martedì 7 agosto 2012

"La nostra mente è una serie di loculi" (Fleur Jaeggy)


Adoro questa scrittrice, i suoi libri, i suoi occhi. Non rileggo spesso le sue opere perchè farlo significherebbe trovarci molti lati del mio carattere. Non riesco ancora a perdonarmi di non aver trovato anni fa il coraggio di alzarmi dalla sedia e stringerle la mano. Trascrivendo il passo che se vi va potete leggere sotto ho ripensato a quando, dopo la morte di mia nonna, trovammo in una scatola d'argento le lettere che mio padre e mio zio spedivano a casa dal collegio dove studiavano. Alla loro vista gli occhi di mio padre non si riempirono di lacrime ma di qualcosa più simile alla rabbia.

  "Ogni sera, la mia compagna di stanza e io ci trovavamo ai lavabi. Una volta fui cordiale con lei, le cadde il pettine, prontamente mi chinai a raccoglierlo. Si pettinava prima di andare a dormire, come se andasse a un ballo. E forse ci andava davvero durante il sonno. Mostrando le sue fossette a tutti. Un canino le sporgeva dalla gengiva. Aveva un vestito di taffetas rosa che badava a non sgualcire. Qualche volta ero talmente convinta che andasse a un ballo che vedevo il vestito rosa appoggiato sulla sedia, ai piedi del letto, dove aveva piegato il suo mucchietto di biancheria. Solo in casi eccezionali poteva esserci un'ispezione nelle stanze. L'ispezione era al mattino, si aprivano tutti gli armadi: i nostri mucchietti di biancheria e pullover piegati dovevano avere l'aspetto di una muraglia. Come gli orientali, dovevamo conoscere l'arte di piegare la nostra roba. Qualche tempo fa sono stata a vedere una compagnia di teatro No. Finito lo spettacolo, mi trovavo dietro le quinte a salutare l'attore. Stava facendo la sua valigia, o meglio il suo fagotto. Piegava le sue vesti esattamente come facevamo noi negli armadi. Con lo stesso rigore e una sorta di sottomissione alle stoffe. Se avessi accettato di proteggere la ragazzina che mi aveva scritto il biglietto lasciandolo nella mia casella, l'ordine l'avrebbe fatto lei. Avrebbe considerato un onore piegare i miei pullover. Eravamo feticiste.
  Se avessi regalato un fiore a Marion, così si chiamava la piccola, l'avrebbe fatto seccare in un libro, doveva durate in eterno. Capita a tutti di comprare un vecchio libro e trovarci petali che, appena li tocchiamo, si sfaldano in polvere. Petali malati. Fiori da fossa. Il suo amore per me si disseccò, all'istante, non lasciò neppure un po' di polvere, non mi salutava più. Stracciai subito il biglietto affettuoso di Marion, come stracciavo subito le lettere, rare, di mia madre, o padre. La mia compagna di stanza teneva tutto in una scatola intarsiata di legno tedesco.
  Rileggeva le lettere, sdraiata sul letto, indolente. Dalla scatola emanavano gli aromi tedeschi, che non dovevano essere tenui, tanto lei ne aspirava l'essenza. C'era anche una serratura dorata, una minuscola chiave. Apriva quell'orrenda cosa con le sue mani votiva, la tedesca.
  Quanto a me, ricevevo poche lettere. Venivano distribuite a tavola. Non era gradevole avere poca posta. Così cominciai a scrivere a mio padre, lettere insulse, dove non dicevo nulla. Speravo che stesse bene, come io stavo bene. Mi rispondeva subito mettendo sulla busta dei francobolli della Pro Juventute. Mi chiedeva come mai gli scrivevo tanto. Le sue lettere e le miei erano brevi. Ogni mese trovavano una banconota, l'argent de poche. Gli scrivevo perché sapevo che era l'unica persona che faceva quello che volevo, anche se la mia vita doveva sottostare alla volontà legale di mia madre. Dal Brasile lei dava i suoi ordini. Dovevo dormire con una tedesca, perché dovevo parlare in tedesco. E parlavo con la tedesca, mi faceva dei regali, cioccolationi che mangiava in continuazione, gomma americana e libri d'arte. In tedesco. Con riproduzioni tedesche. Blauer Reiter. Anche la sua biancheria era tedesca. Eppure non riesco a trovare il suo nome nel casellario delle mia mente; ragazze disperse nella memoria. Chi era? Era così un nessuno pr me, eppure la sua fisionomia e il suo corpo mi sono presenti. Forse coloro che non abbiamo considerato, per uno strano gioco maligno, risorgono. Le loro fattezze rimangono ancora più impresse di quelle di coloro che abbiamo considerato. La nostra mente è una serie di loculi. I nostri nessuno sono presenti all'appello, creature ingorde, talvolta si ergono come avvoltoi sulle fisionomie di chi abbiamo amato. Una moltitudine di visi abita nei loculi, ricca pastura. La ragazza tedesca, mentre scrivo, sta disegnando, come in un commissariato di polizia, i suoi connotati. Qual è il suo nome? Il suo nome è scomparso. Ma non basta dimenticare un nome per dimenticare l'essere. Tutto è lì, nel loculo."

(Fleur Jaeggy, "I beati anni del castigo", Adelphi, VI Edizione, 2005, pp. 30-32)




(E aggiorno questo post perchè dato che si sta parlando di una scrittrice, ve ne consiglio un'altra: Marilynne Robinson e potete leggervi una recensione/intervista di Fabio Donalisio uscita su Blow Up e ora riproposta su minima et moralia: "Home (sweet) home")

2 commenti:

  1. c'ho un'attrazione per tutto ciò che è occhi. e quando ho letto che di lei ti hanno colpito i suoi occhi, mi sono subito fidata. libro segnato nella lista dei libri da acquistare per scalare un buono regalo ricevuto dai suoceri ^_^

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  2. Spero possa piacerti! E comunque sì, lei ha degli occhi fantastici.

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