sabato 4 febbraio 2012

Se togli l'acqua della marea con un secchio da quattro soldi, allora tu e la luna potete spostarne un bel po'

Trascrivo un brano tratto da "Il dilemma del prigioniero" di Richard Powers, romanzo del 1988 e pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1996, che tanto tempo fa mi fu regalato per il mio compleanno da una bellissima persona che vive fra bazar, cinema e vuoti e che ogni giorno, pur non vedendolo quasi più, mi aiuta a rimanere in vita.

"Mio padre ci parlava solo per mezzo di una batteria di detti favoriti, una specie di stalla di cavalli da lavoro tenuti sellati per ogni occasione. Quelli più comuni stanno ancora con me, familiari come l'abc. Non potevamo mai essere sicuri di quale nuovo sconvolgimento potesse estrarre dalle abusate massime, in quale situazione estranea potesse incunearle. Le faceva significare tutto e l'opposto di tutto. Tutto quello che sapevamo in anticipo era che ogni volta che il mondo minacciava di imbrogliarci, ogni volta che avevamo assoluto bisogno che lui ci assicurasse che la vita poteva ancora essere reinventata, ricorreva invece a uno o all'altro dei suoi detti preferiti. Per moltissimo tempo supposi che tutti i padri si comportassero in questo modo. In fondo è risaputo che tutti gli indiani camminano in fila indiana. Anche so che secondo lui avere dei detti familiari, a lungo andare ci sarebbe risultato più utile del semplice affetto. Riandando al passato, vedo quanto desiderasse che ci piacessero le sue misteriose omelie come piacevano a lui. Intendeva che ci sostituissero a lui, l'individuo lontano perduto in un'astrazione. Ma noi non ci riuscivamo, e loro non lo facevano. Non a quel tempo. Non capivo neppure che cosa significassero, cosa stesse annunciando il vecchio per tutto il tempo, o che cosa volesse combattere; non lo capii se non dopo la sua morte. Il vero imprigionamento di mio padre era nascosto in quei singoli indiani in fila indiana, in "C'è di più in chiunque di quanto chiunque sospetti" e in poche altre massime. Insieme a quelle due, preferiva "Prendete quello che volete, ma mangiate quello che prendete", una metafora applicata di volta in volta al bisogno di lungimiranza, all'inseparabilità dei mezzi e dei fini e all'impossibilità di una vera soddisfazione. Poi c'era il paradossale "Qualche volta abbiamo bisogno di essere blanditi per agire di nostra iniziativa". Tutte le volte che ricorreva a questa massima io ribattevo "Dicci quanto siamo liberi, papà. Dimmi quanto sono libero". La sua frase che mi ossessionava di più quand'ero giovane, che sembrava la più bella e imperscrutabile, che si avvicinava di più a trascinarmi oltre la barricata dentro la cella dove lui si consumava, era "Se togli l'acqua della marea con un secchio da quattro soldi, allora tu e la luna potete spostarne un bel po' ". Per quanto misterioso e poetico fosse l'onnipresente distico, non supposi mai neppure per una volta, finché non finirono le ripetizioni, che il nemico di papà era la necessità, e quello che il privato cittadino poteva fare per lottare contro di essa, ammesso che potesse fare qualcosa. Ricordo la sua frase più pressante: se io rompevo un vaso che ricordava qualche anniversario, o mia sorella si disperava leggendo i titoli di giornale, o nostra madre andava in pezzi per l'ultima forte febbre del vecchio, dal suo semicoma lui diceva "Supponiamo che il mondo sia già perduto". Supponiamo che lo sia, perché lo è. Non ho mai seguito il suo consiglio, non mi sono mai preso il disturbo di supporre, mentre lui era ancora in vita, perché ho sempre pensato che lui usasse questa frase, la più cruciale di tutte le sue frasi, come un modo di evadere dal campo di concentramento della coscienza, in cui tutti veniamo gettati. Proprio il contrario. "Supponiamo che il mondo sia già perduto". In qualche modo papà aveva capito che rinunziare a tutto è l'unica possibilità che abbiamo di salvare ciò a cui teniamo. Ma l'aforisma che mi rivelava il vecchio, la frase che mi permetteva di mettere piede al di là del cancello sbarrato, incisa a fuoco nella mia memoria dalle migliaia di ripetizioni, era "Il Destino è la roba che ficchiamo nella capsula del tempo". La sua variante preferita era "Questo posto è il modo in cui ci siamo arrivati". Quando era vivo, e la diceva a ogni occasione che gli si presentava, tutto quello che la frase faceva era di infastidirmi. Ma quando, alcuni giorni dopo che se ne era andato via per sempre, mi riecheggiò nella mente un'ultima volta, capii infine che in questo modo chiedeva il perdono della storia."

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