giovedì 28 giugno 2012

"Cinque anarchici del Sud. Una storia negata" di Fabio Cuzzola (Città del Sole Edizioni)


Ho letto "Cinque anarchici del Sud. Una storia negata" di Fabio Cuzzola (docente calabrese) alcune settimane fa e durante tutti questi giorni ho riflettuto sulle parole migliori che potessi utilizzare per scrivere una recensione, questo accenno di recensione che uscirà in maniera migliore su Lankelot. Riflettevo e non le trovavo queste parole, non le ho trovate forse nemmeno adesso, si accavallavano troppi ricordi, troppe storie di famiglia, passate e presenti, per mantenere la giusta lucidità, il giusto distacco per scriverne e nel frattempo questo Paese coricato al centro del Mediterraneo veniva scosso da una gambizzazione, da un folle attentato davanti a una scuola e poi arresti, processi, anniversari di stragi mafiose e di attentati come quello Ustica di cui a distanza di anni non si conosce ancora la verità, visioni di film fastidiosamente inutili (sto parlando di quelli di Marco Tullio Giordana e Daniele Vicari) e intanto, tanto per aumentare la confusizone, fra gli altri libri ammassati sulla scrivania faceva capolino la copertina dell'ultima fatica di Enrico Deaglio "Il vile agguato, Chi ha ucciso Paolo Borsellino. Una storia di orrore e menzogna". Un universo di segreti, supposizioni, misteri, interrogativi che non avranno mai una risposta. Segreti di stato inviolabili seppur malleabili a seconda delle circostanze e la certezza che ci sia sempre qualcosa da nascondere, da non rivelare per non incrinare la fiducia nelle Istituzioni del Stato. Si perderebbero anni nel mettersi d'accordo a proposito di quale verità si sta parlandoo: di verità processuali? Di verità storiche? Di verità supposte? Di verità di parte? Di verità volutamente eccessive e in alcuni casi paranoiche? La nostra storia è così piena di segreti che a pensare male ci si azzecca spesso. Purtroppo, si potrebbe aggiungere. Questo "Cinque anarchici del Sud" è un libro pubblicato nel 2001 e composto da un centinaio di pagine arricchite in coda da un emozionante appendice foto-documentaristica. E' un libro appassionato e appassionante che vuole riportare l'attenzione su una vicenda ignota ai più e accaduta nei primi mesi della strategia della tensione, una storia, quella di questi cinque ragazzi anarchici morti in un incidente automobilistico, apparentemente minore ma che è invece legata indissolubilmente a quei tragici eventi che ancora oggi condizionano la vita del nostro paese. Scrive Tonino Perna a pagina nove dell'introduzione:

"Ci sono voluti venticinque anni perché un magistrato, il giudice Salvini del tribunale di Milano, riaprisse il dossier relativo al deragliamento del treno a Gioia Tauro il 22 luglio del 1970. Anche in questo caso si parlò subito di incidente...ma qualche anno dopo si scoprì che si trattava di un attentato, senza per altro che emergessero colpevoli e mandanti. Era proprio quello che avevano scoperto questi giovani anarchici ed avevano raccolto in un dossier che stavano portando a Roma. Ci sono voluti dei pentiti fascisti e mafiosi che parlassero di tutto questo perché, per un attimo, ritornasse l'attenzione su quella notte maledetta quando, in un'ora incerta, improbabile, tra la fine dell'ora legale e l'inizio dell'ora solare, un camion di conserve di pomodori (probabilmente con l'ausilio di un'altra macchina) spargesse sull'asfalto il sangue innocente di chi credeva veramente nella libertà e nella giustizia. Di chi, malgrado le minacce, le intimidazioni, è andato avanti, senza paura, perché credeva nel valore supremo del solo tribunale esistente: la propria coscienza. Di chi credeva che la coerenza non sia solo una virtù, ma la prova del fuoco della validità, concretezza e serietà di un'ideale."

Cinque anarchici morti in uno scontro con un autotreno il 26 settembre 1970:  Angelo Casile (20 anni), Gianni Aricò (22 anni), Franco Scordo (18 anni), Annalise Borth (tedesca, 18 anni), Luigi Lo Celso (26 anni). Ma si trattò di un vero e proprio incidente oppure no? Chi guidava quell'autotreno? Non si trattò di un incidente ma di un vero e proprio agguato e le successive indagini furono una messinscena per nascondere la verità: ovvero che quei ragazzi dovevano morire perché avevano intuito come il deragliamento del treno, che causò la  morte di sei persone e il ferimento di altre sessantasei, fosse stato in verità un attentato, perché erano a conoscenza delle trame nere che condizionavano il nostro paese,  perché avevano riconosciuto  uomini appartenenti alla destra eversiva accorsi durante le giornate di Reggio Calabria, quegli stessi che daranno il loro contributo a insanguinare l'Italia per anni e per questi motivi quei ragazzi non dovevano arrivare a Roma e non ci arrivarono. Fabio Cuzzola ricostruisce in maniera appasionata e coinvolta la storia di questi ragazzi, restituendoceli come se fossero ancora in vita con la loro passione politica e la loro maturazione negli ideali e pratiche anarchiche, il loro scoprire il mondo, il confrontarsi con gli ultimi di tutta Europa nei loro viaggi senza soldi, il loro amore per l'arte e la musica e il divertimento, il non darsi mai per vinti di fronte alle difficoltà della vita. Ciò che colpisce maggiormente di questo libro non è tanto l'aspetto documentaristico (esaustivo e puntuale) quanto invece la passione che traspira da ogni singola pagina capace di narrarci come quattro ragazzi provenienti dal Sud e una ragazzina dalla Germania avessero sfidato pregiudizi, arretratezze culturali, bastonate, arresti finendo spesso per essere trattati come degli indesiderati, osteggiati da destra e da sinistra, additati come pazzi sanguinari e bombaroli dopo la strage di Piazza Fontana, ragazzi troppo liberi per essere ingabbiati dentro a schematismi prima di tutto mentali. Erano ragazzi come tutti noi, con ideali e passioni genuine, forse molto distanti da chi starà leggendo questo articolo, e che hanno dato la vita per la libertà, che hanno combattuto contro la leva militare, l'eversione nera, gli speculatori, i padroni, i mafiosi, il potere ecclesiastico. Leggendo di questi eventi, e bisogna ringraziare Fabio Cuzzola per aver scritto questo libro, ci si rende nuovamente conto di come su quel treno deragliato a Gioia Tauro, a Piazza Fontana, in via Fani, a Brescia, a Bologna, a Ustica, sia morto un pezzo di ciascuno di noi, anche se probabilmente molti di noi non erano ancora nati o erano dei bambini, e di come il risultato di quelle stragi e di quella strategia della tenzione condizioni il nostro presente e chissà ancora per quanto il nostro futuro ma tutto questo non ci deve mai far perdere la speranza di poterlo cambiare questo mondo, per far sì che queste morti non siano state vane, per far sì che non ci siano più persone come la madre di una mia amica, ragazzina milanese ai tempi della strage di Piazza Fontana, che ancora oggi quando si avvicina a quella zona preferisce cambiare strada per non rivivere gli incubi di quel giorno, lei, che camminava mano nella mano col suo fidanzato, a cento metri dalla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Perché se c'è una cosa che mi ha sempre colpito di tutte queste vicende è il dolore, lo strazio dei familiari e degli innocenti che anno dopo anno chiedono verità, nomi, cognomi, mandanti di stragi, attentati, assassinii, rapimenti e non l'hanno ottenuta e non la otterranno mai.


4 commenti:

  1. Lo so, però ho preferito aspettare a postare questo pezzo, sapevo che ci sarebbe stato un aggiornamento continuo.

    RispondiElimina
  2. Grazie per la recensione precisa e dettagliata. La memoria di questa e di tante altre storia è una delle forme di resistenza che dobbiamo continuare a praticare.

    RispondiElimina
  3. Grazie a te per aver scritto questo libro Fabio.

    RispondiElimina