giovedì 26 luglio 2012

Falling Skies

Nelle ultime settimane ho portato a termine la visione di tutte le puntate finora disponibili della serie di fantascienza "Falling Skies" (e se qualcuno fra di voi l'ha vista mi piacerebbe sapere cosa ne pensa). Fra i protagonisti c'è una tale Sarah Carter nella parte di Margaret e che poi sarebbe questa:

e che mi ha ricordato (è stato come un flash) un'infermiera che ho conosciuto durante un mio ricovero in ospedale e che poi ho incontrato quasi ciclicamente dentro e fuori quel posto (reggeva decisamente bene l'alcool...eh eh eh) per colpa di mia nonna, mio padre, mio zio, mia madre, me stesso. Tutte le volte che c'incontravamo lei si fermava a scambiare due chiacchiere e se c'era la possibilità di un momento di pausa ci bevevamo un caffè o fumavamo una sigaretta sulle scale antincendio o nel piazzale esterno. Una tipa schietta e dura proprio come Margaret di Falling Skies. Una notte mi fece una ramanzina da togliermi il fiato, lei che a quei tempi era un'infermiera con poca esperienza e la faccia tutta sudata. La penultima volta che la incontrai in ospedale mi disse che il lavoro la stava esaurendo e che non ce la faceva più a sopportare la sofferenza, i ritmi stressanti, la mancanza di sonno, l'odore di urina e morte e cibo precotto, il sangue, le lacrime. Diventare un'infermiera era stato il suo sogno sin da bambina ma adesso ne aveva piene le scatole e voleva solo rilassarsi nella sua casa nascosta fra le montagne. L'ultima volta che l'ho vista spingeva un passeggino con due splendide e biondissime gemelle che piangevano a dirotto. Dopo esserci abbracciati mi ha chiesto come stava mio padre e che n'era stato di mia nonna. Ha smesso di fare l'infermiera perché ha deciso di vivere da madre, crescendo le sue due figlie e occupandosi della casa e del terreno che la circonda. E' difficile crescere due figlie con il solo stipendio da operaio del suo compagno di vita ma ci stanno provando lo stesso e non hanno nessuna intenzione di mollare. "Ho ritrovato l'olfatto" mi ha detto "e il tempo per fare le mie cose". Ho pensato a lei non solo per quel telefilm ma anche perchè in questi giorni sto rileggendo lo splendido libro di William Vollmann "I racconti dell'arcobaleno" (Fanucci, 2001, 681 pagine) e la parte iniziale presenta dei brani dedicati a chi si aggira nei meandri di un Pronto Soccorso. "Deficiente, vedi di mangiare!" mi disse la prima volta che ci incontrammo ed è a lei che devo la scoperta degli Editors. Qui sotto ho trascritto un piccolo brano di Vollmann che mi ha ricordato un suo sfogo:

"Per caso ha da fare?" chiese timidamente un drogato. Gli toccò indicarsi la vena buona; non riuscivano a trovarla. Ma era consumata, come tutte le altre. Il flebotomo spostò il laccio emostatico più giù. Pungolò col dito, lo pigiò, poi si mise a schiaffeggiare, palpare, toccare, sondando a più riprese con l'indice; alla fine sospirò e strofinò la parte con l'alcol. "Mmm" fece, scuotendo la testa.
"Non si preoccupi" disse il tossico. "Non credo che troverà una vena. E comunque devo andare. Ripasso per la linea rossa."
"Be', facciamo un altro tentativo" disse il flebotomo.
"Certe volte ho problemi anche a bucarmi" disse l'uomo. "Per fortuna sono ambidestro. Cioè, ero ambidestro. Di solito le mie vene sono a posto. Oggi c'è un grumo o un ascesso."
"Le interessa fare l'esame?" disse l'Angelo che Prende Nota alla paziente di turno.
"Certo, ma non ho più vene!" La donna si sbottonò il cappotto con una smorfia. Aveva le braccia coperte di macchie nero bluastre. Il flebotomo sondò delicatamente con il pollice, e lei si sporse in avanti; lì per lì mi parve ansiosa di aiutarlo, ma poi capii dalle sue spalle sollevate con rassegnazione che era senza speranza.
"Allora," disse il flebotomo "useremo questa, proprio sotto la farfallina. Non deve guardare."
"Va bene" concordò lei. "Tanto non ci riesco a guardare se me lo fa un altro."
Per tutta la mattina guardai quel dito rimbalzare come una palla sulle vene gommose. Quasi tutti i tossici erano in maniche lunghe. "Probabilmente potremmo sbrigarne un migliaio al giorno" disse l'Angelo che Prende Nota. "Ne sono sicura." Nei momenti di pausa il personale sfogliava il giornale. "Quella donna con ui ho parlato prende il metadone," disse il dottore "si fa di eroina tre volte al giorno." Quando i tossici entravano, l'altro dottore si drizzava in piedi con una spinta delle gambe. "Meglio tenerli d'occhio quegli aghi" disse sottovoce. "(William Vollmann, "I racconti dell'arcobaleno", pp. 25-26)

 e visto che si parlava di Editors mettiamo su anche un loro brano ospedaliero.

7 commenti:

  1. certo l'ospedale non è il migliore posto per incontrarsi...ma con un'infermiera così è tutto più accattivante.

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  2. :)

    c'erano parecchi pazienti/parenti che facevano i simpatici con lei ma bastava un suo sguardo per farti capire che era meglio smettere.

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    1. Andrea qui trovi tutto:

      http://ilquotidianodellacalabria.it/news/il-quotidiano-della-calabria/351858/La-corrispondenza-inedita-di-Pasolini---Calabresi-non-fate-come-gli-struzzi-.html

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  3. Grazie Fabio! Vado a leggerlo.

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Mi sono sempre chiesta come possano fare i dottori o comunque tutto il personale che lavora nel settore ospedaliero a stare tutti i giorni in ospedale. E' uno dei posti che più detesto e comprendo a pieno la decisione della tua amica infermiera. Meglio fare sacrifici, avere meno disponibilità economica ma vivere. Siamo quello che facciamo...

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  6. E' dura, durissima. Ho parlato con qualcuno di loro e credo che per moltissimi di loro ci sia una sorta di missione, di qualcosa dentro che li spinge ad affrontare quell'ambiente ogni giorno però in molti mi hanno detto che devi avere la mente salda, la capacità di gestire molte cose insieme o rinunciare ad alcune. Appena s'incrina questo equilibrio diventa un'impresa sopportare tutte quelle sofferenze e le gioie finiscono per essere seppellite sotto un cumulo di dolore. Forse la mia amica aveva la passione, le qualità ma crescendo è cambiata anche lei e con lei le sue prospettive di vita.

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