lunedì 9 aprile 2012

“A Michurin, nel dicembre del 1999, non era la prima volta che gli abitanti erano costretti a lasciare le loro case. All’inizio del 1944, quando Michurin era ancora soltanto un villaggio nei pressi di Grozny, Stalin fece deportare tutti in Kazakistan e fino in Kirghizistan per “tradimento e collaborazione con il nemico tedesco”. Quale tradimento? È la formula che figura a chiare lettere in un ukase del Praesidium del Soviet Supremo, datato 7 marzo 1944, ma che fu pubblicato a cose fatte. Ovviamente fu solo un pretesto. Nessun elemento oggettivo è giunto a puntellare l’accusa. Anzitutto, dove e quando i ceceni avrebbero patteggiato con i tedeschi? Nonostante un assedio di parecchi mesi durante il 1942, le truppe della Wermacht non penetrarono mai nella città di Grozny. Poi, se è stato appurato che, all’inizio della guerra, alcune personalità cecene e qualche generale del Reich s’incontrarono fuori dall’Unione Sovietica per discutere, si dice, di una Cecenia indipendente all’interno dell’impero nazista, nessuno aveva incaricato della missione quelle personalità, che rappresentavano solo se stesse e che, soprattutto, non avevano né il potere né i mezzi per farsi sentire a Grozny. In compenso, tra tutti i popoli dell’Urss, i ceceni furono quelli che, durante la seconda guerra mondiale, ricevettero in proporzione – gli archivi sovietici lo attestano – il più alto numero di decorazioni. I veri motivi di quella deportazione rimangono misteriosi. Una delle possibili spiegazioni è la resistenza atavica dei ceceni all’autorità di Mosca. I ceceni non potevano integrarsi nel regime sovietico. Si può anche notare che, nel corso degli anni Trenta, ci furono atti criminali contro dirigenti bolscevichi, che la religione musulmana continuava a essere insegnata e praticata come se niente fosse, che infine il sistema generale dei kolchoz non mise mai le radici presso quei contadini montanari. 
Si può anche aggiungere che, tra il 1932 e il 1944, circa quindici popolazioni diverse furono deportate per decisione di Stalin: i tedeschi del Kuban, dell’Ucraina e quelli del Volga, i carachi e i calmucchi, gli hamsheni, gli ingusci, i balcari, i meskheti, i bulgari di Crimea, e anche greci, armeni, curdi e moldavi, polacchi e finlandesi, iraniani e mongoli, coreani, estoni e lituani, lettoni e turchi.
Stalin, il piccolo padre dei popoli.
Per quanto riguarda i ceceni, se si contano i membri di ogni famiglia, uomini, donne, bambini di Michurin, come anche gli abitanti dei villaggi e delle città circostanti, quelli di Grozny, Kamysev, Vedeno, Argun, Urus-Martan e Naurski, fidandosi soprattutto della serie di lettere che il ministro degli Interni Berija indirizzò a Stalin man mano che si svolgevano le operazioni, furono esiliate in una sola ondata circa quattrocentomila persone con centosettantasette convogli di camion e carri di bestiame, verso le regioni glaciali, aride e insalubri di Zhambil, Alma-Ata, Karaganda, Frunze. Sebbene la guerra fosse al culmine (eravamo nel febbraio del 1944 e l’Armata Rossa, attiva su parecchi fronti, non aveva né una pallottola di fucile né un giorno da perdere), la deportazione dei ceceni mobilitò ventimila agenti del NKVD oltre a centomila soldati. Senza contare le migliaia di vagoni.
Furono anche commesse un gran numero di atrocità. Nel villaggio di Khaibakh, per esempio, e in altri villaggi che le montagne, il freddo, la pioggia, il gelo, la neve avevano reso inaccessibili ai furgoni militari, dove Berija, esasperato, mandò alcune brigate per bruciare vivi, non potendoli trasportare, bambini, donne, vecchi ammucchiati nelle stalle, mentre i loro padri, i loro mariti o i loro figli combattevano impavidamente contro l’esercito del Reich.
Ci furono anche molte vittime durante il lungo e implacabile viaggio fino in Asia centrale. Abbiamo varie testimonianze. “Senza acqua e senza luce”, scrive una deportata, “in vagoni pieni zeppi, abbiamo viaggiato per circa un mese e, fermandoci talvolta in stazioni isolate e deserte in mezzo a pianure sterminate di un biancore accecante, abbiamo seppellito i nostri morti proprio accanto ai binari, in una neve nera di fuliggine”. O anche: “C’erano quindici bambini. Due settimane dopo l’arrivo, rimanevano soltanto due fratelli e due sorelle. Il nonno è morto durante il viaggio. La nonna e il prozio sono morti. Sono stati bambini di sette e nove anni a seppellire i loro nonni. All’arrivo del treno in Kazakistan, c’erano 40 gradi sotto zero”. Donne, bambini, vecchi che morirono assetati, affamati, soffocati durante lo spaventoso viaggio: se ne contano centotrentamila.” (Thierre Hesse, "Demone", pp. 210-211)

2 commenti:

  1. mucchi di buio,
    umanità interrotta.

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  2. è un viaggio fra la shoah, gli orrori staliniani, la cecenia, l'africa...si resta così...seduti...senza parole.

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