serena e semplice, per cose serie, per stringere legami seri ma di scherzare e perdere tempo non ne ho più voglia. Nemmeno di scrivere pezzi idioti, eccetera, come spesso ne scrivo. Sembra il lamento di un malato di mente. In parte lo è, credetemi, però basta. Ci sono cose più serie nella vita di scrivere post e libri e dischi e foto e tutto il resto. Ho lo stomaco rotto e il fegato gonfio e i polmoni a pezzi. E vi giuro, è sempre più difficile resistere. Ciao.

da "Vivere fino alla fine dei tempi" di Slavoj Zizek...a proposito di caste...

"Le leggi di Manu devono essere dunque contrapposte al Libro di Giobbe come uno dei testi fondatori dell'ideologia contro uno dei testi fondatori della sua critica. Non sorprende che l'amministrazione coloniale inglese in India innalzò Le leggi di Manu a testo principe da usare come riferimento per stabilire il codice legale che avrebbe reso possibile la più efficiente dominazione dell'India; fino a un certo punto si può persino dire che Le leggi di Manu divenne il libro della tradizione induista solo retroattivamente, quando fu scelto dagli inglesi come rappresentante della tradizione tra un vasto numero di altri testi (lo stesso vale per il suo rovescio osceno, "tantra", anch'esso sistematizzato in un culto oscuro, violento e pericoloso dai colonizzatori inglesi). In tutti questi casi abbiamo a che fare con "tradizioni inventate". E questo implica anche che la persistenza del fenomeno e della pratica sociale degli intoccabili non è semplicemente un residuo della tradizione: il loro numero aumentò durante tutto il diciannovesimo secolo, con il diffondersi di città che mancavano di adeguate reti fognarie, cosicché si aveva bisogno di più fuoricasta che si occupassero della spazzatura e degli escrementi che ne risultavano. A un livello più generale, dobbiamo dunque scartare l'idea che la globalizzazione minacci le tradizioni locali, che appiattisca le differenze: a volte le minaccia, più spesso le mantiene in vita, le resuscita o financo le crea dis-adattandole alle nuove condizioni, ad esempio nel modo in cui gli inglesi e gli spagnoli reinventarono la schiavitù nella prima modernità.
Con l'interdizione formale della discriminazione contro gli intoccabili, la loro esclusione cambiò status e divenne il supplemento osceno dell'ordine ufficiale/pubblico: ripudiata in pubblico, essa continua in un'esistenza sotterranea. Tuttavia, quest'esistenza sotterranea è nondimeno formale (riguarda il titolo/status simbolico del soggetto), ed è per questo che non segue la stessa logica della nota opposizione marxista tra uguaglianza formale e diseguaglianza reale nel sistema capitalista. Qui, è la disuguaglianza (la persistenza del sistema gerarchico di caste) che è formale, mentre nella reale vita economica e legale gli individui sono in certo qual modo uguali (anche un intoccabile può diventare ricco ecc.). Lo status della gerarchia delle caste non è lo stesso di quello della nobilità in una società borghese, che è effettivamente irrilevante, è puramente un tratto che può incrementare il glamour politico del soggetto.
Esemplare è qui lo scontro tra Bhimrao Ramji Ambedkar e Gandhi negli anni Trenta. Nonostante Gandhi fosse il primo politico induista a sostenere la piena integrazione degli intoccabili e li chiamasse "i figli di dio", egli considerava la loro esclusione come il risultato della corruzione dell'originale sistema induista. Gandhi immaginava invece un ordine (formale) di caste non gerarchico all'interno del quale ogni individuo ha un posto assegnato; egli sottolineava l'importanza dell'attività di occuparsi dei rifiuti ed esaltava gli intoccabili perché eseguivano questa "sacra" missione. E' qui che gli intoccabili sono esposti alla maggiore tentazione ideologica: in un modo che prefigura l'odierna "politica identitaria", Gandhi permise loro di "innamorarsi di loro stessi" e della loro umiliante identità, di accettare il loro lavoro degradante come un compito sociale nobile e necessario, persino di vedere la degradante natura del loro lavoro come un segno del loro sacrificio, della loro disponibilità a compiere un lavoro sporco per il bene della società. Anche la sua più "radicale" ingiunzione che tutti, bramini compresi, pulissero la loro merda, offusca il vero problema, che non ha tanto a che fare con i nostri atteggiamenti individuali, ma è piuttosto di natura sociale globale (Lo stesso trucco ideologico è in azione oggi quando siamo bombardati da ogni parte dall'ingiunzione di riciclare i rifiuti personali e di collocare bottiglie, giornali ecc. negli appositi cassonetti. In questo modo la colpa e la responsabilità sono personalizzate: la colpa non è dell'intera organizzazione dell'economia, ma sono i nostri atteggiamenti soggettivi che devono cambiare). Non si tratta di cambiare il nostro io interiore, ma di abolire l'intoccabilità in quanto tale, cioè, non solamente come un elemento del sistema, ma come il sistema stesso che la generea. Contrariamente a Gandhi, Ambdekar vide questo problema con chiarezza quando:

sottolineò la futilità della mera abolizione dell'intoccabilità: dal momento che questo male era il prodotto di una gerarchia sociale di un determinato tipo, era l'intero sistema di caste che doveva essere eliminato:"Ci saranno fuori-casta [intoccabili] finché esisteranno le caste" [...] Gandhi rispose che, al contrario, ciò di cui si trattava era il fondamento dell'induismo, una civiltà che, nella sua forma originaria, ignorava di fatto la gerarchia.

Nonostante Gandhi e Ambedkar si rispettassero a vicenda e spesso collaborassero nella lotta per la dignità degli intoccabili, la differenza tra di loro è qui insormontabile: è la differenza tra la soluzione "organica" (risolvere il problema ritornando alla purezza dell'originale sistema incorrotto) e la soluzione veramente radicale (identificare il problema come "sintomo" dell'intero sistema, il sintomo che può essere risolto solo abolendo l'intero sistema). Ambedkar vide chiaramente che la struttura di quattro caste non unisce quattro elementi che appartengono allo stesso ordine: mentre le prime tre caste (sacerdoti, re guerrieri, mercanti-produttori) formano un Tutto coerente, una triade organica, gli intoccabili sono, come il "modo di produzione asiatico" di Marx, la "parte dei senza parte", l'elemento incongruente all'interno del sistema che occupa il posto di ciò che il sistema in quanto tale esclude -e, come tale, l'intoccabile sta per l'universalità. O, come disse Ambedkar con un arguto gioco di parole:"Ci saranno fuori-casta finché esisteranno le caste". Finché esisteranno le caste ci sarà un elemento eccessivo, escrementale, a valore zero che, anche se formalmente parte del sistema, non ha al suo interno un luogo proprio. Gandhi offusca questo paradosso, come se un'armoniosa struttura di case fosse possibile. Il paradosso degli intoccabili è che essi sono doppiamente marcati dalla logica escrementale: non solo essi si occupano degli escrementi impuri, ma anche il loro status formale all'interno del corpo sociale è quello di escremento."





(e chiudo dicendo: ma davvero qualcuno sentirà la mancanza di un quotidiano come L'Unità?...bah...ho provato a sfogliarlo ma è davvero indecente...)

lunedì 27 febbraio 2012


il nuovo disco di Edda sta per uscire...

e il teaser numero 2 dell'album lo si vede qui:

...e cosa dire di quanto sta succedendo oggi in Val di Susa...tanti ne stanno parlando...è una vicenda che seguo dalla fine dei lontani anni '90...si è scritto e detto tutto quello che c'era da esprimere...anche se io mi sento molto vicino a questo passaggio di un comunicato uscito in questi giorni...ed è su questo che bisogna riflettere...

"Il TAV non è una macchina di morte, è una macchina che ordina la vita, le dà una certa forma, una certa velocità. E si può dire la stessa cosa di ogni manifestazione del capitalismo nelle nostre esistenze. Non si può più dire che il TAV, o qualsiasi altro abominio, sia inutile, assurdo, insensato. “Di fronte ad ogni dispositivo, la domanda sbagliata è: «a che serve?». La domanda giusta, materialista è invece: «cosa produce, quale operazione realizza questo dispositivo?”. La linea ad alta velocità è ideologia materializzata. La concretizzazione, fatta di cemento, d’acciaio e di divise blu di una concezione del mondo del tutto estranea a noi ma che non possiamo permetterci di non capire. Le lunghe liste di ragioni contro il TAV descrivono un’opera priva di senso, anche da un punto di vista statale o capitalistico. Senza nulla togliere all’utilità di tali documenti, per propagare la diffidenza nei confronti del progetto, occorre fare un passo in più e cercare di decifrare la logica dietro quell’infrastruttura apparentemente illogica. Ci manca spesso il linguaggio per farlo, le giuste categorie, abituati ad esprimerci nell’inadatto gergo politico del secolo scorso. Ma vale la pena sforzarsi, perché scoprendo i principi che reggono questo mondo nel cuore della sua infrastruttura potremmo anche trovare la formula per rovesciarlo."

domenica 26 febbraio 2012

giovedì 23 febbraio 2012

Sono avvenimenti che mi interessano molto e di quanto accade ancora oggi in Africa in materia di istruzione & co. ne parlo spesso, litigando, con mia cugina, intanto vi lascio questo articolo: "Famiglia Cristiana si ricorda degli Indiani, ma…"

Lost in the Trees "All Alone In An Empty House"

Non me n'è mai fregato nulla di Adriano Celentano, sia come cantante che come profeta del nulla. Stasera probabilmente due profeti martiri si ritroveranno a celebrare la loro messa serale. A messa e a celebrazioni del genere io non ci vado. E mi sembra di averlo già scritto questo post un po' di tempo fa ai tempi della Rai o qualcosa del genere. E io mi auguro che gente come Santoro, Celentano e compagnia bella spariscano il prima possibile dalla faccia della terra. 


Majirelle [eroina del folk che fu | from Italy to Holland]
Nachtwandler + A034 [ambient downtempo | Monza squat]

info: casablase@gmail.com
www.cablase.noblogs.org

"mi ricordano i familiari dei camorristi che circondano le auto delle forze dell'ordine per impedire gli arresti dei loro congiunti"

mercoledì 22 febbraio 2012



GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO, ore 22, Cascina Autogestita Torchiera, Milano

giovedì 23 febbraio 2012, ore 22

TRoK! proudly presenta

::: Les Rhinocerós [afro math-rock | washington DC]
::: Father Murphy [psychedelic doom | treviso]
::: Above the Tree [noise-folk | senigallia]

::: Les Rhinocerós
[afro math-rock | washington DC]

I Rhinocerós sono una giovane band di Washington che porta lungo le strade un bizzarro mondo sonoro nato dalla fusione tra la tradizione del rock, la world music, il noise, l’ambient e il jazz. La band nasce nel 2008 dall’incontro tra tre teenager ancora alle scuole superiori, ed è cresciuta da allora in maniera selvaggia, spingendo musica e fantasia fino all’estremo.
Emotiva, minimalista, intensa e coinvolgente, quella dei Rhinocerós è musica che va oltre l’immaginazione fino ai limiti della sanità mentale. La band ha proseguito i suoi esperimenti sonori aggiungendo strumenti anche inusuali rispetto al setting classico di una rock-band, giungendo, nel 2011, alla pubblicazione dell’omonimo disco d’esordio su Tzadik, l’etichetta di John Zorn.

::: Father Murphy
[psychedelic doom | treviso]

I Father Murphy sono freddie (voce, chitarra), Chiara Lee (voce, tastiera, percussioni) and Vittorio Demarin (batteria, viola, voce). I rari momenti in cui non sono in tour li trascorrono a Treviso, prevalentemente a registrare, visto che in pochi anni hanno dato alla luce due album e una pletora di EP, split ed edizioni limitate di vario genere. L’ultima fatica, “Anyway your children will deny it”, è in uscita in queste settimane, mixata da Greg Saunier dei Deerhoof, con cui i Father Murphy hanno condiviso il palco lungo il tour americano.
La musica dei Father Murphy è una sostanza oscura che nasce dall’incontro tra drone-music, canti gregoriani, tastiere giocattolo e tradizione cabalistica, il tutto sotto l’influenza dei maestri delle colonne sonore (come Goblin e Morricone) e dell’horror italiano degli anni ’70. A tutto ciò va però aggiunta una buona dose di follia e di humour, perchè le vicende trattate, dalla religione all’eremitaggio, non possono essere prese troppo sul serio.

::: Above the Tree
[noise-folk | senigallia]

Above The Tree nasce nel 2007 come progetto solista di Marco Bernacchia, artista sonoro e visivo marchigiano attivo in precedenza con Gallina e M.A.Z.C.A, i cui quattro album hanno ottenuto ottimi riscontri di critica e pubblico.
La musica di Above the Tree si caratterizza da sempre per la capacità di unire folk ed avanguardia, con costanti richiami all’Africa tribale e al blues delle origini, adagiando il tutto su un tappeto fatto di delicato rumore. Il suo live, di forte impatto visivo, è caratterizzato da un approccio teatrale che pone il corpo sullo stesso livello della musica e in cui è costante l’utilizzo di una maschera da gallo. Dal 2007 ad oggi innumerevoli sono stati i palchi che lo hanno ospitato, dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Spagna, e ancora Portogallo, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacca, Svizzera, Svezia ed Ucraina. Un tour senza sosta alcuna durato 4 anni.
Nel gennaio 2012, in seguito all’incontro con Matteo Sideri (elettronica/percussioni) uscirà il suo primo disco in duo; per l’occasione quindi il nome del progetto verrà trasformato in Above the Tree & E-side. Il disco si intitolerà WILD e verrà prodotto dall’etichetta bolognese Locomotiv Records.
In Wild il lato mantrico caratteristico del suono di Above The Tree/Marco Bernacchia è esaltato e rafforzato dal beat primitivo di Matteo Sideri. L’unione dei due musicisti conduce il disco verso atmosfere desertiche in cui il vento del Sahara sembra fare da sfondo alle timbriche contaminate dal blues del delta e in cui i ritmi sono sviluppati ad hoc per animare le voci ancestrali degli indiani d’America.
Quest’onda sinuosa e maestosa volteggia su un linguaggio di confine che conduce chi ascolta verso un nuovo mondo selvaggio.

lunedì 20 febbraio 2012

NOVANTA "Bedroom metal" (Zeit Interference - Lizard records)


Vi segnalo l'uscita di un disco veramente bello "Bedroom metal" di Novanta e per ora mi limito 1) a consigliarvi caldamente di andare  qui dove potete scaricarlo gratuitamente e 2) a lasciarvi il comunicato che vi spiega un po' di cosa si tratta. Nei prossimi giorni avrò modo di parlarvene meglio e concludo dicendo che ve lo consiglio perché oltre a essere un bellissimo album, dietro Novanta si nasconde una bella persona, una di quelle che è sempre più difficile trovare negli ambienti "artistici" e non solo. Lui dirà che esagero ma è la pura e semplice verità. La si respira sin da subito questa sensazione. E allora scaricatelo e ascoltatelo con attenzione, spegnete la televisione, il computer, il cellulare, abbandonate per un po' il libro che state leggendo, eliminate le fonti di distrazioni e ascoltatelo, vi conquisterà.

"Negli anni Novanta Layne Staley era ancora vivo, Mark Kozelek metteva in scena il suo dramma intimista chiamato Red House Painters, Billy Corgan sognava un rock migliore, i My Bloody Valentine davano un senso al caos e i Mogwai cominciavano una storia fantastica di arpeggi e crescendo. Negli anni Novanta c'erano le torri gemelle, le notti magiche, tangentopoli, le stragi di mafia, il centrodestra di Berlusconi e il centrosinistra di Prodi, la lira ipersvalutata, il petrolio a dieci dollari il barile.  Negli anni Novanta Angelo Badalamenti compose la più bella colonna sonora di sempre, mentre il grande Lance Henriksen ebbe finalmente un ruolo di primo piano con Millennium. Negli anni Novanta si pensava un Duemila fatto di auto volanti, teletrasporto, viaggi spaziali e guerre solo stellari. Ecco perché Novanta si chiama Novanta. Una sorta di commento sonoro al rallentatore per ricordare i tempi che furono e per raccontare lo stato d'animo di chi si aspettava un ventunesimo secolo dalle tinte differenti. Non a caso, novanta è anche il numero che rappresenta la paura. 

 P.S. - Negli anni Novanta è nata anche Lizard records, che ancor oggi non smette di stupirsi ed emozionarsi quando incontra e condivide momenti di incanto minimale e poesia filmica come in "Bedroom metal", collocabile "giornalisticamente" su versanti post-rock e shoegaze (ma le definizioni spesso, come in questo caso, diventano persino ingombranti)"
   

Intervista ai Kovlo


I Kovlo sono una band postrock svizzera che seguo da tantissimi anni e che ho intervistato per Lankelot. Potete leggere la lunga chiacchierata che spazia dalla musica ai rapporti fra Italia e Svizzera andando qui.

domenica 19 febbraio 2012

...

- Simon Ortiz: Shock, Arizona, proibite le opere dei Nativi

- adesso che un film sul carcere ha vinto a Berlino (e un altro sulla Diaz) mi toccherà sentire e leggere le solite belle parole di una certa fascia di popolazione (spesso di sinistra) a cui piace tanto indignarsi, discutere, sentire "umana empatia" (ma per favore) per questa gente, riempire i teatri per discussioni e spettacoli chessò su Cucchi & Co., gli stessi che nella vita quotidiana si tengono poi ben alla larga da quelli che in carcere ci sono stati, gli stessi che degli immigrati/rom/spacciatori/rapinatori/tossici (la gran parte dei prigionieri delle carceri) non gliene frega assolutamente un cazzo e se ne hanno uno vicino si stupiscono se non è come quello che vedono al cinema o di cui leggono sui giornali/settimanali/libri intellettual chic.  Ecco, voi (e per voi mi auguro loro), andatevi a vedervi il film e non rompete i coglioni. Ricordatevi solo che non ci vuole nulla per finire almeno una notte dentro. 


- Michel Focault "Sorvegliare e punire"  (un libro che leggeva e rileggeva un amico che non vedo da tantissimo e che ha segnato profondamente la mia vita...io e lui discutevamo parecchio di questo libro e di molto altro, seduti sul divano della sua casa diroccata, con accanto posaceneri stracolmi di mozziconi e una sciarpa del Catania)

- un posto bellissimo che ho visto 15 anni e che viene demolito


- tutte le volte che rileggo i libri di Bret Easton Ellis devo ammettere a me stesso che somiglio a moltissimi dei suoi personaggi.




sabato 18 febbraio 2012

Meek's Cutoff - Il sentiero di Meek


Due parole qui su Lankelot. Un film per tutti quelli che amano il western, i silenzi e i film senza quasi dialoghi, firmato da una regista che amo follemente, Kelly Reichardt, autrice fra l'altro di "Wendy e Lucy" e "Old Joy". Ieri un amico mi ha detto che sono un esterofilo di merda...e un po' è vero...ma fin da quando son piccolo non ho mai apprezzato quasi nulla della musica/letteratura/cinema italiani e l'unico regista italiano di cui riesco a guardare i film senza farmi venire l'orticaria è Antonioni più due film di Fellini, tutto il resto mi respinge inesorabilmente...anche il neorealismo non mi è mai piaciuto particolarmente...e continuo ad aspettare un regista che filmi la penisola come piacerebbe a me...e magari ce ne sono e non ne so niente perché di film ne so poco ma quando mi capita di guardare qualcuno dei film di giovani registi con attori di cui si parla un gran bene mi dispiace per aver perso tutto quel tempo dietro a pellicole insignificanti che non mi trasmettono proprio nulla...gli unici due film che ricordo con piacere sono "Gomorra" e "Le conseguenze dell'amore" ma che sembrano tanto degli eventi estemporanei e non ripetibili...

venerdì 17 febbraio 2012

Appunti sparsi (Michel Houellebecq)

"Incapace di nostalgia
invidio la calma dei vecchi
la piccola morte nei loro sguardi,
la loro aria al di qua della vita.

Incapace d'impormi
invidio la sete dei conquistatori
la semplicità dei bambini,
il modo che hanno di piangere.

Il mio corpo teso fino al delirio
attende come un avvampare
un divenire, uno schiocco;
la notte mi esercito a morire."


"La letteratura è, profondamente, un'arte concettuale, è persino, per essere esatti, la sola. Le parole sono concetti; i cliché sono concetti. Nulla può essere affermato, negato, relativizzato, deriso senza l'aiuto dei concetti, e delle parole. Di qui la straordinaria robustezza dell'attività letteraria, che può rifiutarsi, autodistruggersi, dichiararsi impossibile senza smettere di essere se stessa. Che resiste a tutte le mises en abyme, a tutte le decostruzioni, a tutte le accumulazioni di gradi, per quanto sottili; che si rialza semplicemente, si scrolla e si rimette sulle zampe, come un cane che esce da uno stagno.
Contrariamente alla musica, contrariamente alla pittura, contrariamente anche al cinema, la letteratura può così assorbire e digerire quantità illimitate di derisione e di umorismo. I pericoli che la minacciano oggi non hanno nulla a che vedere con quelli che hanno minacciato, talvolta distrutto, le altre arti; dipendono assai di più dall'accelerazione delle percezioni e delle sensazioni che caratterizza la logica dell'ipermercato. Un libro infatti non può essere apprezzato che lentamente; implica una riflessione (non soprattutto nel senso di sforzo intellettuale, ma in quello di ritorno indietro); non c'è lettura senza fermata, senza movimento inverso, senza rilettura. Cosa impossibile e persino assurda in un mondo in cui tutto si evolve, tutto fluttua, in cui niente ha validità permanente: né le regole, né le cose, né gli esseri. Con tutte le sue forze (che furono grandi), la letteratura si oppone alla nozione di attualità permanente, di perpetuo presente. I libri richiamano dei lettori; ma questi lettori devono avere un'esistenza individuale e stabile: non possono essere puri consumatori, puri fantasmi; devono essere anche, in qualche manierea, dei soggetti. Minati dalla vile ossessione del politically correct, sbalorditi da un fiotto di pseudoinformazioni che danno loro l'illusione di una modificazione permanente delle categorie dell'esistenza (non si può più pensare ciò che si pensava dieci, cento o mille anni fa) gli occidentali contemporanei non riescono più a essere dei lettori; non riescono più a soddisfare l'umile richiesta di un libro posato davanti a loro: essere semplicemente degli esseri umani che pensano e sentono da soli. 
A maggior ragione, non possono sostenere questo ruolo di fronte a un altro essere. Però sarebbe necessario: poiché questa dissoluzione dell'essere è una dissoluzione tragica; e ciascuno, mosso da una nostalgia dolorosa, continua a chiedere all'altro ciò che non può più essere; a cercare, come un fantasma accecato, quel peso d'essere che non trova più se stesso. Quella resistenza, quella permanenza, quella profondità. Naturalmente ciascuno fallisce, e la solitudine è atroce."


(Appunti sparsi tratti da "La ricerca della felicità" di Michel Houellebecq e non confondetelo con quell'orribile film di Gabriele Muccino)
(Qui il video dei Father Muprhy "In Their Graves", tratto dall'album ...And He Told Us to Turn to the Sun (Aagoo, 2009)

giovedì 16 febbraio 2012

Father Murphy - Anyway Your Children Will Deny It


Qualche settimana fa è morto un anziano signore che conoscevo fin da adolescente e questo disco probabilmente gli sarebbe piaciuto. Mi correggo, forse i Father Murphy gli sarebbero stati simpatici. Perché? Stessa spaventosa cupezza che sa di dramma e malefici. Se giravi per la città alle 9 lo trovavi sul lungofiume, alle 3 nella solita bettola a parlare e urlare con studenti e suoi simili, alla sera dipendeva da come gli era andata la giornata ma sempre e comunque (se non era collassato da qualche parte o se non si era fatto rovinare da qualcuno) lo vedevi arrivare col suo zaino in spalla, i suoi cartoni di vino infilati nei sacchetti del supermercato, la sigaretta in bocca e magari fra le mani un quotidiano trovato da qualche parte e che gli serviva come base per i suoi lunghi monologhi. Facevi la sua conoscenza se gli offrivi una sigaretta o da bere oppure se avevi una ragazza vicino a te oppure se eri una ragazza molto bella e preferibilmente svestita. Aveva sempre voglia di scopare e ci riusciva solo con quelle conciate male come lui. Talvolta era lui a stanarti da qualche parte e a volersi inserire nella partita che si stava giocando e liberarsi di lui non era uno scherzo. Non è morto come voleva e gli ultimi giorni, da quanto mi hanno raccontato, li ha trascorsi in una casa di cura dove era stato fatto ricoverare dal comune. Non eravamo amici, non eravamo niente io/noi e lui. Posso solo dire che quando l'ho conosciuto diceva di avere 65 anni e che non aveva mai lavorato in tutta la sua vita. Sembra una storia come tante altre, se ne leggono e se ne ascoltano tante di storie del genere però quando incontri persone di questo tipo e ti siedi con loro su una panchina, dividi con loro da mangiare e magari anche una coperta e una cicca per ripararsi dal freddo allora quelle persone non te le dimentichi più e te le porti sempre con te e ne parli, ne scrivi, più spesso le ricordi.

mercoledì 15 febbraio 2012

Michel Houellebecq


Vediamo poca gente ma per lui la porta di casa nostra sarà sempre aperta e potrà fermarsi per tutto il tempo che riterrà opportuno, poco o tanto che sia.

martedì 14 febbraio 2012

Ho ricominciato a rileggere nuovamente tutte le sue opere, quante volte l'ho già fatto? Ma non posso farne a meno. Ma proprio tutte le ho lette e rilette anche quelle che tutti odiano.

“Caro Amico. Sono anarchico da sempre, non ho mai votato, non voterò mai per niente né per nessuno. Non credo agli uomini.”  (LFC)

E qui ciò che scrisse Louis dell'odiosissimo Sartre.

Aliens & Anorexia


Chris Kraus - Aliens & Anorexia

“UNA DELLE VOCI PIU’ SOVVERSIVE DELLA LETTERATURA AMERICANA CONTEMPORANEA” (Los Angeles Time Book Review)

Tra filosofia, letteratura, cinema, arte contemporanea e teatro sperimentale seguiamo il viaggio, reale e simbolico, compiuto dall’autrice per promuovere il suo film. incisiva, trasgressiva, intimamente femminile, radicale e brillante, l’opera è insieme autobiografia e critica d’arte, pensiero filosofico e finzione letteraria.

Figura di spicco della scena artistica newyorkese del Village, scrittrice, filosofa, regista ed editore, Chris Kraus arriva per la prima volta in Italia con Aliens & Anorexia: incisiva, trasgressiva, intimamente femminile, radicale e brillante, l’opera è insieme autobiografia e critica d’arte, pensiero filosofico e finzione letteraria. Tra filosofia, letteratura, cinema, arte contemporanea e teatro sperimentale seguiamo il viaggio, reale e simbolico, compiuto dall’autrice per promuovere il suo film Gravity & Grace. Da Walter Benjamin a Andy Warhol, da Ulrike Meinhof a Simone de Beauvoir passando per Jean-Paul Sartre e André Breton, fino all’amico intimo Paul Thek, di cui si pubblicano brani dei suoi diari, e all’alter ego dell’autrice, la filosofa Simone Weil: un flusso ininterrotto collega, senza lasciare scampo, arte e vita. Un intreccio delicato che diventa ribellione aperta nei confronti di un sistema ingabbiato nei propri inscalfibili pregiudizi, dove, a dispetto delle supposte conquiste di libertà, una donna viene a definirsi all’interno della società prima di tutto, ancora ed essenzialmente in base al suo sesso: ecco allora che l’anoressia, in quanto “violenta lacerazione della catena del desiderio”, si presenta come reazione ultima – e mortale – alla crudeltà della bellezza, nella vita così come nell’arte. “Rendete pubblica la vostra morte!” grida Ulriche Meinhof nella pièce che la vede protagonista insieme ad Andy Warhol, e in questa citazione da parte dell’Autrice è rintracciabile un tentativo disperato di incontro con l’Altro per eccellenza, l’Alieno a cui, in un ultimo sussulto vitale, si concede.

L'AUTRICE

Chris Kraus. Originaria della Nuova Zelanda, approda all’età di 21 anni a New York, dove diventa una figura di spicco nel mondo artistico del Village. Con Sylvere Lotringer fonda la casa editrice Semiotext(e), che fa conoscere al pubblico statunitense le opere di Baudrillard, Deleuze, Guattari.
Diventa una scrittrice non convenzionale, a cui preme cogliere le emozioni, prendere il privato per farne un’avventura filosofica: il personale è finalmente concettuale. Il suo primo romanzo I love Dick (1997) diventa un caso letterario. Del 2000 il secondo, Aliens & Anorexia, con cui viene tradotta per la prima volta in Italia.

Qui potete leggere qualcosa e qui un bell'articolo di Tommaso Pincio.

sabato 11 febbraio 2012

Devil Town

Febbraio è un mese di merda perché oltre all'inverno ci sono pure il Carnevale con tutti i suoi schifosissimi dolci e San Valentino. Sarebbe bello che in quei giorni di festa si aggirassero per le strade dei veri e propri licantropi, fantasmi, assassini, tossici, pipistrelli e tutto il resto di cui la gente indossa i costumi. Sarebbe un gran bello spettacolo e finalmente potrei divertirmi anch'io. (Di febbraio apprezzo solo lo splendido Io sono Febbraio)

Daniel Johnston - Devil Town

venerdì 10 febbraio 2012

HARPO CONIGLIO E IL MISTERO DI FACEBOOK

Qui trovate la recensione del libro di Luca Martello "Harpo Coniglio e il mistero di Facebook", Piano B Edizioni.

La fuga di Martha


"Sforbiciate" di Fabrizio Gabrielli (Piano B Edizioni)


"Fraseggi, fuori area e fuori fuoco, in cui il gioco del calcio si fa metafora della vita e la vita grimaldello interpretativo del calcio: storie semivere di uomini specialissimi, colti nell'istante in cui sono stati, a volte per caso, calciatori, presidenti, tifosi, pei quali un'entrata in scivolata del Destino ha significato fine della carriera. O gloria imperitura.  Ogni sforbiciata è la narrazione di incroci imprevisti e imprevedibili, giocate inaudite, retroscena inediti. Centravanti che segnano goal di tacco ai derby, crist'in croce che sembrano voler parare i peccati del mondo, partigiani che sanno già come giocare la palla prim´ancora che gli arrivi tra i piedi. Epopee popolari intagliate sulla traversa, rovesciate dettate e dittatori rovesciati, prodezze da fuori area e assolo di Django Reinhardt, pennellate di Dalì e Gauguin, cori da stadio con la voce acuta di Caterinetta Lescano, le mirabìlie del calcio negli occhi vispi di Gagarin e in quelli tristi di Pertini prima d'essere deportato a Santo Stefano. Narrazioni in cui la vera protagonista è l'umanità tutta, con le sue mille sfaccettature, i suoi mille caratteri diversi, miscelati da quell'unica passione capace ancora di trasformare una vita in leggenda.
Il volume è arricchito da 16 illustrazioni originali dell'artista argentino Maximiliano Chimuris, e un racconto di Davide Enia."

Fabrizio Gabrielli, "Sforbiciate", Piano B Edizioni, pag. 176

giovedì 9 febbraio 2012

John Barth

Amo le opere di John Barth e ho l'abitudine di rileggerle spesso, mi è successo nuovamente in questi giorni con "La fine della strada", la rilettura è nata per caso, poi per riscoprire alcuni passaggi, poi per un motivo stupidissimo che non starò a dire perché lo giudichereste completamente folle...credetemi è folle e lascio stare...e non ha ottenuto l'effetto voluto e mi sono sentito ancora una volta una merda....detto questo, ho letto da qualche parte che Genna scrive (posso anche sbagliarmi) che non si può provare empatia per il protagonista...beh, ecco, allora, come mi devo sentire se tutte le volte che rileggo questo libro mi sento invece vicino al protagonista?...se qualcuno per caso l'ha letto potrebbe provare ribrezzo per il sottoscritto...o anche no...però la prima volta che lo lessi gettai letteralmente il libro contro un muro perché era come leggere di me stesso...ancora peggio è stato sentirsi dire che utilizzo questo libro per giustificare me stesso...ci sto ragionando sopra e penso che sia una grande stronzata quella che mi è stata detta...ma anche no perché un fondo di verità forse ce l'ha...ma anche no...perché quando incontri una persona che è lì apposta per ribaltare ogni cosa che dici non si capisce più un cazzo...ecco...allora è anche per questo che mi sento vicino al protagonista di questo libro...ma anche no...però anche sì.


Il Manifesto

Potrei scrivere stupidaggini e allora mi limito solo a dire che Il Manifesto è un quotidiano che gira in casa mia praticamente da sempre, anche se non sono mai stato comunista ma bensì anarchico e così gli altri che vivono con me, adesso che le mie/nostre tasche si sono notevolmente svuotate lo compro solo in occasioni speciali, quando me lo posso permettere, sabato e domenica ma non l'ho mai abbandonato per acquistare altri quotidiani tipo quello schifo di giornale che è Il Fatto Quotidiano (non ho mai sopportato i vari Furio Colombo, Antonio Padellaro, Marco Travaglio & Co. e l'inserto Saturno è veramente brutto). Appena ho l'occasione di entrare in una biblioteca che ha l'emeroteca mi siedo a leggerlo, anche perché sono davvero pochissimi quelli che lo leggono. Lo leggo perché scrive d'altro rispetto alla maggioranza dei giornali (nei giorni scorsi mi è capitato di sfogliare L'Unità e l'ho trovata indecente) e ne scrive in altro modo, perché mi fa incazzare per alcune sue posizione e mi fa sentire meno solo, perché certe volte mi viene voglia di accartocciarlo perché sono quattro pagine in croce che sembrano fotocopiate dagli anni '60 e altre di conservarlo, perché se sono così innamorato dei libri lo devo anche alle sue pagine culturali. Detto questo, Il Manifesto è in liquidazione coatta ed è prossimo alla scomparsa. Si potrebbero aprire discorsi infiniti, su tutto, sul mondo che cambia, sulle nuove tecnologie, sui contributi statali, etc etc ma per adesso lascio la copertina e l'editoriale.


"Senza fine"

Siamo alla prova cruciale, al corpo a corpo con la nostra stessa vita materiale e politica. Il manifesto andrà in liquidazione coatta amministrativa. Verranno funzionari di governo, che si sostituiranno al nostro consiglio di amministrazione. È una procedura cui siamo stati costretti dai tagli alla legge dell'editoria. Noi, come altre cento testate, nazionali e locali, non potremo chiudere il bilancio del 2011. Mario Monti e il ministro Passera potrebbero riuscire dove Berlusconi e Tremonti hanno fallito. Usiamo il condizionale perché non abbandoniamo il campo di battaglia e siamo ancora più determinati a combattere contro le leggi di un mercato che della libertà d'informazione farebbe volentieri un grande falò. La fine del manifesto sarebbe la vittoria senza prigionieri di un sistema che considera la libertà di stampa non un diritto costituzionale ma una concessione per un popolo di sudditi. La fisionomia della nostra testata, il suo carattere di editore puro, il nostro essere una cooperativa di giornalisti, hanno sempre costituito una felice anomalia, un'eresia, la testimonianza in carne e ossa che il mercato non è il monarca assoluto e le sue leggi non sono le nostre. Il compito che ci assumiamo e a cui vi chiediamo di partecipare è tutto politico. I tagli ai finanziamenti per l'editoria cooperativa e politica non sono misurabili «solo» in euro, in bilanci in rosso, in disoccupazione. Naturalmente, se avessimo la testa di un Marchionne sapremmo cosa fare per far quadrare i bilanci. Così come un vero mercato della pubblicità ci aiuterebbe a far quadrare i conti, e un aumento dei lettori nel nostro paese ci farebbe vivere in una buona democrazia. Ma è altrettanto evidente che le nostre difficoltà sono lo specchio della profonda crisi della politica, l'effetto di quella controrivoluzione che ha coltivato i semi dell'antipolitica, del «sono tutti uguali» fino a una sorta di pulizia etnica delle idee e dell'informazione. Care lettrici e cari lettori, siamo chiamati, noi e voi, a una sfida difficile e avvincente. Dovremo superare nemici visibili e trappole insidiose. Sappiamo come replicare alle politiche di questo governo, ma siamo profeti disarmati contro il successo del populismo, che urla contro il potere assumendone modi e fattezze. State con noi, comprateci tutti i giorni, abbiamo bisogno di ognuno di voi. Adesso che tutti hanno imparato lo slogan dei beni comuni, lasciateci la presunzione di avere rappresentato una delle sue radici, antica e disinteressata. Ed è per questo che nell'origine della nostra storia crediamo di vedere ancora una vita futura."

mercoledì 8 febbraio 2012

SOAP&SKIN - Narrow

Finalmente è arrivato il nuovo disco di uno di quegli artisti capaci di toccarmi nel profondo, un'artista come l'austriaca Anja Plaschg aka SOAP&SKIN. Il precedente "Lovetune For Vacuum" non so quante volte l'ho ascoltato in questi anni. Su Lankelot ne avevo scritto così.

martedì 7 febbraio 2012

I fuochi del Nord - Derek Nikitas

Trovate qui la recensione del romanzo di Derek Nikitas.

Ultimi film visti o rivisti

Una lista incompleta di alcuni film visti o rivisti al cinema o in televisione per l'ennesima volta negli ultimi tempi e mesi (ne mancano sicuramente tanti altri):

"Sacrificio" di Andrej Tarkovskij
"Gertrud" e "Ordet" di Carl Th. Dreyer
"Naked" di Mike Leigh
"Alice in Wonderland" di Tim Burton
"I racconti di Terramare" di Goro Miyazaki
"Wendy and Lucy", "Old Joy" e "Meek's Cutoff" di Kelly Reichardt
"Mosse vincenti" di Thomas McCarthy
"The Housemaid" di Im Sang-soo
"Duello a Berlino" di Michael Powell e Emeric Pressburger
"Le idi di marzo" di George Clooney
"Al fuoco! I pompieri" di Milos Forman
"Michael Clayton" di Tony Gilroy
"Rambo" di Ted Kotcheff
"Una tomba per le lucciole" di Isao Takahata
"Exit through the gift shop" di Bansky
"Le armonie di Werckmeister" e "Satantango" di Bela Tarr
"Corvo Rosso non avrai il mio scalpo" di Sidney Pollack
"I misteri di Lisbona" e "Klimt" di Raul Ruiz
"Il trionfo della volontà" di Leni Riefenstahl
"Come vinsi la guerra" e "Io e la vacca" di Buster Keaton
"Melancholia" (e per l'ennesima volta tutto il resto della sua filmografia) di Lars Von Trier
"This is England" di Shane Meadows
"Un gelido inverno" di Debra Granik
"Mary and Max" di Adam Elliot
"Lo stravagante mondo di Greenberg" di Noah Baumbach
"Va e vedi" di Elen Klimov
"Sentieri selvaggi", "Ombre rosse" di John Ford
"Lo spaccone" di Robert Rossen
"I cancelli del cielo" di Michael Cimino
"The Tree Of Life", "I giorni del cielo", "La rabbia giovane" e "The New World" di Terrence Malick
"Kinatay" di Brillante Mendoza
"Non avere paura del buio" di Troy Nixey
"Let Each One Go Where He May" di Ben Russell
"Kick-Ass" di Matthew Vaughn
"Submarino" di Thomas Vinterberg
"Noi credevamo" di Mario Martone
"Super 8" di J. J. Abrams

lunedì 6 febbraio 2012

Mike Kelley

Un piccolo ricordo dell'artista newyorkes morto, forse suicida, nei giorni scorsi e che magari qualcuno di voi ricorderà come l'autore della copertina del disco dei Sonic Youth "Dirty". Qui il suo sito.


domenica 5 febbraio 2012

Poesia

Nei giorni scorsi è morta la poetessa Wislawa Szymborska. Le sue poesie erano molto belle ma non sono mai state fra le mie preferite. Leggo molta poesia ma fatico a scriverne perché non ho sufficienti strumenti per farlo e allora preferisco tacere. Uno dei libri che più mi hanno segnato nella mia vita e continuano a farlo è "I Cantos" di Ezra Pound. Voi starete pensando alle solite cose, ve lo concedo, ma è davvero troppo riduttivo concentrarsi sempre e solo su quelle questioni. Ovvio che ci si trovi di fronte a un testo/autore controverso che mette a dura prova ciascun lettore ma io non smetterò mai di leggerlo, di portarlo con me, di pensare a molti suoi versi.


sabato 4 febbraio 2012

Se togli l'acqua della marea con un secchio da quattro soldi, allora tu e la luna potete spostarne un bel po'

Trascrivo un brano tratto da "Il dilemma del prigioniero" di Richard Powers, romanzo del 1988 e pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1996, che tanto tempo fa mi fu regalato per il mio compleanno da una bellissima persona che vive fra bazar, cinema e vuoti e che ogni giorno, pur non vedendolo quasi più, mi aiuta a rimanere in vita.

"Mio padre ci parlava solo per mezzo di una batteria di detti favoriti, una specie di stalla di cavalli da lavoro tenuti sellati per ogni occasione. Quelli più comuni stanno ancora con me, familiari come l'abc. Non potevamo mai essere sicuri di quale nuovo sconvolgimento potesse estrarre dalle abusate massime, in quale situazione estranea potesse incunearle. Le faceva significare tutto e l'opposto di tutto. Tutto quello che sapevamo in anticipo era che ogni volta che il mondo minacciava di imbrogliarci, ogni volta che avevamo assoluto bisogno che lui ci assicurasse che la vita poteva ancora essere reinventata, ricorreva invece a uno o all'altro dei suoi detti preferiti. Per moltissimo tempo supposi che tutti i padri si comportassero in questo modo. In fondo è risaputo che tutti gli indiani camminano in fila indiana. Anche so che secondo lui avere dei detti familiari, a lungo andare ci sarebbe risultato più utile del semplice affetto. Riandando al passato, vedo quanto desiderasse che ci piacessero le sue misteriose omelie come piacevano a lui. Intendeva che ci sostituissero a lui, l'individuo lontano perduto in un'astrazione. Ma noi non ci riuscivamo, e loro non lo facevano. Non a quel tempo. Non capivo neppure che cosa significassero, cosa stesse annunciando il vecchio per tutto il tempo, o che cosa volesse combattere; non lo capii se non dopo la sua morte. Il vero imprigionamento di mio padre era nascosto in quei singoli indiani in fila indiana, in "C'è di più in chiunque di quanto chiunque sospetti" e in poche altre massime. Insieme a quelle due, preferiva "Prendete quello che volete, ma mangiate quello che prendete", una metafora applicata di volta in volta al bisogno di lungimiranza, all'inseparabilità dei mezzi e dei fini e all'impossibilità di una vera soddisfazione. Poi c'era il paradossale "Qualche volta abbiamo bisogno di essere blanditi per agire di nostra iniziativa". Tutte le volte che ricorreva a questa massima io ribattevo "Dicci quanto siamo liberi, papà. Dimmi quanto sono libero". La sua frase che mi ossessionava di più quand'ero giovane, che sembrava la più bella e imperscrutabile, che si avvicinava di più a trascinarmi oltre la barricata dentro la cella dove lui si consumava, era "Se togli l'acqua della marea con un secchio da quattro soldi, allora tu e la luna potete spostarne un bel po' ". Per quanto misterioso e poetico fosse l'onnipresente distico, non supposi mai neppure per una volta, finché non finirono le ripetizioni, che il nemico di papà era la necessità, e quello che il privato cittadino poteva fare per lottare contro di essa, ammesso che potesse fare qualcosa. Ricordo la sua frase più pressante: se io rompevo un vaso che ricordava qualche anniversario, o mia sorella si disperava leggendo i titoli di giornale, o nostra madre andava in pezzi per l'ultima forte febbre del vecchio, dal suo semicoma lui diceva "Supponiamo che il mondo sia già perduto". Supponiamo che lo sia, perché lo è. Non ho mai seguito il suo consiglio, non mi sono mai preso il disturbo di supporre, mentre lui era ancora in vita, perché ho sempre pensato che lui usasse questa frase, la più cruciale di tutte le sue frasi, come un modo di evadere dal campo di concentramento della coscienza, in cui tutti veniamo gettati. Proprio il contrario. "Supponiamo che il mondo sia già perduto". In qualche modo papà aveva capito che rinunziare a tutto è l'unica possibilità che abbiamo di salvare ciò a cui teniamo. Ma l'aforisma che mi rivelava il vecchio, la frase che mi permetteva di mettere piede al di là del cancello sbarrato, incisa a fuoco nella mia memoria dalle migliaia di ripetizioni, era "Il Destino è la roba che ficchiamo nella capsula del tempo". La sua variante preferita era "Questo posto è il modo in cui ci siamo arrivati". Quando era vivo, e la diceva a ogni occasione che gli si presentava, tutto quello che la frase faceva era di infastidirmi. Ma quando, alcuni giorni dopo che se ne era andato via per sempre, mi riecheggiò nella mente un'ultima volta, capii infine che in questo modo chiedeva il perdono della storia."

I fuochi del nord


A breve la recensione su Lankelot de "I fuochi del nord" di Derek Nikitas. A questo link trovate delle informazioni relative al libro pubblicato dalla neonata casa editrice noir milanese Revolver.

venerdì 3 febbraio 2012

Abbazia di San Pietro al Monte

L'Abbazia di San Pietro al Monte, nel comune di Civate, provincia di Lecco, è uno dei luoghi più belli e misteriosi della mia zona (insieme al Parco del Monte Barro con notevoli resti di epoca tardo romanica). Dieci minuti da casa mia per arrivare al parcheggio e cominciare la camminata e salire fino in cima. Come se già non bastassero tutte le ferite inflitte alle zone da cui provengo ecco che negli ultimi mesi si è cominciato a parlare della possibilità che la cava esistente sull'altro versante della montagna (tutti quelli che da Milano salgono verso la Valtellina sanno di cosa sto parlando) e di proprietà della Holcim, multinazionale svizzera, si espanda ulteriormente mettendo così in serio pericolo l'esistenza e la bellezza dell'intero complesso. Non ci sono parole. Eppure situazioni come queste dovrebbero servire per mettere in moto tutta una serie di discussioni per ribaltare completamente una certe visione del futuro. Quando sento parlare di modernità, di progresso, di stabilità io sento puzza di passato, di logiche stantie e assassine e purtroppo è da situazioni come queste che si capisce quanto l'uomo sia sostanzialmente un idiota con la testa piena di spazzatura.

Qui potete leggere qualcosina sull'Abbazia e qui il comitato che si sta opponendo da anni alla devastazione di quel territorio.

(WU LYF - Split It Concrete Like The Colden Sun God)

giovedì 2 febbraio 2012

Fisicamente non si somigliano per niente ma caratterialmente sì e parecchio. Zeman e mio padre. Mio padre (come il sottoscritto) lo adora da anni e quest'anno mio padre, interista, si è messo a tifare anche per il Pescara, l'anno scorso per il Foggia. So quanto faccia bene a mio padre pensare ad altro e se Zeman gli dà una mano sono grato a Zeman. E allora mi auguro che il Pescara atterri in Serie A. Me lo auguro babbo.





Qui trovate la recensione di "Polina" di Bastian Vivès

Rodan

"Rusty" dei Rodan è uno dei dischi che ascolto praticamente da quasi metà della mia vita...e se poi ascolto i Rodan poi mi viene voglia di riascoltare gli Slint e non se ne esce più.

Jungle Jim

mercoledì 1 febbraio 2012

Polina - Bastine Vivès


Ho preferito l'altra sua opera, "Il gusto del cloro", ma non so perché questa storia di danza mi è rimasta dentro.