domenica 16 settembre 2012

(....) malinconia d'anni passati

- Ho visto "Bella addormentata" di Bellocchio e mi ha profondamente deluso. Non sono un esperto di cinema e nemmeno un grande amante di Bellocchio e allora lascio il link della recensione comparsa sugli Spietati che mi trova abbastanza d'accordo. Altri ne hanno parlato benissimo, altri meno, ci sono state polemiche di ogni genere, un'amica carissima è uscita soddisfatta dal cinema, ognuno ha le sue idee, per quanto mi riguarda il problema è che non ho ricevuto proprio nulla da questo film, nessuno spunto, tutto piatto. Forse il problema è che non sono abituato a vedere questo genere di film, vedo altro (utilizzo altro, perchè ognuno vede quel cazzo che vuole, ovvio) e allora non sono la persona giusta per parlarne, però non lo so, l'ho trovato anch'io molto simile a un prodotto televisivo e alle fiction preferisco di gran lunga le serie tv e ce ne sono/state in giro di molto interessanti.

Ricordare quei giorni/anni lecchesi, a me come lecchese, toccato molto da vicino da quegli eventi, ha fatto parecchio male e il dubbio finale sorto dentro di me era: ma questo film c'entra davvero qualcosa con Eluana Englaro o Eluana è solo un pretesto? Ho trovato questo stesso dubbio in altri spazi sui giornali e in rete ed è lo stesso dubbio che mi ha sottoposto mio padre dopo aver visto il film.

- Un articolo su un libro che adoro alla follia, l'Ulisse di Joyce: "L’Ulisse e la tirannia delle note di Valerio Magrelli" di Giuseppe Zucco e mi ci ritrovo molto nelle parole di Zucco. Presi in mano l'Ulisse tantissimi anni fa ma lo mollai, poi lo ripresi e lo mollai nuovamente, non avevo tempo, troppe cose per la testa poi un giorno lo infilai nello zaino, inforcai la bicicletta e pedalai fino a un luogo segreto sul fiume e cominciai a leggerlo e mi successe qualcosa nella testa che mi permise di leggerlo con continuità, divorandolo. C'erano le note, c'erano tante cose, le lessi dopo, qualcosina anche durante, non capii dei passaggi ma mi sentivo bene mentre leggevo quel libro, bene, sì, bene è la parola giusta per descrivere la sensazione che mi accompagna ogni volta che riapro quel libro anche solo per spulciare alcune pagine. Su una pagina, a metà più o meno, c'è un appunto a penna che mi ha strappato un malinconico sorriso: "Registrare a C. il disco dei Faith No More (il disco era King for a Day...Fool for a Lifetime) e un cuore vicino..."

- Un disco che potete ascoltare e poi scaricare gratuitamente o offrendo quello che volete e che per atmosfere mi ha rispedito alla mia adolescenza tutt'altro che serena:



- E sono davvero curioso di leggere il libro di Giampiero Mughini "Addio, gran secolo dei nostri vent'anni" perchè parla di argomenti e personaggi che m'interessano parecchio.

15 commenti:

  1. MA Zucco immagino parli dell'Ulisse in lingua originale, perché non si possono paragonare due opere scritte in lingue tanto diverse, di cui una si legge vicina all'originale e l'altra completamente tradotta. Mah. Voglio dire, critica pure Magrelli, ma non cadere in fallo così. (per me è una caduta, questa)

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  2. Mi spiego un po' meglio. Ho letto l'articolo di Magrelli e l'ho trovato sensato, partendo dai presupposti di Magrelli, appunto. Zucco finge che quei presupposti siano errati per tutti, essendo errati per se stesso. Ma ogni lettore e ogni lettrice ha un suo modo di leggere, per cui quel che vale per alcuni non vale per altri. È il voler dare un'unica voce a chi ha più voci che mi sembra strano. Voler dire: lui sbaglia, io no. Mi sembra. Poi non so, Zucco mi fa strani effetti. (tra un po' cambio blog)

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  3. Sulla questione libro tradotto è scontata, etc, etc ma a me l'aspetto che più convince è quello di cominciare a leggere un libro per la passione, curiosità, etc, lasciando da parte molte cose, fermandolo. Un libro deve muoversi, la parola, fisicamente nella tua testa, devi sentire tac tac sui gangli, pam, qualcosa di razionale e irrazionale, di spaventosamente totalizzante. Per leggere l'ulisse quell'anno mandai quasi a ramengo tutta una serie di compiti in classe.
    L'Ulisse è un libro mondo che deve portarti completamente da un'altra parte, come succede per una canzone, un disco, un orgasmo continuo, ma neanche, forse è meglio un rapporto d'amore con una ragazza, quella ragazza, un omicidio, la nascita, una bomba nuclera. Ti si deve aprire nella testa (non c'è niente nel cuore), poi vuoi studiartelo? lo fai, se vuoi e diciamo che Joyce ti costringe a farlo (se sei modesto, lo fai, eccome se lo fai) e questo è bello. E' il mio modo di vedere la lettura, avevo 15 anni quando lo lessi, da allora l'ho letto credo 8 volte, ogni volta ci ho aggiunto delle cose, mi si apre un flusso totale nella testa, una valanga di suggerimenti, etc. Non riuscii a leggermi le note perchè mi perdevo la testa e non volevo perdere quello che avevo in testa...e la nota me lo fermava, mi diceva "Oh, è questo!"

    Non sono un accademico, non sono uno studioso, un recensore, neanche uno scrittore, semplicemente mi piace leggere e poi capirne qualcosa di più, durante, dopo, prima, dipende.

    Il problema che colgo in molti recensori con Joyce e altri libri è di avergli tolto lo sballo, perchè è un vero sballo leggerlo, oddio, so benissimo che non è così per tutti però per me è centomiliaradi di volte meglio di una canna o di una sbronza o dell'eroina.

    Mi si apre il mondo in testa, che poi non so nemmeno cos'è il mondo, se esiste un mondo o se l'Ulisse è un mondo a se stante o se servono le note però quelle pagine diventano tue mentre le leggi, devi fartele tua, devi compiere uno sforzo, isolandoti. Le note ti possono riportare al mondo, allo stacco. Poi io ho avuto queste sensazioni. Ricordo che segnai dei punti e poi li guardai a lettura finita.

    Ed è il mio modo di leggere. Non tutti leggono Joyce, non tutti trovano la forza, le competenze di farlo, nemmeno io ce le ho, però trovai più semplice leggere l'Ulisse che Hemingway, probabilmente anche per come funziona la mia testa, mi succede anche con Pynchon, Wallace, Barthelme, Coover, Gaddis (tutti tradotti), mi ci trovo subito a mio agio. Non sono capace di spiegarlo, di scriverne però me lo sento dentro e mi fa sentire meglio leggerli. Funziona anche per un certo tipo di cinema e di musica.

    Forse è questo che ho percepito nell'articolo di Zucco, timidamente delle frasi, questa sfida che è quasi adolescenziale...e secondo me leggere l'Ulisse da adolescente è stata una grandissima fortuna.

    Magrelli ha sicuramente le sue ragioni ma io quando leggo l'articolo di Magrelli perdo la voglia di leggere Joyce, quando leggo quello di Zucco la voglia mi è tornata e infatti lo rifarò

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    1. Sì Andrea, ma infatti non è per me quello il punto. Anche a me piace leggermi i libri libero da spiegazioni, ci sono tanti altri aspetti che si colgono. Colpiscono. Il punto è che Magrelli, nel suo pezzo, parla di come si possa leggere un testo "anche per" le note che lo accompagnano, e che le note possono addirittura essere d'aiuto nella lettura, più che impedimento. Può non valere per tutti i lettori, ma non mi sento di dire che è qualcosa di insensato. Zucco dice di Dante che il bisogno di note nasce dall'essere scritto in volgare fiorentino (e lascio stare su questa definizione della lingua dantesca come "volgare fiorentino" perché è un po' più complessa di così, la storia) tralasciando il fatto che l'Ulisse sia stato scritto in una lingua di un paese straniero con una cultura diversa dalla nostra, il che pone un uso di note esplicative al pari, si può dire, della Commedia. Per distanza culturale e di lingua, le note si possono dire necessarie per entrambe le opere. Dire per la Commedia sì e per l'Ulisse no, con la motivazione del "volgare fiorentino" mi sembra inappropriato (per Zucco sembra che il "volgare fiorentino" sia più distante dell'inglese di Joyce dall'italiano contemporaneo). Detto questo, io sono più un lettore come Zucco e come te, ma se leggo cose che condivido dette con motivazioni che non condivido, beh. Non lo so. Poi l'ho scritto anche prima, generalmente quando leggo i pezzi di Zucco, pur apprezzandoli, noto delle cadute, o delle contraddizioni che mi fanno dire "Ma che cavolo, stavi andando così bene e mi caschi proprio qui".
      Per dire, quando leggo te non mi succede.

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    2. Ci siamo capiti, però da timidissimo lettore in inglese, non ho trovato insormontabile Joyce. Tutto merito della mia prof.

      però sulla lingua posso solo dire che ho fatto una fatica bestiale col mio italiano a leggere Dante, molto meno col mio inglese totalmente assurdo a leggere Joyce, poi ho mollato, però mi sentivo più a casa, come dire, se avessi conosciuto meglio l'inglese avrei trovato più facilità nel leggerlo. Forse è questo che intende Zucco. Almeno credo. Forse la difficoltà maggiore di Joyce è la sua struttura, etc, per me lo scoglio Dantesco è principalmente la lingua che mi scaccia lontano...oltre che farmi due palle Dante...perchè non lo sopporto proprio Dante...

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    3. Mah. Ti ripeto, a me Zucco non dispiace, ma quando per far notare l'errore che secondo lui fa Magrelli nel dire che Commedia e Ulisse sono opere, diciamo, "nate con le note" ne parla come se la prima fosse stata scritta in un'altra lingua mentre la seconda in italiano, ecco, mi prende un po' male. Perché la traduzione è, in fondo, una sorta di nota al testo fatta da qualcuno che su quel testo ha ragionato, ne ha colti i riferimenti e ha cercato di renderli al meglio per te, lettore che stai leggendo un'opera che nella tua lingua non esiste. Quando si traducono opere come quella joyceana immagino che si debba conoscere a fondo, anche nel suo apparato di note, non solo linguisticamente, per far emergere quei rimandi che nel testo originale ci sono, i sensi che altrimenti andrebbero persi, e che sicuramente a volte lo saranno. La traduzione, voglio dire, è proprio una specie di "nota al testo" che non viene messa a fondo pagina o in un altro volume, ma sopra all'originale (come una lente) per renderlo "visibile" e "leggibile" a noi lettori di un'altra lingua. Scrivere che la lingua dantesca è più distante da quella di Joyce ha senso da un punto di vista culturale, che certo l'uomo del '300 aveva riferimenti molto diversi da quelli odierni, e al tempo stesso Joyce ne ha di più comprensibili a noi. Porla sul piano della lingua è non tenere conto, appunto, della traduzione, e del fatto che si parla da una parte di un'opera non tradotta, e dall'altra di un'opera sottoposta ad un lavoro non indifferente da parte di chi l'ha trasportata nella nostra lingua. E sì, Zucco dice che la Commedia è stata scritta nel '300, ma nel suo discorso è maggiormente presente la distanza col "volgare fiorentino" che non quella culturale tra un uomo del '300 e uno del '900. Perché a mio avviso Joyce è "più semplice" non per la struttura, ma come pensiero. (su Dante siamo lontani, ma è una questione di lingua. Pensa che al liceo mi son trovato a capire parole che qui in paese io e miei amici conoscevamo e a Pistoia no. Distanza: 6 km)
      Magrelli ha a mio avviso ragione quando dice che le note possono essere d'aiuto, e non un ostacolo, alla lettura. Zucco ha ragione quando dice che non per tutti è così. Ma sia Commedia che Ulisse sono opere effettivamente "nate con le note". E pure la Commedia si può leggere lasciandosi andare pure al semplice suono. Certo non per tutti vale questo. Ma mica è un problema, è semplicemente che ognuno di noi legge in modo al tempo stesso simile e diverso.

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    4. Tutto giusto ma continua a non convincermi che quelle opere siano nate con le note, nel senso, io penso che un po' siano morte quando ci sono state anche le note e il voler offrire il libro con le note. Nel senso, l'Ulisse del lettore non è quasi più L'ulisse che viene offerto, non l'Ulisse dello scrittore ma l'Ulisse che è lì.

      Forse ci sono dei libri che uno può anche non leggerli e che non dovrebbero nemmeno essere insegnati.

      Dovrebbero forse nascere, vivere e poi morire, lasciarli morire e adios.

      E' una cosa che non riesco mai a spiegare e so che è una cosa totalmente personale. La stessa cosa mi è successa per Leopardi, la scuola me l'ha ucciso, compreso Manzoni, solo anni dopo, leggendomelo da solo.

      Certe volte mi viene da dire ma perchè bisogna insegnarle a scuola? i perchè sono tanti ma non mi convincono mai.

      Poi bisogna anche dire che ho apprezzato di più Leopardi proprio perchè l'ho incontrato a scuola.

      Inutile dire che abbiamo aperto una specie di dibattito millenario.

      ah ah ah ah ah

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    5. Secondo me, se uno avesse la pretesa di insegnare qualcosa su di un libro, prima lo dovrebbe far leggere, e dopo letto iniziare col lettore-studente un dialogo al riguardo. Ma non si fa quasi mai così, non c'è tempo né spazio e non si deve far diventare lo studente curioso, gli si deve far leggere tot versi o tot pagine e dire cosa hanno detto al riguardo i critici che piacciono al prof di turno.

      Al liceo ho avuto la fortuna di avere delle pessime insegnanti di italiano gli ultimi due anni (a parte una breve parentesi di una o due mesi, poi la prof - la migliore incontrata nella materia - se ne andò perché aveva chiesto il trasferimento) per cui il programma in pratica ci si faceva da soli o quasi. Ah, I promessi sposi! Per dire, no. All'uni un tempo c'era un'aula di studio con biblioteca a scaffali aperti, e c'erano i Meridiani e io stavo lì e mi leggevo cose sparse, tendenzialmente non inerenti ciò che avrei dovuto studiare. Poi qualche testa di cavolo li rubava, i Meridiani, e li tolsero di lì. No che non ci fossero altri libri, eh, però. Comunque l'uni non l'ho finita.
      Riguardo le note, per me ci sono libri che le chiamano, volendoli studiare. Nel senso che certe opere aprono così tante porte che attirano discussioni intorno ad esse (questo a mio avviso il senso del paragone di Magrelli, che avrebbe potuto pure prendere altre opere, eh. Fatto sta che tra Zucco e lui scelgo lui, perché nel suo "doppio passo falso" mi è sembrato più preciso dell'altro, che pure avrebbe avuto "più" ragione se avesse scelto argomenti migliori della lingua dantesca vs lingua joyceana). Poi ognuno può farne ciò che vuole, e si possono pubblicare in tanti modi.
      Ricordo che in un libro Pennac scrive delle regole del lettore (secondo lui) per cui il lettore è libero di saltare le parti che reputa noiose e altro. Anche se non le condivido del tutto credo che si legga per essere trascinati via, e se di un libro, che pure ti piace, c'è una pagina che non riesci a finire, perché non saltarla per poi continuare? O magari abbandonare, se il libro peggiora. Per dire: un libro che non ti piace può sempre essere utile come fermaporte (cosa che però non puoi fare con gli e-book. Gli e-book brutti sono inutili del tutto).

      Ah, non ho letto Ulisse di Joyce. In compenso ho dato un esame (anche) su certe sue poesie. Vale lo stesso? ahahah!

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    6. Che dire della scuola, io ho avuto la fortuna di avere un'insegnante di italiano alla prima esperienza e piena di entusiasmo, entusiasmo che ha mantenuto per tutti i 5 anni, la stessa cosa per la mia insegnante d'inglese, una tipetta che sembrava la direttrice dell'ospedale di Candy Candy o l'istruttrice non ricordo più bene che sprizzava amore per l'insegnamento da tutti i pori pur essendo durissima. Tutte e due sapevano come trasmettere l'amore per la letteratura, anche a quelli che magari non erano particolarmente interessati ma avevano quel modo di farti avvicinare al testo senza trasformarlo in mattone...poi certo Dante era un mattone e anche per la prof era un mattone, lo si capiva eccome.

      Io all'università sono stato da settembre 1998 a gennaio 1999 senza dare un esame, frequentavo un po' i corsi ma non faceva proprio per me la Statale di Milano e poi il corso di italiano aveva i paralipomeni di Leopardi con il corso tenuto da un professore simile al Valium. da lì capii che l'università non faceva per me e mollai tutto.
      A me fa davvero tristezza il ricordo di un'aula intera di studenti dormienti, sfiniti, tramortiti, annoiati, peggio che un film di zombie.

      E lì ti dici che senso ha tenere un corso del genere e l'altra, sarai anche un grande accademico, ma forse non avresti mai e poi mai dovuto insegnare.

      Concordo, l'arrivo degli ebook elimina per esempio la possibilità di costruire dei comodini fai da te.

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    7. Per rimpolpare la discussione "note sì note no" un articolo sulla pubblicazione di tutti i racconti di Berto, senza notizie e note: http://www.ilgiornale.it/news/cultura/berto-talento-immenso-anche-nellautodistruggersi-836698.html

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    8. rimpolpa rimpolpa che i polpi sono bellissimi.

      grazie, più tardi vado a leggere.

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    9. letto e in un modo o nell'altro mi ha messo voglia in futuro di conoscere meglio Berto.

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  4. io con L'Ulysses sono arrivato al terzo tentativo la prossima primavera ci riprovo.

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  5. Su Rockit Manfredi Lamartina scrive dell'album Here it comes-Tramontane!

    http://www.rockit.it/recensione/20542/cartavetro-here-it-comes-tramontane

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