lunedì 9 aprile 2012

"59 – La sua ultima lettera" (Thierry Hesse, "Demone", pp 436-439.)

(Spero che qualcuno di voi ricordi quanto accadde in un teatro di Mosca alcuni anni fa e che  ricordi anche quelle donne in nero dotate di cinture esplosive che parteciparono al sequestro degli spettatori. Giunto al termine di questa intensa e rischiosissima opera mi sono detto che se mai un giorno dovessi imbarcarmi nell'impresa di scrivere un romanzo sulla mia famiglia questo non potrà che essere qualcosa di simile, nella struttura e nelle intenzioni, a quanto realizzato dallo scrittore francese)

“Scrivo questa lettera per la famiglia che ho ancora a Kalinovskaja, per i cugini e le cugine che non ho mai avuto la fortuna di rivedere dall’età di tredici anni, quando mio padre Alu Chadži, mia madre Makka Nesaev, mia sorella Mira Chadži e io siamo venuti a vivere nella capitale, scrivo questa lettera anche per gli amici che ci hanno accolto a Grozny, per Liza, la mia compagna di scuola morta nel 1995 all’età di diciassette anni, nella stessa notte di nostro cugino Akhmed Khurmakadov, quando i russi hanno bombardato il quartiere di Michurin, ma la cui nonna Zulaj è ancora viva, le voglio molto bene, mi ricorda mia nonna di Kalinovskaja e le mando come pensiero che parlerò di lei con la sua diletta Liza quando la raggiungerò in paradiso, come raggiungerò Timur Maibek, il fratello di Džokhar Maibek, scrivo questa lettera anche per i loro genitori, il buon Ahmad Maibek e la buona Zarina che ci hanno aiutato dopo l’arresto di mio padre, spero che nonostante la loro età vivano ancora a lungo perché sono brave persone a cui voglio bene, purtroppo non hanno potuto fare niente per mio padre che è sicuramente morto negli scantinati di Khantala, sarà il primo che rivedrò in paradiso, so che ha sempre vegliato su di me come pure mi proteggerà nei prossimi giorni affinché il coraggio e la chiaroveggenza siano dalla mia parte e io possa compiere nel modo migliore quello che mi hanno chiesto di fare per aiutare il nostro popolo che l’esercito russo e i dirigenti della Russia martirizzano da sette anni e da più tempo ancora, scrivo questa lettera anche per tutte le donne cecene, quelle che conosco e le altre, credo che per loro l’esistenza sia oggi più difficile di quanto lo sia per i nostri uomini, perché le donne hanno tre vite, sono mogli, sono madri e sono combattenti, a loro scrivo perché, prima di raggiungere le montagne, pensavo che combattere fosse aiutare mia madre e mia sorella, avrei dato la mia vita per entrambe, per farle mangiare a sazietà, per impedire che avessero freddo, per metterle al riparo dalla crudeltà dei russi, e ho fatto quello che ho potuto per amarle e difenderle, affinché conservassero la speranza dopo la sparizione di mio padre, ho anche aiutato alcuni nostri combattenti, ho trasmesso informazioni, mi sono resa utile, ho raccontato la nostra storia a un giornalista francese, e ho creduto che tutto questo bastasse, ma il giorno in cui mia madre e mia sorella Mira sono morte, il giorno in cui ho visto con i miei occhi i loro corpi martoriati, perché i soldati russi che ci avevano arrestato e fatto salire nel loro camion, quando sono stati attaccati dai nostri, hanno anzitutto voluto uccidere i prigionieri, quel giorno ho capito che la mia lotta doveva prendere una direzione diversa, Dio mi ha permesso di avere la vita salva e mi sono ricordata di una leggenda che mi avevano raccontato quando ero bambina, la storie delle malkhazni, quelle donne che portano-la-voce-del-sole, e che, dicono gli anziani, nel mattino della battaglia scoccano la prima freccia contro il nemico, alle donne cecene dico che dobbiamo combattere come le malkhazni, che il nostro popolo riconquisterà la libertà soltanto se anche loro accettano il sacrificio e fanno dono del proprio sangue, a tutte le donne cecene garantisco che i russi hanno paura della morte, e a causa di tale paura non hanno il coraggio di affrontare i nostri uomini sulle montagne, ma uccidono le donne e i bambini nei villaggi, invece la morte è quello che noi abbiamo di più prezioso, è più preziosa della vita perché la nostra vita non la scegliamo sempre, a volte ce la rubano e la sporcano, ma possiamo scegliere liberamente la nostra morte, ce ne possiamo servire per cancellare l’incertezza che riempie la nostra vita, a cosa serve del resto vivere se significa aspettare che i russi ci uccidano nei nostri villaggi e nelle nostre città, mentre la nostra morte può in compenso essere utile se aumenta la paura dei russi, se li spaventa, se li fa dubitare di se stessi, li costringe ad andarsene da casa nostra, può essere utile se grazie a essa le nostre città e i nostri villaggi ritrovano la pace che hanno perso da sette anni e più, le donne hanno adesso la loro parte da interpretare, quando saranno pronte a combattere come Khala Baraeva che si è sacrificata due anni fa, come le sorelle e le cugine di Khala Baraeva, allora noi vinceremo, infine scrivo questa lettera anche a quelli che non sono ceceni e che vivono all’estero, devono sapere che la guerra per noi ceceni non è un’ideale, non abbiamo mai amato la morte per la morte, e quanto dicono i russi sul nostro conto sono solamente menzogne e inganni, noi vogliamo la tranquillità per le nostre famiglie e non la schiavitù o il servaggio, nel Corano troveremo sempre la perseveranza di combattere e otterremo la vittoria, è scritto, anche se essa verrà tra sette anni o più, ci è promessa, la vedremo dal paradiso, con i nostri padri, con le nostre madri, con i nostri fratelli come anche con le nostre sorelle, morti affinché il nostro popolo cresca nella pace e in un paese libero, ora raggiungerò i miei compagni per la missione che ci aspetta, penso a loro, al nostro capo Šamil, al nostro capo Movsar, penso a voi, non ho paura, mi sento forte e vado a morire secondo la mia coscienza. In nome di Dio.”

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