martedì 23 ottobre 2012

Tatuaggi e stermini



Appena finito di leggere l'ultimo libro di Nathan Englander "Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank", un ottimo libro anche se ho preferito "Per alleviare insopportabili impulsi", pur non trovandolo pienamente nelle mie corde, mi sono imbattuto in un articolo di Jodi Rudoren pubblicato dal The New York Times e riproposto da Internazionale numero 971 dal titolo "Scritto sulla pelle" (con le foto di Uriel Sinai) dedicato ai giovani israeliani che si tatuano un numero sul braccio per conservare le sofferenze patite dai loro familiari durante l'Olocausto. Un capitolo quello della memoria che mi interessa particolarmente: perché ricordare? Come ricordare? Come muoversi quando i testimoni diretti muoiono e non rimangono che documenti, libri, registrazioni, ricordi sbiaditi? Non so dire se ciò che fanno questi israeliani ha un senso, per loro probabilmente sì, ma la loro scelta mi ha ricordato la mia amica israeliana che ha avuto trequarti della propria famiglia originaria spazzata via nell'Est Europa e che come ho già scritto una volta vive decisamente male il suo rapporto con l'Olocausto che è diventato per lei una sorta di peso da cui non riesce a liberarsi. Per protesta, individuale, lei si è fatta tatuare un codice a barre esattamente nel punto in cui i nazisti marchiavano i prigionieri. Suo fratello la disprezza per questo motivo (anche se non è vero che la disprezza), i suoi genitori ci hanno messo anni per accettare questa roba che secondo loro la fa sembrare uno yogurt scaduto (considerazione cattiva e pungente perchè lei ha qualche chilo in più, secondo lei almeno quindici) e solo sua sorella (ragazza dolcissima e che cucina benissimo) ha capito fin da subito le ragioni profonde di questo suo gesto, tatuaggio che non ha mai sbandierato ai quattro venti (gira sempre con maniche lunghe ma non per questo motivo ma perchè soffre il freddo come me) ma che è ovvio notare quando la si incontra. Quando poi uno scopre che questa ragazza dalle dita lunghissime è israeliana scatta un ulteriore stupore. Lei vi risponderà sempre (anche se è particolarmente aggressiva) sull'Olocausto, vi dirà cosa ne pensa del conflitto coi palestinesi, vi parlerà del suo annuale viaggio da sola in un campo di concentramento, vi parlerà di tutto ciò che può significare essere  israeliana, etichettati come ebrei anche se siete atei, ma se voi la faceste parlare chessò di Motown o film di fantascienza lei sarebbe decisamente più contenta.

Ed è sia una raffinatissima testolina che sa di poesia e filosofia come pochissime altre persone che conosco, anche perchè conoscendo sette lingue può leggere qualsiasi testo in lingua originale, che una tamarra di proporzioni gigantesche che ama robe così, che poi questo pezzo non è neanche male:

Jay-Z & Bridget Kelly // Empire State Of Mind // Live ( Coachella Valley Fest )


Vorrei anche integrare questo post con la notizia della morte di Wilhelm Brasse, fotografo ad Auschwitz. Ne parlano a questo link: http://www.ilpost.it/2012/10/24/wilhelm-brasse/

4 commenti:

  1. Andrea grazie per i commenti puntuali e solidali...ne ho, ne abbiamo bisogno per non sentirci soli!!!!

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  2. Ci mancherebbe. Sono davvero stanco di questi discorsi superficiali banali intorno alla scuola. Ovvio che ci siano problemi da risolvere, anche strutturali, riforme da attuare, eccetera, eccetera però cavolo ho un'amica insegnante precaria in un istituto tecnico che si spacca di lavoro e se penso agli insegnanti/maestri che ho avuto nella mia vita ci sono state delle mele marce però accidenti ho avuto dei signori professori. Ma non è quello che conta, è questa cosa del valutare una persona in base alle ore che lavora che io trovo scandaloso, o meglio, schifoso.

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  3. le persone sono veramente un mosaico di complessità, non tutte meravigliose o affascinanti, ma un mosaico senz'altro :)

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  4. che bisogna saper accettare o quantomeno rispettare in un modo o nell'altro.

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