mercoledì 25 luglio 2012

Dighe

Ho finito ieri notte di leggere il libro di Arundhati Roy e ho ancora la testa piena delle parole di questa scrittrice indiana. "In marcia con i ribelli" non si limita a descrivere le lotte dei maoisti in India ma amplia decisamente lo sguardo offrendo al lettore numerosi spunti di riflessione a proposito dei movimenti popolari, dell'uso della violenza o della non-violenza, del rapporto fra economia (multinazionali, vi dice qualcosa la Tata?) e politica, fra economia/politica e mezzi d'informazione (se ne parla sempre troppo poco di questo legame). Leggendolo è impossibile non porsi degli interrogativi sullo stato in cui versa il nostro mondo, sulla distruzione dell'ecosistema e sui disastri che ci attendono in futuro anche in seguito alla crescita economica e alla fame di consumi di paesi immensi come l'India e non solo e soprattutto come opporsi a tutto ciò. Tassi di cosiddetto sviluppo e crescita economica che si fondano su povertà, soprusi, violenze, stermini, prevaricazioni, distruzioni e silenzi complici. Leggendo dell'India non si può non pensare all'Europa, all'Italia, ai territori dove ciascuno di noi vive, alle scelte dei governi, a come giornali, internet e televisioni raccontano ciò che succede in quei Paesi, esattamente come cerca di racconta la mia cugina che sta in Africa e che mi scrive sempre che quando legge gli articoli che trattano della sua terra (per lei l'Africa è la sua terra) non ci trova nulla di ciò che sta accadendo veramente.

Poi un pomeriggio passi vicino a una diga, la guardi e la trovi orribile come sempre e non capisci cosa la gente ci possa trovare di così tanto bello da fotografarla. 

Vi lascio un lungo estratto, fatene quello che volete:

"Se il cinema fosse un'arte che coinvolge anche le percezioni olfattive - in altre parole, se potessimo annusare i film - allora pellicole come The Millionaire non vincerebbero l'Oscar. Il tanfo di una povertà di questo genere non si mescola bene all'aroma dei popcorn caldi.
La gente alla manifestazione del Jantar Mantar, quel giorno, non veniva neppure dalle baraccopoli ma dormiva sui marciapiedi. Chi erano? Da dove erano venuti? Erano i profughi dell'India Shining, persone che venivano riversate qua e là come scarichi tossici di un processo produttivo industriale impazzito. I rappresentanti dei sessanta milioni di persone, secondo le stime, che sono state cacciate da casa loro dalla miseria delle campagne, dalla lenta morte per inedia, da alluvioni e siccità (molte delle quali provocate dall'uomo), da miniere, acciaierie e fonderie d'alluminio, da autostrade e tangenziali, dalle 3300 grandi dighe costruite dall'Indipendenza a oggi e ultimamente dalle zone economiche speciali. Fanno parte degli 836 milioni di indiani che vivono con meno di venti rupie al giorno, quelli che muoiono di fame mentre milioni di tonnellate di cereali alimentari vengono divorate dai topi nei magazzini statali oppure bruciate in massa (perché costa meno dare il cibo alle fiamme che distribuirlo ai poveri). Sono i genitori delle decine di milioni di bambini malnutriti del nostro paese, del milione e mezzo che muore ogni anno prima di raggiungere i dodici mesi di vita. Sono i milioni che formano le squadre di forzati trasportate da una città all'altra per costruire la "New India". E' questo che significa "godere dei frutti dello sviluppo moderno"? Cosa devono pensare, queste persone, di un governo che reputa opportuno spendere sei miliardi di dollari di denaro pubblico (a fronte di una previsione iniziale di cento milioni di dollari) per una manifestazione sportiva di due settimane alla quale, per paura di terrorismo, malaria, dengue e del nuovo superbatterio New Delhi, molti atleti internazionali si sono rifiutati di partecipare? Una manifestazione che la regina d'Inghilterra, formalmente a capo del Commonwealth, non ha nemmeno preso in considerazione di presiedere, neppure nei suoi sogni più sfrenati. Cosa devono pensare del fatto che enormi somme di denaro siano state sottratte e accantonate da politici e funzionari dei Giochi? Non molto, credo. Perché per chi vive con meno di venti rupie al giorno, cifre di quella portata devono sembrare fantascienza. Forse non gli viene in mente che sono soldi loro. E' per questo che i politici corrotti in India non hanno mai problemi a tornare al potere, usando i soldi che hanno rubato per comprarsi i voti. (Poi simulano rabbia e chiedono "Perché i maoisti non si presentano alle elezioni?")
Mentre ero al Jantar Mantar, in quella bella giornata, ho pensato a tutte le lotte che il popolo di questo paese sta conducendo: contro le grandi dighe della valle di Narmada, di Polavaram, dell'Arunachal Pradesh, contro le miniere in Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand, contro la polizia da parte degli adivasi di Lalgarh, contro l'esproprio delle terre destinate alle industrie e alle zone economiche speciali in tutta la nazione. Per quanti anni e in quanti modi il popolo ha combattutto per evitare un destino simile? Ho pensato a Maase, Narmada, Roopi, Niti, Mangtu, Madhav, Saroja, Raju, Gudsa Usendi e alla compagna Kamla (la mia giovane guardia del copo durante il periodo passato nella giungla insieme ai maoisti), tutti con i loro fucili a tracolla. Ho pensato alla grande dignità della foresta in cui avevo camminato così di recente e al ritmo dei tamburi adivasi a Bastar, durante i festeggiamenti in ricordo della rivolta di Bhumkal, una sorta di colonna sonora dettata dal battito sempre più accelerato di una nazione infuriata. 
Ho pensato a Padma, mia compagna di viaggio fino a Warangal. Ha poco più di trent'anni, ma per salire le scale deve aggrapparsi al corrimano e trascinare avanti il peso del corpo. E' stata arrestata a una sola settimana di distanza da un'operazione di appendicite. L'hanno picchiata fino a provocarle un'emorragia interna che ha reso necessaria l'asportazione di alcuni organi. Quando le hanno spezzato le ginocchia, i poliziotti hanno cortesemente spiegato di averlo fatto per essere sicuri "che non tornasse più a camminare nella giungla". E' stata rilasciata dopo aver scontato otto anni di carcere. Ora dirige l'Amarula Bandhu Mithrula Sangham, il Comitato parenti e amici dei martiri. L'associazione si occupa di recuperare i cadaveri delle persone uccise in finti scontri. Padma passa il tempo a girare per il nord dell'Andhra Pradesh con qualsiasi mezzo riesca a trovare, di solito un trattore, per trasportare i cadaveri delle persone i cui genitori o coniugi sono troppo poveri per permettersi il viaggio per recuperare i resti dei propri cari.
La tenacia, la saggezza e il coraggio di coloro che hanno combattuto per anni, per decenni, per portare un cambiamento o anche solo un sussurro di giustizia nella propria vita, è una cosa straordinaria. Che la gente combatta per rovesciare lo stato indiano o contro le grandi dighe o solo contro un'acciaieria o una miniera in particolare oppure una zona economica speciale, il punto cruciale è che sta combattendo per la dignità, per il diritto ad avere una vita, e un odore, da essere umano. Combattono perché, per quanto li riguarda, "i frutti dello sviluppo moderno" puzzano come vacche morte sull'autostrada." (Arundhati Roy, "In marcia con i ribelli", Ugo Guanda Editore, pp. 137-141, dal capitolo "La rivoluzione effetto cascata)


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