martedì 24 gennaio 2012

Viaggio nella vertigine


Quando passo davanto alle 700 pagine di "Viaggio nella vertigine" in cui Evgenija Ginzburg racconta tutto l'orrore che visse nelle prigioni e gulag oppure lo sfoglio e comincio a rileggerne le sue dolorose pagine, i miei foglietti, i miei appunti scritti a matita non posso non ricordarmi la persona che mi consigliò di leggerlo, o meglio che me ne parlò prima che fosse pubblicato nella versione integrale, e che poi mi scrisse di comprarlo e anche di guardare il film che ne fu tratto con Emily Watson nelle vesti della scrittrice e quella persona è M., una ragazza israeliana di origini lituane, con due trecce biondissime che un giorno le arriveranno fino ai piedi. La notte in cui lei mi scrisse su un fazzoletto di carta il nome dell'autrice (vide nel mio zaino I racconti della Kolyma) stavamo parlando di Tel Aviv, delle sue notti bollenti, dell'esistenza di una scena indipendente israeliana, di letteratura, di bambini e coppie e di tante altre cose di cui si può parlare con degli amici e in compagnia di un bel po' di alcolici e sigarette (ma anche cibo/dolci/animali scodinzolanti) e tutto sembrava scorrere in maniera molto tranquilla fino a quando la ragazza del mio amico tirò fuori la storia della Shoah aspettandosi che M. cominciasse a parlarne e invece M. accese una sigaretta bevve tutto d'un fiato il suo boccale di birra e disse "No, non ho voglia di parlarne e non vedo perché dovrei farlo...." e poi cominciò a dire che ne aveva piene le scatole che tutti volessero sentire da lei storie sul genocidio, sui suoi parenti morti o sopravvissuti e che nessuno poteva immaginarsi cosa significasse vivere questa situazione e che era una vera e propria maledizione e quella sera lei voleva parlare di un concerto, del suo lavoro coi bambini disabili, del suo ex fidanzato stronzo che le aveva spaccato lo stereo e il computer e invece ancora una volta doveva star lì a parlare della Shoah e del nazismo e della guerra fra israeliani e palestinesi e non ce la faceva più e che questa cosa la stava facendo impazzire. Mi ricordo le lacrime quando disse Sì, sono stata nei campi, sì nove decimi della mia famiglia non esistono più, sì, fa schifo quello che sta facendo Israele, etc, etc e voi non potete immaginarvi la sua furia. In quegli occhi rividi mio nonno e tutti gli altri miei parenti che non ne potevano più di raccontare, non ne avevano quasi più voglia, non ne avevano mai avuto e lo facevano solo con le persone che volevano loro, solo con quelle che non volevano specularci sopra, che non volevano applaudire o dire altro, solo con quelle che stringevano con loro un rapporto diverso (mio nonno a quelli che gli chiedevano "Mi racconta della lotta partigiana?" lui rispondeva "Preferirei raccontarti delle prostitute che ho nascosto nell'albergo per salvarle" e la maggior parte se ne andavano). La prima volta che mio nonno mi raccontò della guerra nei Balcani volle che spegnessi la luce e l'unica cosa che vedevo nella stanza erano la sigarette che bruciavano e nient'altro. In questi giorni penso a te M., perchè ho ricominciato a sfogliare quel libro e perché, cavolo, ho comprato quel disco che mi avevi detto di comprare e quando lo faccio suonare a tutto volume io vedo il tuo volto da europea dell'est segnato dalle lacrime ma soprattutto vedo quel diavolo di un sorriso coraggioso e un po' strafottente come il mio che  nessuno mai ti potrà togliere. Ciao e non mollare mai, mi raccomando.

"Ancora oggi, se socchiudo gli occhi, riesco a ricordare la più piccola irregolarità di quelle pareti, verniciate nella metà inferiore di rosso sangue (il colore più diffuso nelle prigioni) e per il resto di un bianchiccio sporco. Talvolta riesco ancora a sentire sotto i piedi le irregolarità del pavimento di pietra di quella cella: la numero 3, al terzo piano, sul lato nord. E ricordo ancora la tristezza e la delusione che provavo ogni volta che misuravo con i passi la superficie riservatami per esistere. Cinque passi in lungo, e tre in largo. A farli proprio corti potevano diventare cinque e un quarto. Uno-due-tre-quattro-cinque, un breve dietro-front, poi di nuovo uno-due-tre-quattro-cinque...La porta di ferro, con lo sportello ribaltabile e lo spioncino. Una cuccetta di ferro fissata a una parete e, appoggiato alla parete opposta, un tavolino di ferro e uno sgabello pieghevole estremamente scomodo, ma piazzato in modo da essere ben visibile dallo spioncino. Nient'altro: solo ferro e pietra." (pag. 145)


(nota conclusiva: la ragazza del mio amico e M. sono diventate molto ma molto amiche dopo che per un paio di mesi progettarono ogni tipo di omicidio...sorridete sorridete)

1 commento:

  1. Aggiungo solo una cosa al mio post: c'è una straziante scena di una comunista italiana finita nella camera delle torture. davvero terribile quell'episodio.

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