mercoledì 5 settembre 2012

...libri e guerre...

Leggendo il libro di Peter Englund "La bellezza e l'orrore - La Grande Guerra narrata in diciannove destini":


ho ritrovato Robert Musil e allora ecco che mi è tornata la voglia di riaprire l'incompiuto "L'uomo senza qualità" e perchè no anche  "Törless" ma soprattutto ho pensato al mio nonno materno che non ho mai conosciuto e che nella Grande Guerra ci ha combattuto:


e che da quella guerra tornò distrutto nel fisico e nell'animo. Per tutto il resto della sua vita dovette sopportare la fame, la malattia, un'altra guerra che lo ridusse allo stremo, la morte di un figlio e ancora una volta la fame, la malattia e infine la morte. Trascorse una vita di stenti, non riuscì a mettere da parte un soldo, con la sua famiglia viveva in una casa (e dove ha vissuto mia madre fino al matrimonio) che quando la vidi pensai alle bidonville. In una lettera del 1920 spedita a mia nonna, la sua vera ancora di salvezza, colei che lo sostenne fino alla fine e che amò alla follia, scriveva:

"La guerra è finita da due anni e ho ancora gli incubi. Ho messo su qualche chilo. Continuo a chiedermi perchè abbiamo combattuto. Per chi abbiamo combattuto. Avremmo dovuto emigrare lontano. Sono partito povero, sono tornato che eravamo ancora più poveri. Come potrai sposarmi se non ho niente da darti? Con affetto e profondo rispetto, tuo, Paolo"

Mio zio mi diceva "Non avevamo terra, non avevamo animali, non avevamo un lavoro se non occupazioni saltuarie, non avevamo un soldo, la casa dove abitavamo cadeva a pezzi. La gente qui ha fatto i soldi perchè ha venduto la terra. Noi non l'avevamo e siamo rimasti poveri. " Anche lui sognava di emigrare e rifarsi una vita altrove ma poi alla fine si fermò in Brianza, anche a causa dei suoi malanni fisici, e si mise a vendere dolci. Stessa cosa valeva per mia madre che andò a lavorare in una ditta di tappeti a 14 anni e ci rimase fino a dopo la mia nascita. Tutti e due sono rimasti nel paese ma avrebbero voluto fare i bagagli e partire. Ai miei genitori fu offerta la possibilità negli anni '70 di trasferirsi in Colombia ma per tanti motivi, alcuni molto seri, rifiutarono. Oggi, a quasi 40 anni di distanza, mi capita spesso di sentire mia madre che rimpiange di aver rifiutato quell'offerta sudamericana. Lei e mio padre vivono poco in paese, per loro è come un dormitorio, appena possono prendono la macchina e lasciano le mie zone e vanno, anche solo sulle montagne vicine, tutto pur di non vivere in paese. Mio padre dice "Questi paesi mi mettono la morte addosso".

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